Antonio Murzio
Cronache murziane
17 Novembre Nov 2015 1159 17 novembre 2015

Don Daniele, storia del cappellano "matto"

Dondaniele

Se la notizia che ho raccontato la sua storia, come è probabile, arriverà alle sue orecchie, penso che dovrò stare alla larga da Reggio Emilia per un po'. Anche se, molto verosimilmente, al rimbrotto seguirà uno dei suoi energici abbracci che, data la sua mole, ti lasciano per alcuni attimi senza fiato. Non ama che si parli di lui. Lui che alle parole ha sempre anteposto i fatti.

Don Daniele Simonazzi è un prete intorno alla cinquantina, parroco di una piccola frazione di Reggio, Pratofontana. Non capirete subito che è un sacerdote, a meno che l'occhio non vi cada sul crocifisso che porta appuntato sul maglione in inverno o sulla t-shirt che usa d'estate, che indossa con disinvoltura su un paio di pantaloncini.

Per la stazza c'è chi lo ha paragonato a Bud Spencer (anche don Daniele ha la barba). Definirlo prete di frontiera non basta. Lui molte frontiere le ha affrontate e superate già da tempo. I territori della sofferenza inesplorata sono la sua personale prateria.

Dal 1990 è il cappellano dell'Opg, l'ospedale psichiatrico giudiziario, di Reggio Emilia, dove sono rinchiusi coloro che si sono macchiati di atroci delitti e che sono stati ritenuti non in grado di intendere e di volere dalla giustizia. Qualcuno ha ucciso la madre e la fidanzata, come Roberto, torinese, ex macchinista delle ferrovie, che oggi lavora con don Daniele. Altri hanno fatto strage dell'intera famiglia non riuscendo poi a compiere l'ultimo gesto, uccidere se stessi, e rimanendo per sempre immobilizzati su una sedia a rotelle. Don Daniele non li ha mai chiamati reclusi, preferisce usare il termine “esclusi”.

Gli Opg per legge sono stati chiusi, sostituiti dalle Rems. In realtà, proprio come ha denunciato don Daniele agli inizi di novembre in una lettera aperta che ha inviato ai parlamentari reggiani di tutti gli schieramenti, al presidente della Regione, al sindaco di Reggio e al presidente della Provincia, al vescovo, ai responsabili e ai dirigenti dell’Ausl, “dal primo aprile scorso l’ospedale psichiatrico giudiziario avrebbe dovuto lasciare il posto alle Rems, le nuove residenze sanitarie per l’esecuzione della misura di sicurezza, destinate a ospitare malati psichiatrici divisi per regione. L’Emilia-Romagna per ora ha due Rems provvisorie, in cui sono stati trasferiti gli internati emiliano romagnoli in attesa della struttura definitiva che sarà realizzata a Reggio. Ma l’Opg di via Settembrini ospita ancora una trentina di persone provenienti dal Veneto, che non ha ad oggi una struttura adeguata”.

“Si richiede il vostro aiuto – ha scritto don Daniele a nome di chi è ancora nella struttura, 33 persone – perché state riducendo il personale medico, infermieristico e sociosanitario a causa del superamento e della chiusura dell’Opg, dimenticando noi pazienti ancora reclusi minorati e con malattia psichiatrica sopravvenuta in carcere, che continuiamo ad avere bisogno di cure e assistenza. Questa incertezza e restrizione affligge ancor di più la nostra emotività con forti ricadute depressive. Fin d’ora ci siamo sentiti sotto una campana di vetro, protetti e supportati, ma il pensiero che tutto possa cambiare (in peggio) a dicembre, ci angoscia”. “Ciò che chiediamo è di non perdere quello che abbiamo costruito, con fatica – ha scritto ancora don Simonazzi nella lettera aperta – con la riduzione del personale medico, infermieristico e socio sanitario, perché solo il pensiero ci fa stare male e ci porta all’autodistruzione’.

Daniele, gli amici più intimi non antepongono neppure il “don”, non si occupa solo degli ultimi dell'Opg. A volte potete incontrarlo di sera tardi sul tratto della via Emilia che da Reggio porta a Parma, dove allestisce l'altare e dice messa per le prostitute che hanno il loro posto di “lavoro” su quella strada. Non piace, don Daniele, a chi gestisce il racket della prostituzione. Cinque anni fa gli hanno incendiato il camper dell'associazione “Rabbunì” che si occupa proprio del recupero delle ragazze di strada. A Reggio alcune voci dicono che alcune di loro il don le abbia proprio “riscattate”, concordando un prezzo per liberarle dalla condizione di schiave del sesso. Non provate a chiederglielo, non ve lo dirà mai, seduto nel suo studio con alle spalle centinaia di foto formato tessera. Sono immagini di “angeli”, persone che non ci sono più: chi ha scelto di farla finita lanciandosi nel vuoto dalla Pietra di Bismantova, come Gerardo. Altri che sono volati via: per malattia, per morte naturale... Non importa cosa abbiano fatto in vita, don Daniele non giudica, accoglie. Anche “dopo”.

L'anno scorso in occasione del Venerdì Santo con l'associazione Rabbunì ha organizzato una Via Crucis molto particolare lungo la strada che dalla via Emilia conduce a Montechiarugolo: “Eravamo in tanti, giovani e adulti, gruppi scout e alcune ragazze fatte oggetto della tratta della prostituzione e ora in cerca di riscatto”, spiegò don Daniele a un giornale locale, “ci siamo ritrovati nel pomeriggio per un primo momento e di nuovo alla sera per vivere insieme la Via Crucis. Certo per chi ci ha visto passando in macchina è stata una cosa insolita ma allo stesso tempo è stata per tutti molto importante”. “Chi vuole partecipare venga a pregare e non per curiosità”, aveva detto don Simonazzi nei giorni precedenti.

“Non mi hanno mai tradito i miei “matti”, al limite sono io che ho tradito loro”, è una frase che spesso ripete don Daniele. Per lui, “non si parte da chi la speranza l’ha persa, ma da chi ce l’ha data. Nella parabola del Buon Samaritano, il dottore della legge non chiede chi è Dio, ma chi è il prossimo. Servire il prossimo non significa andare a rimorchio, fare come fa la Protezione civile che risponde a un bisogno. No, significa dare la vita. Nel brano si racconta che l’uomo che incappò nei briganti “veniva via da Gerusalemme”. Gerusalemme è il luogo in cui si dà la vita: i poveri non vengono mai via da Gerusalemme. Sono i poveri che ci rivelano la speranza E per questo i poveri sono investiti di un ministero”.

Don Daniele è anche responsabile della pastorale per Rom e Sinti della diocesi di Reggio Emilia. Se vi capita di essere importunati dalle continue richieste di elemosina da una zingarella alla stazione ferroviaria di Reggio, non riuscirete ad allontanarla con un semplice rifiuto. No. Ma se provate a fare il nome del don, con un misto di imbarazzo e ossequio, si allontaneranno. Perché Daniele è un don, ma il fisico è da Bud Spencer.

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