Federico Iarlori
From Paris with blog
17 Novembre Nov 2015 1142 17 novembre 2015

E alla fine vince sempre la "grandeur"

Grandeur
La Tour Eiffel, ieri sera

Magari sono l'unico, sia chiaro, ma le immagini del discorso di François Hollande di ieri pomeriggio a Versailles, le sue parole dure, implacabili, condite dall'inno nazionale intonato dalle due camere in seduta plenaria, in piedi, mi hanno fatto venire i brividi. Altro che Europa. Gli stati nazionali, lo loro fierezza, la loro ostentata voglia di rivalsa nei contronti del nemico, non sono mai stati così in forma. Dal giorno successivo ai tremendi attentati di venerdì scorso c'è un'inquietante onnipresenza della Marsigliese. I cori rimbomano nei cortili dei palazzi, per le strade, alla televisione. Persino nelle nicchie intellettuali più impensabili, come il "Petit Journal", feudo televisivo del progressismo benpensante e globalista. Laddove, per capirci, il patriottismo è roba "old school" o, meglio ancora, di estrema destra. Anche la Tour Eiffel si colora di blu, di bianco e di rosso; persino i cocktail serviti nei bar. Eppure, che si tratti di terroristi o militari, sono (anche) francesi quelli che sparano - ogni tanto ce lo dimentichiamo o forse facciamo finta di non saperlo - e non sono solo francesi quelli che sono morti e continuano a morire ogni giorno.

E' vero, Daesh ha attaccato la Francia, i valori della République. E' giusto ribadire fino alla nausea, come stanno facendo tutti da giorni, che bisogna reagire, che non dobbiamo dargliela vinta. Ma da italiano a Parigi ho la fastidiosa sensazione che la Francia sia convinta di essere l'unico Paese al mondo a difendere la libertà, l'uguaglianza e la fratellanza. Lo scrivo senza alcun rancore, ve lo assicuro, però è quasi impossibile, nonostante si tratti di un momento tanto delicato, un momento in cui giustamente le emozioni prevalgono sulla ragione, dimenticare le manifestazioni contro il "Mariage pour tous" (liberté?), le guerre perpretate in Mali e in Medio-Oriente (fraternité?) e il partito di estrema destra di Marine Le Pen, che pare essere in grado, oggi come nel 2002, di giungere al secondo turno delle prossime elezioni presidenziali (égalité?).

E' triste dirlo, soprattutto dopo aver assistito, impotenti, a degli eventi così dolorosi, ma non c'è niente da fare: per quanto la Francia si vanti di essere una terra d'accoglienza, una società orgogliosamente multiculturale e multietnica, il sano vecchio patriottismo, quello che la famosa "gauche caviar" ha sempre stigmatizzato e considerato una forma di arrierismo, sembra essere l'unico collante per unire i francesi, il richiamo della foresta che parla alla pancia di tutti: ricchi e poveri, cittadini e contadini, di destra e di sinistra. Solo io, parigino acquisito, ma comunque vittima del terrore pur non essendo francese, mi sento escluso. Può sembrare cosa gretta ed egoistica, ma è così.

La notte stessa degli attentati, Facebook ha proposto un filtro tricolore da sovrapporre alle nostre foto di profilo. Niente di male, per carità. Però in Francia se n'è discusso. Il sito Mediapart, in primis, che si è permesso di chiedere "umilmente" ai suoi lettori se "mettere la bandiera di un Paese fosse davvero la risposta migliore in un momento in cui tutto il mondo è vittima dei terroristi" oppure di chiedersi - sempre umilmente - "perché sia stata proposta la bandiera francese e non quella libanese". Al di là della retorica sui morti di serie A e di serie B che sta infestando i social, mi sembrano degli spunti di riflessione interessanti, no?

E poi non capisco, davvero non riesco a capire, come mai tanti connazionali abbiano messo il filtro tricolore sulla loro foto di profilo, proprio loro che dei francesi hanno sempre criticato lo sciovinismo. Immagino che li lasceranno lì per un po', ma non troppo. Perché poi cominciano gli Europei di calcio. Ma per il momento: "Vive la République et vive la France".

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