Alfredo Ferrante
Tantopremesso
17 Novembre Nov 2015 1351 17 novembre 2015

Il razzismo dopo i fatti di Parigi

Dopo i tragici fatti di Parigi, Khalid Chaouki, deputato del PD nato in Marocco e cresciuto in Italia dall’età di due anni, ha sentito il dovere, da musulmano e rappresentante delle Istituzioni di questo Paese, di rappresentare lo sdegno e la condanna per la strage compiuta dai fanatici che si ispirano alla ideologia del cosiddetto Stato Islamico, rilanciando la necessità di un’azione diplomatica congiunta e un sempre maggiore sforzo per l’integrazione, rifiutando ogni ambiguità da parte delle comunità musulmane. Ebbene, la sua pagina Facebook e il suo account Twitter sono stati letteralmente inondati da insulti e intimidazioni d’ogni genere: dal “fuori da casa mia”, a “è finito il tempo per voi cammellari” e “in Africa a calci in culo”. Fino a vere e proprie minacce di morte. Non è purtroppo una novità: da sempre Chaouki – come, d’altronde, Cécile Kyenge - è oggetto di insulti a sfondo razzista da parte dei professionisti dell’odio social, sia per il colore della sua pelle che per la sua religione: oggi, dopo le stragi di Francia, gli attacchi riprendono vigore e devono preoccuparci molto. Per più di un motivo.

In primo luogo perché dimostriamo, ancora una volta, di non sapere tenere sotto controllo la pancia razzista della nostra società. Non tanto perché cento o mille idioti vomitino insulti irripetibili contro qualcuno in quanto nero o per qualsiasi altro motivo, ma perché su questo si è registrata e si registra ancora troppa timidezza della politica. È ora di dare un taglio alle invettive contro stranieri, musulmani o neri la cui violenza intrinseca non viene affatto arginata dalle successive precisazioni e correzioni di rotta di rito. Sta alla politica avere la testa e la visione di ampio respiro per confinare ogni manifestazione di estremismo che non fa che acuire la tensione sociale interna, soprattutto se per giochi politici di piccolo cabotaggio.

Questo - e siamo al secondo motivo - vale soprattutto oggi, quando si innesca un gioco pericoloso in cui rischiamo di essere gli utili idioti di una strategia del terrore attentamente pianificata e guidata da una ideologia assolutista che stentiamo a comprendere. Attaccare chi promuove e rappresenta l’integrazione è prima di tutto un assurdo logico, dato che costoro rappresentano i nostri migliori alleati nel far fronte contro chi desidera innanzi tutto distruggere il nostro stile di vita. Ed anzi, annacquare le cose positive compiute in materia di integrazione nel nostro Paese fornirà maggiori spazi a coloro che fanno del proselitismo presso gli scontenti e gli emarginati la loro arma più efficace. E, sia chiaro, non c’è muro che tenga di fronte ad un fenomeno migratorio, per molti versi drammatico, che va governato con la dovuta attenzione ai diritti umani e con la cooperazione internazionale (richiamo, a questo proposito, le condivisibili proposte di Galli della Loggia espresse sul Corriere qualche tempo fa). Senza speculazioni sull’intollerabile equazione rifugiato uguale potenziale terrorista.

Il rigurgito razzista degli ultimi giorni, infine, deve almeno servire a ricordarci che l’Italia, con tutti i suoi inenarrabili difetti, è uno Stato democratico, che ha conosciuto nella sua storia le leggi razziali ma che oggi è membro fondatore dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, e che nell’Europa dei lumi tiene forti le sue radici. Proprio, dunque, perché abbiamo il dovere di difendere la civiltà europea e le sue conquiste, non possiamo e non dobbiamo cedere sui principi di eguaglianza e solidarietà che ne costituiscono le basi indefettibili. Non comprendere, fra le molte, queste ragioni di buon senso rischia di indebolirci come comunità – Italiana ed europea – e renderci vulnerabili. È un lusso che non possiamo permetterci.

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