Francesco Floris
Occident Ex-Press
18 Novembre Nov 2015 1713 18 novembre 2015

Elogio della normalità dopo Parigi: non un fotografo fermato per la barba incolta o mia madre che mi implora di disertare i teatri

Terrore Parigi

Prima istantanea: Milano, piazza San Giovanni, Basilica di San Giovanni Battista in Trenno. Un fotografo è davanti alla chiesa a fare gli scatti della facciata – per passione o per lavoro non importa. Il fotografo ha la barba lunga e incolta, come metà dei fotografi di questo mondo.

I carabinieri lo fermano e parte uno scambio surreale

Carabinieri: «Scusi lei, cosa sta facendo?»

Fotografo: «Guardi sono un fotografo e come ben esemplificato dal nome della mia professione, faccio delle foto»

Carabinieri: «Da dove viene?»

Fotografo: «Da Cassano D’Adda, verso la bergamasca»

Carabinieri: «Ma è italiano?»

Fotografo: «Sì, perché?»

Carabinieri: «Ah vabbè allora tutto a posto»

Fotografo: «Ah certo, giustamente ho la barba folta, sto fotografando una chiesa... capisco»

Carabinieri: «Non si sa mai, non si mai, con i tempi che corrono».

Le forze dell’ordine ci faranno sapere in seguito quanti terroristi reo confessi, travestiti da Steve McCurry, hanno sgamato con queste splendide operazioni sotto copertura.

Seconda istantanea: domenica 15 novembre, Milano, piazza della Scala. Sto andando al Teatro dei Filodrammatici per vedere uno spettacolo dove recita una mia amica/flirt che mi ha invitato e procurato il biglietto scontato. Non ho ancora capito se ci sono andato per flirtare o per il biglietto a cifra ridotta. Sarà la terza volta in quattro anni che vado teatro. Prima di entrare vengo raggiunto da una telefonata di una parente stretta – diciamo mia madre.

Madre: «Che stai facendo?»

Io: «Vado a teatro a vedere uno spettacolo di un’amica»

Madre: «Non mi sembra il caso in questi giorni, adesso attaccano proprio i luoghi della nostra vita quotidiana, del nostro intrattenimento»

Io: «Non vado a teatro da anni, il palcoscenico è la cosa meno quotidiana della mia vita».

Mia madre è un’ex fricchettona sinistroide, tollerante e pacifica, che con l’età è diventata apprensiva e si è convertita al grillinismo.

Le garantisco che prima di entrare e assistere allo spettacolo perquisirò personalmente tutti gli avventori del Teatro dei Filodrammatici, le poltrone potenzialmente imbottite di esplosivo, le assi del palcoscenico e i camerini degli attori – ammesso che li abbiano, la compagnia è molto brava ma sono tutti attori emergenti con disponibilità economica limitata.

Terza istantanea: Milano, è la notte fra il 17 e il 18 novembre. Non riesco a dormire, ormai da giorni, e in qualche modo questa insonnia è legata ai fatti di Parigi: non ai morti, più che altro alle nostre reazioni, al doverne parlare per forza – come se il resto del mondo, gli ospedali, le carceri, gli studenti, le tasse, Salvini, le start up non esistessero più, fossero state cancellate. Accendo la televisione su Rainews24 e mi guardo le prime pagine dei giornali di oggi. Poche ore prima è stato evacuato lo stadio di Hannover per un allarme bomba. I giornali titolano e scrivono tutti su quel fatto: “I bastardi ci riprovano” oppure “Volevano un’altra strage”, “Gli stadi svuotati dalla paura”, “Germania, l’incubo dell’Is”, “Il terrore scuote la Germania” – e via dicendo, tutti uguali.

Piccolo dettaglio: l’esplosivo – quello che secondo l’informativa dei servizi era nascosto in un camioncino camuffato da ambulanza fuori dallo stadio – non è stato trovato. Né 24 ore fa né, a quanto si apprende, nel momento in cui sto scrivendo. Il conduttore di Rainews24 dice: «Da oggi è certo che la Germania sia fra gli obiettivi». Io questa certezza non ce l’ho visto che l’esplosivo non è stato trovato, ma sono contento di avere dei media che mettono punti fermi dinnanzi al nostro spaesamento generale.

Riflessione: stiamo dando fuori di matto. Non è così originale, me ne rendo conto, ma è necessario prenderne atto.

Da giornalista (o insomma, da persona che pubblica su un giornale) rivendico il diritto a non scrivere e non parlare, nemmeno per vie traverse, di Parigi. Non ne ho la competenza, di solito mi occupo di case popolari, di autostrade mai terminate, delle “affascinanti” primarie del centrosinistra milanese, qualche volta della condizione dei richiedenti asilo nei nostri centri. Forse non ho nemmeno la forza morale, l’energia necessaria in questi casi o l’autostima per dire «sì, anche di questo posso scrivere senza dire cialtronate». Ci sono persone che hanno studiato tutta la vita per poter scrivere di Parigi e di Isis con cognizione di causa – possiamo anche demandare a loro qualche volta il compito di informare.

Rivendico il diritto a continuare ad occuparmi degli sfrattati o di Pisapia, perché sempre sfrattati e Pisapia rimangono, se anche a Parigi saltassero in aria due milioni di persone.

Eppure alla fine l’ho fatto: ieri ho scritto in qualche modo di Islam, dopo giorni in cui volontariamente mi nascondevo, ho arrabattato un articolo discreto. Mi è stato chiesto di farlo e non avuto il coraggio di dire di no. Perché? Per fare bella figura, per avere uno stipendio un po’ più alto a fine mese, per non deludere il mio datore di lavoro.

Da cittadino (da persona che è meglio) rivendico un altro diritto: quello a non aver provato nulla venerdì sera alla notizia dei morti, dei colpi di kalashnikov, di Hollande evacuato dallo Stade de France. Non ho provato empatia, disperazione o paura – anzi mi ha fatto sorridere il giornalista di Rainews24 (o il tecnico in studio) che in un fuori onda col microfono aperto, durante la diretta, dice: «Stasera famo l’una e mezza». Hanno fatto più tardi dell’una e mezza effettivamente.

La notte ho soltanto scritto un messaggio a un’amica che sapevo essere a Parigi – in realtà ne avevo altri nove di amici lì, ma me ne sono dimenticato. Le ho scritto più perché sapevo di doverlo fare – sembra brutto, l’ho fatto quasi per posa – ma con la convinzione che non le fosse successo nulla.

Non ho provato nulla venerdì sera come non provo nulla quando arrivano le notizie da Beirut o quelle sui massacri di Boko Haram – ne capisco razionalmente l’importanza, ma a livello emotivo non sento assolutamente niente. E trovo che questo sia normale, a meno di non voler vivere in una valle di lacrime, in cui all’arrivo delle news provenienti dal mondo – generalmente macabre – si scoppia tutti insieme a piangere, si fanno manifestazioni e cortei di solidarietà, si depositano corone di fiori in piazza Fontana, o in Darsena, come vi pare. Trovo che sarebbe uno scenario un po’ caotico, sicuramente poco produttivo.

In buona sostanza rivendico il diritto alla normalità: ad essere incazzato in coda al supermercato per la lunghezza della fila, non per presunte barbe detonanti accanto a me. Rivendico il diritto ad andare a teatro quando e come mi pare. Non perché «quello è il luogo della bellezza che stanno attaccando per colpirci», come ho dovuto leggere sui profili di qualche bohémien troppo cresciuto. Nemmeno perché quello è il cuore della nostra civiltà – affermazione che peraltro è una cazzata – ma solo perché mi ci ha invitato una ragazza con cui vorrei provarci e che ha fatto il nobile gesto di trovarmi il biglietto scontato a 5 euro.

Lo spettacolo teatrale peraltro era molto bello, parlava dell’ossessione del successo con un bel mix di ironia, caricature e realismo allo stesso tempo – nulla di stravolgente ma finalmente qualcosa di normale.

Sono morto dalle risate anche se 48 ore prima erano morte realmente delle persone. E rivendico il diritto a fare anche questo.

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