Piero Cecchinato
Specchi e allodole
19 Novembre Nov 2015 1700 19 novembre 2015

Cosa pensano gli islamici dell'Islam: il più grande sondaggio mai realizzato

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COSA SAPPIAMO DELL’ISLAM?

Dopo il disorientamento, il cordoglio, l'incazzatura, volevo fermarmi a riflettere. La prima cosa che ho realizzato è che dell'Islam non so praticamente nulla.

I libri rimangono un ottimo inizio. Ho quindi acquistato “Tutto quello che dovresti sapere sull'Islam e che nessuno ti ha mai raccontato”, curato da un professore di studi islamici presso la Georgetown University (John Esposito) e dalla direttrice del Centro Studi Islamici di Gallup, già consulente della Casa Bianca (Dalia Mogahed).

Nonostante il titolo un po' imbarazzante (l'originale inglese è "Who speaks for Islam", che potremmo tradurre con "Che pensa la maggioranza degli islamici"), si tratta di un ottimo approccio, perché riporta i risultati del più grande sondaggio d'opinione condotto da Gallup negli ultimi anni fra il popolo musulmano. Si parla di un campione rappresentativo di circa il 90% del miliardo e trecento milioni (quantità risalente al tempo del sondaggio, oggi la popolazione è cresciuta) di musulmani del mondo.

Va detto che il libro arriva tardi in Italia, essendo uscito nel 2008. Lo stesso sondaggio curato da Gallup venne condotto dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001 per poi venire aggiornato nel biennio 2005-2007.

Va però anche detto che Gallup, autorevole istituto di ricerca americano, ha condotto negli anni altri studi sull’Islam, i cui risultati non si discostano da quelli del sondaggio di cui tratta il libro, che ben può essere ritenuto anche oggi un utile strumento di lettura dei problemi a cui siamo di fronte.

L’ISLAM COME REALTA’ INFINITAMENTE COMPLESSA

La prima cosa che si impara è che l'Islam è una realtà molto complessa e frastagliata.

I musulmani appartengono a diverse nazioni, culture e gruppi etnici o tribali. Parlano lingue diverse e hanno abitudini differenti. La maggior parte di loro vive in Asia ed in Africa, mentre è arabo solo un quinto dei musulmani del pianeta. Milioni di musulmani, inoltre, risiedono in Europa, in Canada e negli USA.

Alla divisione confessionale fra sunniti (la maggioranza ) e sciiti (la minoranza) si affianca la divisione fra gli sciiti in tre diverse grandi correnti: zaiditi, ismailiti e duodecimani.

Come le altre religioni, l’Islam ha diverse teologie e scuole di pensiero, spesso in contrasto fra loro.
L’Islam non ha invece una rappresentanza unitaria. Non ha una Chiesa, come sentiamo dire.

Infine, i musulmani possono essere osservanti o meno, conservatori o riformisti, laici, tradizionisti, fondamentalisti o radicalisti.

LE DIVERSE INTERPRETAZIONI DEL JIHAD

Come gli autori del volume ci spiegano, le diversità di vedute sul concetto di "jihad" sono emblematiche del carattere variegato del mondo islamico.

Nel Corano l'espressione jihad significa “sforzo” e non è mai associata al concetto di "guerra santa" (che per molti musulmani intervistati da Gallup è stato inventato dai cristiani al tempo delle crociate).

Nel Corano il concetto di jihad sta a significare prima di tutto lotta interiore di elevazione morale. Nei confronti degli altri il concetto di jihad è tracciato invece in chiave difensiva.

"Combattete per la causa di Dio contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono" dice il testo sacro (2:190).

Nel Corano ci sono però anche versi ben più duri, detti anche "versi della spada", in cui si invoca l'uccisione degli infedeli. Questi versi furono utilizzati dai califfi per legittimare le loro mire espansionistiche. Si disse che i versi della spada abrogavano i precedenti versi sulla jihad in chiave difensiva.

Oggi il concetto di jihad continua ad avere interpretazioni differenti. Lo studio di Gallup citato nel libro, ad esempio, ha appurato che in quattro nazioni arabe (Libano, Kuwait, Giordania e Marocco) la risposta più frequente alla domanda "cosa rappresenta per te il jihad" è "adorazione di Dio", mentre in tre paesi non arabi (Pakistan, Iran e Turchia) per considerevoli minoranze jihad significa "lotta contro i nemici dell'Islam".

Sia esso una battaglia spirituale dell’anima od una battaglia reale, il jihad denota però sempre qualcosa di positivo ed eticamente giusto, per cui, come gli autori ci ammoniscono, “definire gli atti terroristici “jihad” rischia non soltanto di offendere milioni di musulmani, ma anche di fornire agli estremisti un vantaggio morale a cui aspirano in modo disperato”. Una legittimazione che non meritano.

RELIGIONE E TERRORISMO

Lo studio di Gallup appare particolarmente illuminante rispetto al rapporto fra terrorismo e religione.

Per gran parte dell’opinione pubblica occidentale il terrorismo globale è attribuibile all’Islam in sé, considerato come religione violenta e militante. Gli stessi terroristi islamici sarebbero tali in quanto persone particolarmente religiose.

Si arriva così, solitamente, a ritenere che sia la stessa concezione della vita descritta nel Corano ad essere incompatibile con la nostra. L’idea che l’Islam sia una religione in sé pacifica oggetto di travisamento da parte degli estremisti sarebbe quindi fuorviante, se non una pericolosa fantasia.

Prova di ciò sarebbe il fatto che il Corano è pieno zeppo di passaggi implacabili nei confronti dei non musulmani (la Bibbia non è tanto da meno, a dire il vero, ma questa non è la sede oggi per trattarne).

Orbene, è innegabile che il linguaggio religioso ed il simbolismo usati dai terroristi tendano oggi a collocare la fede in primo piano.

Ma la fede personale è davvero direttamente implicata nel terrorismo?

Secondo Gallup i dati affermerebbero il contrario. L’istituto ha chiesto a chi ha giustificato gli atti terroristici dell'11 settembre ed a chi li ha condannati le ragioni di tali posizioni.

Le risposte contraddicono le opinioni tradizionali. Per esempio, in Indonesia, paese a più larga maggioranza musulmana, molti di quelli che hanno condannato il terrorismo lo hanno fatto proprio per motivi religiosi, citando anche un famoso versetto del Corano (“Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera . E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità”, Corano 5:32).

D’altra parte, non una sola persona intervistata in Indonesia fra coloro che hanno giustificato gli attentati del’11 settembre ha citato il Corano per sostenere le sue ragioni.

Anzi, le motivazioni degli estremisti sono apparse profondamente “laiche” e “pratiche”. La risposta dei più è stata: “l’amministrazione statunitense controlla troppo gli altri Paesi, sembra una nuova colonizzazione”.

La conclusione inevitabile è che le ragioni principali di chi giustifica il terrorismo sono tutte politiche e hanno poco a che vedere, in realtà, con la religione.

Per gli autori del libro la religione oggi sarebbe quindi solo lo strumento più efficace. Così come negli anni ’60, ai tempi del presidente egiziano Nasser, lo fu il nazionalismo arabo. La stessa O.L.P. nacque come movimento fermamente laico e si servì abbondantemente di una laica retorica nazionalista per giustificare atti di violenza contro Israele ed il reclutamento degli attivisti.

PERCHE’ L’ISLAM SEMBRA APPOGGIARE IL TERRORISMO?

Se il rapporto fra musulmani e terrorismo non trova la sua vera ragione nella religione, perché allora sembra che tale appoggio sia più diffuso nell’Islam?

Gli autori si chiedono anzitutto se sia veramente così, dal momento che per un altro sondaggio, risalente al tempo della chiusura di quello Gallup, solo il 46% degli americani pensava che attacchi intenzionali contro i civili non siano mai giustificati, mentre il 24% riteneva questi attacchi spesso o talvolta giustificati. Percentuali superiori di condanna assoluta sono state registrate invece in Indonesia, Pakistan, Iran e Bangladesh.

I sondaggi indicano che per la maggioranza dei musulmani il terrorismo è considerato un atto di un “gruppo di non appartenenza” (outgroup), come qualsiasi altro crimine violento.

Se aggiungiamo che 9 musulmani su 10 risultano moderati e che su molti temi gli islamici la pensano come gli occidentali (corruzione, democrazia, estremismo), la conclusione che fa del terrorismo un figlio dell’Islam rischia di essere sbagliata e fuorviante, portando a soluzioni errate.

Guardando in faccia la realtà, Esposito e Mogahed ammettono però le difficoltà del dialogo fra Islam ed Occidente. Se il divario fra le rispettive percezioni dei musulmani e degli occidentali continua ad essere piuttosto rilevante, se una minoranza comunque molto agguerrita e pervicace continua ad affermarsi con posizioni politiche radicali e se il 7% dei radicalisti (circa 90 milioni di musulmani al tempo dei sondaggi) continua a sentirsi dominato, invaso e disprezzato, “l’Occidente avrà scarse, se non nulle possibilità di cambiare le opinioni di questi estremisti” secondo i due autori.

COSA TEMONO I MUSULMANI DELL'OCCIDENTE

Ciò che invece accomuna moderati e radicalisti è il sentimento religioso, che però appare come una comune premessa che poi porta a conclusioni diverse.

Lo studio spiega che il principale catalizzatore del radicalismo è lo spettro della dominazione e dell’occupazione politica, visti dagli islamici come minaccia per la propria identità culturale (porre fine alle ingerenze e interferenze negli affari interni, alla colonizzazione ed al controllo delle risorse è la risposta più frequente alla domanda: “cosa può fare l’Occidente per migliorare i suoi rapporti con l’Islam”).

La stragrande maggioranza di coloro che professano opinioni radicali ed opinioni moderate (rispettivamente il 94% ed il 90%) sostiene che la religione e la cura della propria identità culturale siano una parte importante della propria vita. E non esistono differenze fra i due gruppi nemmeno nella frequentazione delle moschee.

Tuttavia, i radicalisti si distinguono nettamente dai moderati per la maggior enfasi posta sui principi etico-spirituali. Quasi i due terzi dei radicalisti conferisce infatti priorità assoluta alla fedeltà verso i valori morali e spirituali dell’Islam.

Le differenze riguardano in particolare gli atteggiamenti di questi due gruppi rispetto alla preminenza, al coinvolgimento ed al livello di politicizzazione da attribuire ai principi religiosi nella vita sociale.

Ed è anche su queste differenze che va combattuta oggi la battaglia contro il terrorismo.

Quello che l’Occidente non può permettersi è di limitarsi a valutazioni semplicistiche o non pertinenti. Non ci si può permettere di non indagare a fondo la reale natura di certi fenomeni. Non certo per amore di verità, ma perché ne va della nostra sicurezza.

Piero Cecchinato

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