Stefano Grazioli
Gorky Park
23 Novembre Nov 2015 1138 23 novembre 2015

Ucraina, la rivoluzione fallita

Due anni dopo Euromaidan l'Ucraina non ha ancora trovato la via della rinascita. Via Askanews/Rassegnaest

La rivoluzione partita alla fine di novembre 2013 e conclusasi con il bagno di sangue e la fuga del presidente Victor Yanukovich nel febbraio 2014 ha fatto precipitare l'ex repubblica sovietica verso il baratro. La situazione politica interna è altamente instabile, la faide tra oligarchi che hanno caratterizzato da subito la transizione iniziata dopo il regime change proseguono senza sosta, la corruzione continua a dilagare, l'economia è al collasso e solo gli aiuti internazionali hanno evitato il default, senza contare che il conflitto del Donbass semi-congelato è pronto a riesplodere e il fatto che la Crimea è stata annessa dalla Russia. Secondo gli ultimi sondaggi del Razumkov Center di Kiev il 66% degli ucraini ritiene che il paese stia andando nelle direzione sbagliata. L'Ucraina lacerata del 2015 sta decisamente peggio di quella del 2013, l'Europa rimane comunque lontana, la Russia inevitabilmente vicina, e se la relativa recente stabilizzazione economica sotto il controllo del Fondo monetario internazionale ha evitato il disastro risparmiando altri drammi per la popolazione, il quadro complessivo rimane decisamente a tinte fosche.

Vincitori e vinti

Il 21 novembre 2013 iniziarono a Kiev le proteste contro la comunicazione ufficiale fatta dal governo ucraino di non sottoscrivere l'Accordo di associazione con l'Unione Europea. In realtà la decisione del presidente Victor Yanukovich di sterzare verso Mosca era nell'aria dopo che per mesi il capo di Stato aveva risposto picche all'ultimatum di Bruxelles che voleva la liberazione di Yulia Tymoshenmko in cambio della firma. Quando alla vigilia del summit di Vilnius il premier Mykola Azarov annunciò in maniera scontata che Kiev non avrebbe accettato il compromesso e l'eroina della rivoluzione arancione sarebbe rimasta così in galera, nella capitale una folla europeista riempì Piazza dell'indipendenza (Maidan Nezalezhnosti). Nel giro di pochi giorni lo scontro tra dimostranti e governò si acuì e la protesta contagiò altre città, nel centro e nell'ovest del paese, mentre l'est rimase quieto a fianco del presidente, supportando la svolta verso la Russia. Ben presto il duello divenne politico, l'Unione Europea e gli Stati Uniti entrarono in campo a fianco dell'opposizione costituita dal partito della Tymoshenko, ancora in dietro le sbarre e guidato da Arseni Yatseniuk, da Udar (Colpo) di Vitaly Klitschko e dai nazionalisti di Svoboda (Libertà) trainati da Oleg Tiahnybok. Alle spalle di questi, tra i maggiori finanziatori della rivoluzione, gli oligarchi Petro Poroshenko e Igor Kolomoisky. Dopo il sanguinoso epilogo di Maidan e la dissoluzione forzata del clan Yanukovich, il controllo del Paese venne assunto direttamente dai vincitori: Yatseniuk diventò subito premier, nel giro di un paio di mesi Poroshenko arrivò alla presidenza e Klitschko conquisto la poltrona di sindaco di Kiev, Kolomoisky venne nominato governatore a Dnipropetrovsk.

Nulla è cambiato

L'annessione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e la guerra del Donbass avviata nell'aprile dello stesso anno hanno poi inchiodato il Paese al passato, senza che i nuovi arrivati al potere abbiano potuto realizzare le promesse di cambiamento lanciate dalle barricate di Kiev due anni fa. L'Ucraina è rimasta ancorata ai vecchi meccanismi viziosi, con gli oligarchi a dettare legge e una classe politica trasformista incapace di realizzare fondamentali e necessarie riforme. La rassegnazione degli ucraini si è concretizzata con l'aumento progressivo della sfiducia nei confronti di Porohsenko (solo 16% a favore) e Yatseniuk (1%) e con la bassissima affluenza alla urne nelle recenti elezioni amministrative (34%), dove sono stati i partiti dell'opposizione, quelli legati agli eredi di Yanukovich e agli oligarchi entrati in conflitto con il presidente, Kolomoisky prima di tutti, a rilanciare paradossalmente le domande di rinnovamento. Anche il magnate numero uno del Donbass, Rinat Akhmetov, rimane un attore fondamentale nemmeno troppo dietro le quinte. Il governo di Yatseniuk, tra mini crisi e rimpasti, è ancora in piedi solo perché ad esso ora non c'è alternativa e al blocco di potere attuale non convengono ora elezioni politiche anticipate. Grande attesa c'è a Kiev per le votazioni di dicembre alla Rada che riguarderanno le modifiche costituzionali e lo status del Donbass come previsto dagli accordi di Minsk. Se presidente e governo non riusciranno a mettere insieme i due terzi della maggioranza necessari per l'approvazione, una nuova crisi potrebbe sfociare con elezioni politiche a primavera 2016.

Gli scenari

Se nel corso degli ultimi due anni in Ucraina nulla è cambiato, per il futuro le prospettive non sono rosee. Molto dipenderà da quanto i poteri forti decideranno realmente di fare per il cambiamento del sistema politico ed economico. Sin ad ora poco è accaduto, anche perché il problema del paese è in parte quello della mancanza di una legislazione adeguata ed efficiente, ma soprattutto quello del rispetto di essa. L'Ucraina rimane secondo Transparency International il paese più corrotto d'Europa, al 142esimo posto su 175 paesi al mondo. La crociata per la de-oligarchizzazione sbandierata dal presidente oligarca si è arenata naturalmente ancor prima di salpare. Le due rivoluzioni, quella del 2004 e quella del 2014, sono state in parte solo tali perché le teste tagliate sono state davvero poche e gli attori sul palcoscenico sono rimasti con poche eccezioni sempre gli stessi. Anche il fatto che l'ex repubblica sovietica sia diventata teatro di uno scontro tra Russia e Occidente non ancora risolto non fa certo ben sperare. I confini fissati con la dissoluzione dell'Urss nel 1991 sono stati modificati e la Crimea è de facto persa. Per Kiev, nonostante la firma dell'Accordo di associazione con Bruxelles che ha un grande valore simbolico, ma non spalanca le porte per l'entrata effettiva nell'Unione, l'Europa rimane molto lontana; i dossier aperti con l'ingombrante vicino russo sono inoltre diversi, a partire da quelli economici ed energetici in particolare. La guerra nel Donbass rimarrà per lungo tempo une ferita aperta difficilmente rimarginabile, sia dal punto di vista politico che economico, su cui peserà il destino dell'Ucraina già smembrata.

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