Dario Russo
Babele
24 Novembre Nov 2015 1351 24 novembre 2015

Dal codex al web, come la tecnologia trasforma la società

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L'avvento di internet viene considerato come un’innovazione destabilizzante e rivoluzionaria, ma è altrettanto vero che nel corso della storia ogni innovazione tecnologica ha sviluppato dei cambiamenti sociali ed economici portentosi che possono essere altrettanto epocali.

Partendo dalle origini, basti pensare al passaggio dal papiro al codex. Prendiamo un testo come il Talmud babilonese, guardate all’immensità di ciò che è stato scritto e ragionate sulla difficoltà di poter maneggiare i grandi rotoloni di papiro: di certo un’impresa ardua. Fu così che dal papiro si passò al codex. Il codex venne introdotto dai romani e portò gradualmente alla sostituzione del rotolo. Il codex viene considerata l’innovazione più importante nella storia prima dell'invenzione della stampa. Compattezza, robustezza, facilità di riferimento (un codice è ad accesso casuale, al contrario di un rotolo di papiro che è ad accesso sequenziale). Dal rotolo di papiro, alle tavolette di legno ricoperte da uno strato di cera, fino all’uso della pergamena. Fu così che il formato codex portò nella società una delle prime grandi innovazioni. Non è un caso che questo formato venne utilizzato per la Bibbia creando il “successo” del cristianesimo che ha usufruito al meglio di questa tecnologia. Il cristianesimo nasce nel momento il cui «il verbo si fece carne», ossia nel momento in cui Cristo scese in terra e annunciò la parola di Dio. La parola di Dio, annunciata da Cristo, diede lo sviluppo del nuovo testamento; con l’unione del vecchio e del nuovo testamento e con le prime trascrizioni, la religione cristiana - dopo che appunto il verbo si fece carne - ebbe modo di diffondersi e di riconoscersi intorno ad un libro sfruttando la potenzialità che gli altri testi sacri non avevano, ossia la tascabilità del testo stesso che poteva essere più facilmente consultato e diffuso. I cristiani sfruttarono molto anche l’uso della xilografia (dal greco ξύλον, “legno" e γράφω "scrivo"), una tecnica che prima ancora di svilupparsi in Egitto ed in Europa fu inventata in Cina. Quando si parla di xilografia, si intende l’incisione di brevi testi ma soprattutto di immagini su tavolette di legno; a questo punto non è difficile capire che una religione come quella cristiana, benché nuova rispetto alle altre religioni pienamente radicate da secoli, abbia avuto il grosso vantaggio di farsi largo per la sua modernità. A riguardo, è possibile ragionare sull’Islam e al nome Dio che non può essere né pronunciato né rappresentato, mentre il cristianesimo viene incarnato nella figura di Gesù Cristo, un uomo il cui nome può essere tramandato senza troppi problemi e la cui immagine può essere rappresentata. Ecco uno dei motivi per cui i cristiani riuscirono a vincere la sfida rispetto alle altre religioni. Ad onor di cronaca, capire quanto fosse importante che la tradizione orale prendesse forma scritta e che fosse sopratutto accessibile e duratura nel tempo, non si può non citare Giulio Cesare che secondo le parole di Svetonio: «fu il primo a decidere che gli acta diurna del senato e del popolo fossero depositati e pubblicati». A differenza della tradizione orale ellenica, Roma era innovativa anche perché i provvedimenti venivano conservati nelle biblioteche pubbliche (da qui il significato del verbo pubblicare), mentre per i casi di maggior rilievo gli atti venivano scritti sopra un album, ovvero su un muro bianco. Questo primo quadro è un primo incipit per capire quanto la tecnologia, già agli albori della storia, abbia scritto la storia stessa.

L'ERA GUTENBERG

Giunti alla prima metà del 1400 l’unica tecnica di stampa usata era la xilografia, fino a che il tedesco Johann Gutenberg non progettò lo scritto artificiale. Con un prestito di circa ottocento fiorini d’oro, Gutenberg apre una bottega e pubblica 150 edizioni di una Bibbia in latino in volumi. La grande novità? L’uso dei caratteri mobili che si susseguono uniformi sull’intero testo. Tutte le parole sono incise a rilievo e sono impresse più volte su una piastra d’ottone dov’è stato versato del piombo fuso in modo da poter ricavare tante matrici per ogni lettera che debitamente composte possono formare una pagina, salvo poi essere smontate e riutilizzate. Da quel momento in poi, per circa tre secoli l’innovazione di Gutenberg verrà usata in tutto il mondo e resterà pressoché invariata. Il lavoro degli amanuensi non sarà più necessario e lo sviluppo dell’editoria prenderà il volo a partire proprio da questa scoperta. L’importanza della diffusione della stampa ha permesso uno primo sviluppo dell’editoria con la nascita dei primi giornali e la diffusione dei libri stessi, portando ad uno crescita esponenziale della diffusione delle idee. Proprio per questo si incominciano ad intravedere le prime forme di censura. Un esempio di ciò è l’indice dei libri proibiti, un elenco di pubblicazioni vietate dalla chiesa cattolica comparso nel 1558 con Paolo IV anche se già sei anni prima era uscito un elenco di scritti proibiti ad opera del Santo Uffizio (istituito da papa Paolo III), sotto il nome di indice paolino. Tra i libri proibiti, solo per citare qualche esempio, c'erano il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decamerone di Giovanni Boccaccio e l’opera omnia di Niccolò Machiavelli. Naturalmente, la censura non risparmiò neanche la carta stampa. In Inghilterra, nel 1660, con l’avvento al trono di Carlo II Stuart, dopo l’istituzione del Surveyor of the Press che controllava e sequestrava libri e riviste, venne introdotta la Licensing Act, legge per prevenire gli abusi della stampa così detta sediziosa e senza licenza. Per tale ragione, soprattutto a Londra, cominciano a diffondersi newsletter clandestine che circolavano normalmente nelle coffee-house, locali pubblici dove erano soliti radunarsi gli oppositori di governo e corona. Nonostante la chiusura delle coffee-house nel 1676 perché «in tali case e in occasione degli incontri che vi avvengono di tali persone, diverse false, maliziose e scandalose notizie risultano inventate e diffuse, a diffamazione del Governo di Sua Mastà», la stampa illegale continuò a resistere e a diffondersi in modo ancora più capillare. Fortunatamente la censura venne abolita nel 1695 in Inghilterra, ma nel resto d’Europa, in paesi come Francia e Germania, la fine della censura si ebbe solo intorno agli anni settanta del XIX secolo. Considerando i tempi è facile capire perché proprio in Inghilterra la stampa ebbe un periodo molto fiorente, culminato con la nascita del primo quotidiano nel marzo del 1702: The Daily Courant, reso possibile dal potenziamento dei sistemi postali avvenuto a partire dal 1691. Circa un secolo dopo compare la stampa quotidiana economica (Penny press) e la pubblicità comincia a prendere piede comprendendo la potenzialità della carta stampa, tanto che già nei primi dell’800 viene diffusa la pratica del soffietto, ossia la pubblicità nascosta in articoli di informazione. L’inizio dell’era del penny press viene attribuito al The Sun, uscito per la prima volta a New York il tre settembre 1833 al costo di un penny e circa dieci anni prima possiamo definire la nascita dei primi giornali locali come il Jam-i-Jahan-Numa (rivista di Calcutta del 1822 in lingua persiana). Nel 1840 il primo ufficio stampa, quello di Phineas Barnum, gestore di un famoso circo statunitense, mentre l’aumento esponenziale delle copie stampate ebbe un vistoso aumento grazie all’invenzione della rotativa brevettata nel 1847.

L'AVVENTO DEL TELEGRAFO

I primi esperimenti di un sistema telegrafico si ebbero verso la fine del settecento grazie a Claude Chappe che con l’aiuto del fratello, presenta nel 1793 al pubblico il modello definitivo di telegrafo ad asta. Fu così che si ebbe una prima linea nel 1794 tra Parigi e Lilla e nei decenni successivi si sviluppò una fitta rete di segnalatori telegrafici che collegavano Parigi con le zone periferiche della Francia. In seguito, circa due anni dopo, lo scienziato tedesco Franz Karl Achard costruì un telegrafo ottico sperimentandolo tra Spandau e Berlino. Negli Stati Uniti, in seguito alla scoperta dell'oro in California nel 1848, si sviluppò un sistema di corrieri specializzati nel collegamento tra la costa atlantica e pacifica: il Pony Express, istituito nel 1860. La richiesta di comunicazione era elevata e vennero elaborati nuovi sistemi telegrafici anche se i risultati furono poco soddisfacenti. Per la vera evoluzione bisognerà aspettare Samuel Morse e il suo codice, che permise di codificare le lettere alfabetiche in sequenze di impulsi di diversa durata (punti e linee). Morse riuscì a brevettare l’invenzione negli Stati Uniti ottenendo il supporto governativo e fu così che il 24 maggio del 1844 si otterrà la prima trasmissione ufficiale tra le città di Washington e Baltimora. In breve tempo il sistema comincia a diffondersi in ogni continente formando una fitta rete, grazie anche a ulteriori perfezionamenti quali l'introduzione degli isolatori in vetro o ceramica, il filo di rame al posto del ferro ed il sistema duplex, che consentirono di aumentare la lunghezza delle tratte ed aumentarne l'efficienza. Il passaggio definitivo per affermare l’uso di tale strumento lo si dovrà al primo telegrafo senza fili. Nel giugno del 1896, Guglielmo Marconi deposita il brevetto di un efficace sistema di telegrafia senza fili che gli consente di inviare segnali attraverso l'Atlantico nel dicembre del 1901, fu così che nascerà la radio. Le prime radio non erano ancora in grado di trasmettere la voce ma erano ideali per il codice Morse. Per poter capire ancor di più l’importanza del telegrafo basti pensare che ad esso si deve la nascita delle agenzie di stampa con un consequenziale abbattimento dei tempi per la circolazione delle notizie e quindi anche alla pubblicazione delle stesse.

I COMPUTER E LA RETE TELEMATICA

Durante l’esposizione del Bema Show di New York, nell'ottobre 1965, viene presentato l'Olivetti Programma 10, ossia una macchina da calcolo per uso personale, da qui la nascita dei primi computer. Nel 1969 invece abbiamo la prima rete telematica (Arpanet) in uso alle forze armate statunitensi. Nel 1972 la nascita del primo programma per la gestione della posta elettronica. Da queste date c’è una costante evoluzione nel campo dell’informatica come la nascita dei videotex, diffusi tra la fine degli anni settanta e metà anni ottanta. Il videotex è stato a livello mondiale, il primo esempio di rete per la diffusione di dati ad essere visualizzati su un schermo. Il primo tentativo di lanciare un servizio che sfruttasse tutti i possibili utilizzi del videotex fu elaborato nel Regno Unito a partire dal 1970 grazie all’impegno prima della BBC e poi della British Telecom. In Francia invece il videotex si diffuse sotto il nome di minitel a partire dal 1982. In Italia, il sistema che ebbe il nome di videotel tardò a decollare e fu completamente superato dalle tecnologie successive. In periodo di monopolio, la SIP applicò la tecnologia videotel che partendo dagli enti pubblici si sarebbe dovuta diffondere anche tra i privati. Gli esiti però non furono positivi soprattutto per motivi tariffari poiché il servizio venne impostato con canoni troppo elevati rispetto alle effettive potenzialità del mercato e fu così che il progetto venne abbandonato in modo definitivo nel 1994. Negli anni in cui si diffondeva il videotel, in contemporanea cominciavano a sperimentarsi le BBS (Bulletin Board System), ossia software per permettere a utenti esterni di connettersi tramite computer attraverso la linea telefonica, con possibilità di utilizzare funzioni di messaggistica e file sharing. Il sistema ha costituito il fulcro delle prime comunicazioni telematiche amatoriali, dando vita alla telematica di base sviluppandosi negli anni novanta. Le correnti che diedero vita ai concetti di software libero sono nati proprio con le BBS, attraverso lo scambio di software senza copyright. L’unico limite delle BBS erano le conoscenze tecniche decisamente elevate, oltre al fatto che bisognava dotarsi di attrezzature altrettanto sofisticate. In Italia, per potersi collegare si usava il telefono pagando la relativa tariffa urbana, naturalmente contattare un BBS d’oltreoceano significava pagare un’intercontinentale. Per tal ragione i BBS furono il regno di veri e propri appassionati ed esperti che diedero vita ad una generazione di hacker che crearono poi i presupposti per la nascita del world wide web che ebbe vita il 6 agosto 1991, giorno in cui Berners-Lee mise on-line il primo sito. Inizialmente internet era utilizzato solo dalla comunità scientifica, fino al 30 aprile del 1993, quando il CERN decide di rendere pubblica la tecnologia alla base del web stesso. Da questo periodo avremo la nascita dei vari portali, la diffusione del termine surfing the internet e nel 1994 ci saranno i primi siti dedicati all’e-commerce oltre al fatto che incomincerà ad entrare nei dizionari la parola blog (contrazione di web-log, ovvero diario in rete). Il fenomeno ha iniziato a prendere consistenza negli Stati Uniti intorno al 1997; per la precisione il 18 luglio 1997 è la data in cui lo statunitense Dave Winer sviluppa il software che ne permette la pubblicazione (proto-blog), mentre il primo blog è stato effettivamente pubblicato il 23 dicembre dello stesso anno da Jorn Barger, un commerciante americano appassionato di caccia che decise di aprire una propria pagina personale per condividere i risultati delle sue ricerche. Per comprendere le potenzialità del blog è bene sottolineare due casi eccezionali. Il primo riguarda la storia di Jeff Jarvis, uno scrittore e giornalista di New York che nel 2005 aveva riscontrato problemi con il suo nuovo portatile della Dell. Jeff Jarvis chiamò il centro assistenza senza avere risposte che potessero risolvere il suo problema. Un centro assistenza poco funzionale e un pc che sembrava essere un vero e proprio bidone Jarvis si trovò decisamente in una situazione esasperante, ma aveva un blog molto seguito denominato BuzzMachine e fu così che incominciò a scrivere i primi post dove raccontava la sfortunata esperienza con il pc della Dell. Siccome l’esperienza di Jarvis non era un’eccezione, ma molte altre persone si erano ritrovate nella sua stessa situazione, i post furono seguitissimi, circa 2500 commenti e migliaia di link ai post del blog di Jarvis. La cosa face così tanto clamore che la notizia rimbalzò anche sui sistemi mainstream come il New York Times e il canale MSNBC. Solo da questo momento la Dell si scusa con Jarvis, sostituisce il portatile e comincia a fare una sorta di revisione interna per valutare tutte le falle del suo sistema, portandola a rinnovare la sua linea di prodotti e ad un miglioramento della propria qualità. L’altro esempio riguarda la storia di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, un giovane ferrarese morto durante un arresto da parte della polizia. La donna aprì un blog per raccontare la sua storia, non rassegnata del fatto che il ragazzo fosse morto per overdose ma consapevole della responsabilità degli agenti. Incomincia a scrivere sul suo blog, raccoglie testimonianze, scopre nuovi fatti fino a quel momento trascurati. I media avevano tralasciato questa vicenda ma la signora Moretti, con il suo blog, riesce a mettere luce su un caso che sarebbe finito certamente nel dimenticatoio.

IL RUOLO DI GOOGLE E FACEBOOK

Ovviamente, per percepire l’impatto sociale del web nella società non è possibile non citare il ruolo dei social network, partendo in primis da YouTube, di proprietà di Google, nato per la condivisione di video. Nonostante vari problemi legali al diritto d’autore e alla censura, YouTube è uno dei social network più diffusi al mondo con delle potenzialità incredibili, visto il forte elemento di viralità. Non a caso anche le istituzioni come la Casa Bianca hanno un proprio canale, stesso discorso per la presidenza della Repubblica italiana che inaugura il suo il 31 Dicembre 2009 con il discorso di capodanno dell’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, anche se furono disattivati i commenti a differenza con quanto accade negli Stati Uniti. Tra le cose più interessanti che YouTube ha proposto, è stata la YouTube Symphony Orchestra, un'orchestra formata da musicisti selezionati mediante audizioni libere, filmate e caricate dagli utenti stessi di YouTube. L'orchestra, con la partnership della London Symphony Orchestra e di altre orchestre nel mondo, è stata fondata il 1 dicembre 2008. Le prime audizioni sono state fatte a partire dal 28 gennaio 2009; i musicisti candidati postarono su YouTube un video della loro esecuzione di The Internet Symphony No. 1, 'Eroica', composta da Tan Dun, insieme ad un secondo video di audizione. I finalisti selezionati furono votati dalla comunità. I vincitori parteciparono formando la prima YouTube Symphony Orchestra con un concerto presso la Carnegie Hall, sotto la direzione di Michael Tilson Thomas. Il concerto e le audizioni ebbero circa 15 milioni di spettatori su YouTube e anche le edizioni successive continuano ad avere un successo sconfinato. Stesso discorso per Life in a Day, un film/documentario, il cui progetto è stata la creazione del più grande lungometraggio generato dagli utenti. Il 24 luglio 2010, gli utenti di YouTube, hanno avuto 24 ore di tempo (esattamente dalle 00:01 alle 23.59) per immortalare uno spaccato della propria vita con una videocamera ed inviare il file al relativo canale YouTube. Il film completo dura 94 minuti e 57 secondi ed include scene tratte da 4.500 ore di girato disponibile in 80.000 iscrizioni provenienti da 140 nazioni. Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival il 27 gennaio 2011 e proiettato naturalmente anche in streaming su Youtube ad alta definizione e sottotitolato in svariate lingue. Il 24 gennaio 2011 la National Geographic ha distribuito il film negli Stati Uniti, mentre il 12 febbraio 2011 la pellicola è stata proiettata al 61° Festival internazionale del cinema di Berlino (Berlinale).

Parlando di social network è ovvio parlare anche di Facebook. Fondato il 4 febbraio 2004 da Mark Zuckerberg, attualmente è il più popolato social network al mondo e una risorsa unica per chi opera nel marketing. Nei piani di Facebook ci sono sempre più studi focalizzati sulla pubblicità in tempo reale facendo un’analisi dei post, degli status e dei like, in modo da capire chi siamo, cosa ci potrebbe piacere, cosa potremmo comprare e soprattutto cosa potremmo cliccare. Nonostante tutto, c’è chi invita alla prudenza e a limitare l’entusiasmo per chi crede che Facebook guiderà il commercio sul web. In uno studio della Forrester Research intitolato “Will Facebook ever drive e-commerce?” si afferma che «senza alcun successo misurabile da parte di grandi aziende nei prossimi dodici mesi, l’affermazione che il meglio di Facebook deve ancora venire, rischia di assomigliare alla credulità di chi pensa che il mondo finirà il prossimo anno». Tale scetticismo nasce sulla base dei dati raccolti in due anni per il sito Shop.org e su due dozzine di interviste di approfondimento a manager di società operanti nel ramo degli strumenti di vendita diretta attraverso Facebook (come Payvment e Alvenda) o che usano la rete sociale per generare traffico verso la propria piattaforma esterna di e-commerce. Secondo gli interpellati, la presenza sui social network si colloca all’ultimo posto in una classifica di dieci sistemi per accaparrarsi clienti. Pur essendo noti diversi casi di campagne pubblicitarie di insuccesso clamoroso su Facebook e altrettanto vero che ci sono situazioni decisamente opposte. Chi si sta muovendo bene su questo terreno è certamente Ceres (azienda danese produttrice di birre) che in virtù degli episodi teppistici da parte dei tifosi del Feyenoord a Roma, è riuscita a sfruttare Facebook con un’ingegnosa strategia di real time marketing, sviluppando un messaggo promozionale creato un in breve lasso di tempo, facendo leva sull’eccezionalità e sulla viralità di questo evento, potendolo veicolare rendendolo altrettanto virale e soprattutto d'impatto.

Intanto, tra le dispute di chi opera nel marketing, chi non ha dubbi sono certamente le persone del settore dell’informazione. Facebook ha lanciato da tempo una pagina speciale per i giornalisti chiamandola Journalists on Facebook. La pagina punta ad offrire ai giornalisti la possibilità di utilizzare gli ultimi prodotti di FB e di connettersi con una audience di oltre 500 milioni di utenti. Facebook sostiene che la pagina possa essere uno strumento professionale «per individuare argomenti interessanti e fare cronaca sul campo». Oltre a questo, si aggiunge il servizio Newswire che filtra e raccoglie contenuti notiziabili oltre ad importanti novità a cui si sta ancora lavorando. C’è infatti una possibilità che in futuro le notizie dei giornali le vedremo sempre più direttamente su Facebook, con bacheche “affittate” agli editori dove saranno ospitati contenuti e articoli, senza un rimando a siti d'informazione e domini esterni. Il social network alle testate elargirà una parte degli introiti prodotti dalla pubblicità e al momento già ci sono accordi con nomi come il New York Times, National Geographic, BuzzFeed, Guardian e molti altri, tramite l'app per iPhone Instant Articles.

L'IMPATTO DELLA RETE SUL LAVORO

Se da un lato Facebook e i social in generale sono stati per molti versi incriminati dalle aziende perché complice di distrazione per troppi dipendenti che ne fanno uso durante l’orario lavorativo, per altre società invece è stato un vero e proprio business. Un altro esempio famoso, è quello di Jive, società fondata nel 2001 a Palo Alto, in California, che dal 2007 ha iniziato a commercializzare il suo social business software. La piattaforma di Jive comprende una serie di applicazioni per connettere dipendenti e progetti di un'azienda con lo stesso sistema con cui in cui Facebook e altre comunità sul web connettono amici e conoscenti. Ogni impiegato ha il proprio profilo con la possibilità di cambiare lo status e aggiornare la pagina con una serie di informazioni sul suo background professionale, la sua area di competenza, i progetti conclusi e quelli in corso. È anche possibile caricare testi, immagini, audio e video ed invitare altri utenti alla condivisione. Come gran parte dei network, Jive consente anche di chattare con i colleghi, creare gruppi di lavoro e taggare i contenuti. Secondo Dave Hersh, ex CEO di Jive e oggi presidente del consiglio d'amministrazione, «i software di collaborazione sociale sono il cuore della nuova impresa poiché permettono agli impiegati di lavorare insieme per risolvere problemi, valutare nuove opportunità e conseguire risultati importanti». Anche se i software di collaborazione sociale sono il cuore della nuova impresa, una voce fuori dal coro su questo tema è certamente quella di Enrico Beltrami docente alla Notre Dame University (Belmont, California) che su questo tema dice: «Gli studenti della mia classe hanno il computer. Quando devono andare su Internet o fare qualche ricerca, usano i computer dell’università. Gli studenti non comprano più computer, dicono che sono so 2010! (“così duemiladieci!”) che poi vorrebbe dire vecchi. Non usano neppure Facebook, anzi non l’hanno mai usato, perché è un feticcio della mia generazione, e quindi non è “cool”, che poi vuol dire trendy. I miei studenti, come gli studenti di tante altre università americane, si stanno costruendo la loro internet personalizzata, fatta di applicazioni scaricate gratuitamente dall’Apple Store e messe in circolo e condivise con gli amici del cuore. Una internet parallela, a quella universale, accessibile a tutti. Un internet personalizzata. Tu sei uno studente che spende, come nel caso dell’università dove insegno io, circa 50 mila dollari all’anno in tasse e libri. Vuoi essere sicuro di andare bene e laurearti in tempo. Puoi sederti di fronte a un Pc e andare al sito di Knewton. Lì ti attende una delle migliori piattaforme in circolazione per accertare il tuo apprendimento. La piattaforma offre una serie di domande per aiutarti a verificare se hai capito quello che hai ascoltato in classe e studiato sui libri. È costruita su un algoritmo che “impara” man mano che immagazzina dati. Così, maggiore il numero di utenti, migliore l’algoritmo. Non solo: la piattaforma è anche in grado di adattarsi all’utente. Quindi, tutti accedono alla stessa tecnologia e la tecnologia adatta i risultati. Ma i miei studenti non usano Knewton. Preferiscono un’applicazione mobile (cioè che funziona solo su telefono o tablet) progettata da un cervello italiano in fuga a Los Angeles, Alberto Cecioni. La sua applicazione funziona come Knewton, ma in più permette un’istantanea personalizzazione dell’output. È come se tu godessi il vantaggio di un algoritmo personalizzato. La verifica è di gran lunga più accurata e le possibilità di passare l’esame (che in America non si può ripetere) maggiori. Inoltre, l’applicazione mobile ti libera dalla schiavitù della stabilità. Questa internet parallela, o rete mobile, è infatti il risultato di un’equazione a tre incognite: la personalizzazione, la mobilità, e la famosa “Nuvola”, la Cloud Computing che trattiene i tuoi dati nella rete e ti lascia in mano un terminale dal quale puoi accedere a questi dati da qualsiasi parte del mondo tu sia.(…). Questa rete non web-centrica ha preso il posto del Web 2.0 (Facebook, Twitter e gli altri social media) nel cuore e nei sogni di studenti, imprenditori e investitori di Silicon Valley. La rete mobile avrà impatti sul mercato dell’hardware (tablet invece che Pc), software (Google o Apple invece che Microsoft), memorie e schermi. Intere industrie saranno messe a soqquadro: in primis, quelle dell’intrattenimento e dei giochi, ma anche la vendita al dettaglio e dell’istruzione quello delle fotocopiatrici

Una cosa che resta sempre più certa, è che l’impatto di internet e della così detta sharing economy avrà sempre più ripercussioni sociali e tutte le nuove tecnologie rivoluzioneranno sempre più il concetto stesso di lavoro. Ad esempio, imprese come Barilla già dal 2013 adottano politiche di smart working potendo applicare sempre maggiore flessibilità sul posto di lavoro grazie al digitale e alle nuove tecnologie. L’idea di fondo è che conterà sempre molto di più la capacità dell’ottimizzazione delle ore di lavoro rispetto al numero delle stesse, portando a dichiarare addirittura a Richard Branson della Virgin che «i dipendenti dovranno decidere di andare in vacanza solo quando capiranno che la loro assenza non danneggerà le entrate dell’azienda, un altro collega o la loro stessa carriera» cercando di dare sempre più autonomia e responsabilità ai propri impiegati. Stessa politica vale per Netflix, la piattaforma statunitense che offre video in streaming, che non tiene conto dei giorni di vacanza presi dai suoi dipendenti e allo stesso tempo sempre più liberi professionisti (specialmente quelli legati a professioni del web e della comunicazione), non hanno più bisogno di un ufficio e di una location fissa per lavorare ma decidono di trasferirsi in nazioni dove il costo della vita è decisamente più basso o semplicemente più consono alle proprie esigenze, senza però abbandonare i progetti dei propri committenti che possono essere in ogni angolo del mondo. Molte di queste storie vengono ben descritte dal sito NomadiDigitali.it e l’idea di base è molto semplice, se internet abbatte il concetto di spazio e di tempo, potenzialmente si potrà organizzare il lavoro come, dove e quando si vuole. Basta solo un computer, una buona connessione, una discreta capacità organizzativa e una certa dimestichezza con il digitale.

Ovviamente questa prospettiva, oramai attualissima, nasconde anche dei lati oscuri, poiché vivremo in una società dove digitale, macchine, robot e applicazioni sostituiranno sempre di più il lavoro dell’uomo. Da un lato verrà migliorata la qualità del lavoro stesso, dall’altro saranno sempre più a rischio molte professioni con grandissime ripercussioni sulla classe media, potenzialmente aumentando la forbice del divario sociale. Pensiamo solamente alle stampanti 3D e alla possibilità che le persone hanno di poter costruire da casa gli oggetti, ragioniamo un momento ai servizi come Uber o Bla Bla Car e al car sharing per la mobilità offrendo alternative rispetto ai consueti sistemi di trasporto (non dimentichiamoci inoltre delle sperimentazioni sulle auto che si guideranno senza pilota), valutiamo come per esempio Skype sta lavorando per abbattere le barriere linguistiche con la traduzione delle chiamate in tempo reale, soffermiamoci sui progetti di e-learning e sui MOOC che rendono possibili delle classi con studenti connessi da ogni parte del mondo, magari anche con i migliori docenti al mondo dei migliori atenei, valutiamo per un momento l’adozione dei droni, spesso usati per gli usi più disparati come per il controllo delle viti in California o per le operazioni di manutenzione della flotte aeree come sta facendo EasyJet, soffermiamoci su alcuni degli articoli apparsi su Forbes, Business Insider, Huffington Post, Los Angeles Times e che sono tal volta vengono generati direttamente dai software senza il giornalista, valutiamo bene tutto questo e potremmo renderci conto una delle ragione del perché la retribuzione per un articolo di giornale sarà sempre più marginale e tendente allo zero (se non proprio zero se includiamo anche i fenomeni di citizen journalism), noteremo che il ruolo di un interprete sarà sempre meno necessario, i tassisti potrebbero essere sempre meno utili, molti lavori manuali sempre meno richiesti e addirittura la figura di alcuni docenti universitari potrebbe ridursi perché con i MOOC si sceglieranno direttamente solo le classi dei docenti migliori, tralasciando però quelle di professori altrettanto validi ma meno quotati, proprio perché uno studente non sarà costretto a scegliere un un’università basandosi tenendo conto del vincolo territoriale e sul numero chiuso. Tutto questo cosa significa che molto probabilmente la disoccupazione sarà un fenomeno molto più profondo e non solo legato al periodo di crisi finanziario. Il paradosso è che la mancanza di lavoro è generata anche dallo stesso sviluppo economico perché oramai le macchine, aiutate dalla rete e dai big data stanno sostituendo la forza lavoro umana.

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