Daniele Grassucci
Dopo Skuola
27 Novembre Nov 2015 1341 27 novembre 2015

Caro Poletti, ecco perché spararla grossa “non serve a un fico”

L’estero li accoglie a braccia aperte, l’Italia li calpesta. Salvo poi meravigliarsi di quanto sia alto il fenomeno dei cervelli in fuga nel nostro Paese. Dopo aver ascoltato la Fornero sfoderare il suo inglese più brillante nel definire i giovani italiani “choosy”, ed essere rimasti un po’ perplessi di fronte al “bamboccioni” di Padoa Schioppa, avremmo davvero preferito risparmiarci la battuta del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, al Job&Orienta di Verona: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”. Premettiamo prima di essere fraintesi. Poletti ha espresso in maniera forte un concetto che oggi esiste sul mercato del lavoro: per molte aziende contano più dei voti le competenze, soprattutto quelle trasversali che il nostro sistema formativo spesso lascia sviluppare da autodidatti. Quindi una affermazione piena di buone intenzioni, quanto di cose non dette. O peggio, forse addirittura ignorate.

Partiamo dalla prima, per esempio. Forse al ministro sfugge che attualmente riuscire a laurearsi a 21 anni nel Bel Paese, è un impresa impossibile. Calcolatrice alla mano, sono i numeri a parlare. In Italia le scuole superiori durano 5 anni, uno in più rispetto all’Inghilterra, per esempio. Tradotto in soldoni, significa che un povero studente prende la maturità nell’anno del suo 19esimo compleanno. Mettiamo poi che questo stesso studente si iscriva all’università. Nel migliore dei casi, quello in cui scelga un percorso triennale, si laureerà a 22 anni se resta in corso. Poi ci sarebbe pure la laurea magistrale, che più che un’opzione è un obbligo per sperare di trovare lavoro. Così aggiungendo altri due anni il più brillante dei nostri giovani potrebbe arrivare sul mercato del lavoro a 24 anni. In teoria. Perché in pratica, in media i neo-laureati magistrali hanno 28 anni (dati AlmaLaurea alla mano): del resto preparare non una, ma due tesi di laurea, magari con tirocinio obbligatorio, comporta i suoi tempi. Per non parlare del caso in cui lo stesso ragazzo abbia la scellerata idea di iscriversi a Medicina. Allora il suo percorso di studi si allungherebbe ulteriormente, dandogli l’accesso al lavoro non prima di aver spento 30 candeline sulla torta.

Poi ci sarebbe pure la laurea magistrale, che più che un’opzione è un obbligo per sperare di trovare lavoro. Così aggiungendo altri due anni il più brillante dei nostri giovani potrebbe arrivare sul mercato del lavoro a 24 anni

E vogliamo poi spendere due parole proprio sul sistema universitario del 3 + 2? Tempo e denaro rubati, visto che il diploma di laurea non paga. A dirlo è il rapporto Ocse “Education at Glance” presentato al Miur il 24 novembre scorso. In questo che si legge di come il tasso di occupazione di un laureato italiano sia di ben 25 punti più basso rispetto a quello di uno francese o tedesco. Aggiungiamo anche il fatto che l’Italia è l’unico dei paesi sviluppati dell’Ocse in cui un diplomato trova lavoro più facilmente rispetto a un laureato. Insomma, puoi pure esserti laureato a 21 anni (non si sa come) con 110 e lode, un neo diplomato troverà sempre lavoro prima di te.

Su una cosa il ministro Poletti ha ragione: nel nostro Paese bisogna entrare il prima possibile sul mercato del lavoro senza pensare alla media, tanto più che il voto di laurea conta solo nei concorsi pubblici.

Su una cosa il ministro Poletti ha ragione: nel nostro Paese bisogna entrare il prima possibile sul mercato del lavoro senza pensare alla media, tanto più che il voto di laurea conta solo nei concorsi pubblici. A essere importanti davvero sono le competenze, le skills, quello che sei capace di fare sul serio e che spesso l’università non insegna. Ecco perché i diplomati, magari proprio quelli appena usciti da un istituto tecnico o professionale, battono i laureati in termini occupazionali. Ma i giovani non lo sanno perché l’orientamento non si fa: non è un caso che circa la metà dei diplomati si pente della scelta fatta in terza media (AlmaLaurea dixit). Non va meglio alle superiori, dove spesso fare “orientamento” equivale a una visita o due in qualche università nel giorno della presentazione dei corsi di laurea. Che poi chissà se nei licei italiani si organizzano “gite” pure in qualche ITS, la formazione terziaria post diploma che garantisce livelli occupazionali vicini al 100% ma che oggi è accessibile solo a qualche migliaio di studenti. Forse, prima di dare addosso ai ragazzi, si dovrebbe metterli nelle condizioni di capire, scegliere, agire.

Certo, se parliamo di competenze acquisite a scuola e spendibili nella ricerca di un impiego non si può non citare la questione dell’alternanza scuola – lavoro. Lo scorso anno solo il 10% degli studenti delle superiori ha imparato qualcosa lavorando in azienda. Le cose dovrebbero cambiare con l’applicazione della legge 107, dai più conosciuta come “Buona Scuola”. Si punta tutto sull’alternanza scuola – lavoro anche nei licei, ma fino a oggi non sembra abbia riscosso molto successo. Sono tante le storie riportate dai quotidiani che hanno raccontato come molti di questi istituti non siano riusciti a trovare aziende disposte ad accogliere studenti senza competenze specifiche, di cui in parole povere non sanno che farne.

Gli studenti “con ISEE bassissimo oltre a non avere nessun supporto economico per il proprio percorso di studi, sono costretti a dover pagare anche il vitto. Questa condizione spinge gli studenti a cercarsi uno o più lavori part-time durante il percorso di studi, compromettendo così il tranquillo proseguimento della carriera universitaria

Come poi dimenticare l’ultimo “Rapporto sulla condizione studentesca” realizzato dal Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari sotto l’egida del Miur . A pagina 26 si dice chiaro e tondo che spesso gli studenti “con ISEE bassissimo oltre a non avere nessun supporto economico per il proprio percorso di studi, sono costretti a dover pagare anche il vitto. Questa condizione spinge gli studenti a cercarsi uno o più lavori part-time durante il percorso di studi, compromettendo così il tranquillo proseguimento della carriera universitaria”. Insomma, se vogliono la laurea devono pagarsi gli studi. Ergo, devono lavorare. Ed è difficile restare in corso se la sera, dopo una giornata di lavoro, devono pure mettersi a studiare per l’esame.

Il problema è che in Italia si parla senza badare ai fatti. Tanto più che a farlo sono i complici di un vero e proprio furto ai danni dei ragazzi. Perché il patto generazionale è una finzione, va detto con chiarezza. Le riforme previdenziali, quelle che dal ’90 a oggi sono state fatte “in nome dei giovani”, secondo un’intervista de Linkiesta al sindacalista della Fim Cisl, Marco Bentivogli, in realtà sono state spesate tutte sulle spalle delle nuove generazioni che, con 45 anni di lavoro regolare e continuativo, arriveranno alla pensione dopo i 70 anni. Un pensione che sarà al 45% dell'ultima retribuzione, se va bene. Senza previdenza complementare. Intere generazioni di pensionati poveri si prospettano davanti ai nostri occhi.

In ultimo, dovremmo tutti ricordarci la scellerata riforma del titolo quinto della Costituzione che ha dato alle regioni la delega sulla Sanità Pubblica. Che sì, c'entra eccome. Nel 2000 il 6% del PIL italiano era investito in Istruzione, il 3% in Sanità. Oggi la situazione si è esattamente invertita. Avremmo bisogno di circa 15 Riforme della “Buona Scuola” per raddoppiare il budget destinato all’Istruzione e alla Ricerca, oggi fermo a circa 50 mld. Solo dopo aver fatto questo investimento sui giovani senza aver visto risultati, potremmo forse, a buon titolo, divertirci ad etichettare i nostri virgulti nel modo che reputiamo più opportuno.

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