Gaetano Farina
Leggere il mondo
30 Novembre Nov 2015 2053 30 novembre 2015

Vivere in carcere: la testimonianza di don Meco

Aporti

Ne ha viste e sentite tante don Domenico Ricca; nel suo caso si può proprio dire così. Sì, perché lui è da 35 anni il cappellano del Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino, passato alla ribalta delle cronache nazionali per aver “ospitato” alcuni protagonisti dei crimini più efferati degli ultimi vent’anni della storia nera d’Italia. Era quasi doveroso, quindi, nei confronti della comunità raccontare e diffondere la ricchissima testimonianza di don Ricca come ha provato a fare la casa editrice torinese Elledici - che si ispira agli insegnamenti di San Giovanni Bosco - con un ampio libro-intervista intitolato “Il Cortile dietro le Sbarre: il mio Oratorio”, uscito nelle librerie da qualche settimana.

Un libro che, in qualche modo, rende omaggio a san Giovanni Bosco, fondatore del movimento salesiano, nella celebrazione dell’anno bicentenario della sua nascita (chi racconta è anche’egli un salesiano). Per don Bosco, infatti, le visite alle carceri di Torino furono cruciali nella scelta di privilegiare in ogni modo i poveri, rifiutando altre offerte di ministero economicamente più garantite. Una scelta quanto mai attuale che rafforza l’intuizione del suo sistema fondato sui tre pilastri della ragione, religione e amorevolezza. L’incontro con i ragazzi detenuti prima alle Carceri Senatorie di Torino nel 1841, poi alla Generala nel 1855, fu la scintilla che spinse don Bosco ad escogitare soluzioni “preventive” allo sbando in cui versavano migliaia di adolescenti delle periferie torinesi.

Ed effettivamente, nel dialogo proposto da Marina Lomunno, l’autrice del libro - brillante redattore de La Voce del Popolo -, emergono in ogni capitolo numerosi riferimenti alla pedagogia del Santo. Lo stesso don Domenico, conosciuto dalla gente come don Meco, si definisce “un prete non bigotto, non devozionista, che ha cercato di basare la sua missione specialmente sulla parola di Dio e poi, da salesiano, stando il più possibile in mezzo alla gente”.

Don Meco racconta che, prima del suo arrivo (nel 1979), al Ferrante Aporti c’era pochissimo: “abbiamo costruito pezzo per pezzo. Io mi sono occupato in particolare della parte sportiva e della scuola, data la mia esperienza di insegnante”. Sino ad arrivare alla miriade di laboratori e attività che si possono frequentare oggi dentro al carcere.
Molto interessante è l’analisi, di valore sociologico, della popolazione che ha abitato il Ferrante Aporti negli ultimi 35 anni che don Meco è in grado di offrire grazie alla sua lunga e ricca esperienza; innanzitutto è la convinzione che ogni ragazzo (detenuto) rispecchi il proprio tempo: “Quelli degli anni ’80 erano ragazzi forse più duri, più coriacei, direi con una spina dorsale, nel bene e nel male, molto più dritta ma anche capaci di tenere in piedi progettualità di ampio respiro. Poi arrivò la grande crisi negli anni ’90 con l’arrivo della droga, dell’uso massiccio del fumo e quant’altro. Quelli degli anni ’80 erano di un’altra pasta, come si dice...”. Pur non volendo indossare i panni del sociologo, Don Meco, giunge anche a sostenere che “la grande città produce più delinquenza comune, reati legati al patrimonio, micro-delinquenza insomma. Mentre dalla provincia arrivavano già in quegli anni - ndr anni ’80-’90 -, e poi inseguito ancor di più, ragazzi con alle spalle fenomeni di delinquenza gravi, con fatti e reati di sangue eclatanti, storie pesanti. I paesi producono tensioni, conflittualità nei rapporti tra le persone molto più devastanti rispetto alla città e che troppe volte sfociano in reati gravi, in fatti di sangue”.

Per don Meco è stato naturale seguire lo stile educativo dei salesiani e cioè “assumere nella mia relazione con i ragazzi un tratto di affabilità, di amorevolezza, come la chiamava don Bosco” evitando qualsiasi pregiudizio legato alla colpa giudiziaria e mettendo al centro il valore educativo dello sport. Per don Domenico, tuttavia, la chiave di svolta nella relazione con i ragazzi detenuti non sono le parole, le “prediche”, le argomentazioni, bensì interventi strutturali in qualche modo “rivoluzionari” che spezzino la routine, mandino in crisi le abitudini, in cui siano protagoniste anche le risorse che si trovano al di fuori del carcere. Non a caso, colui che offre la sua testimonianza in queste preziose pagine è riconosciuto come una grande costruttore di reti oltrepassanti le mura del carcere: è stato il duro e lungo lavoro di don Meco, ad esempio, a costruire finalmente un ponte fra personale educativo e polizia penitenziaria, due realtà che hanno sempre faticato a dialogare.

Le memorie personali del cappellano raccolte in queste pagine sono inserite nella vasta storia dell'istituzione carceraria minorile. Anche perché l’autrice aggiunge quelle degli ex direttori e degli operatori del Ferrante Aporti. Ne emerge un quadro vivo, toccante pur nella più totale discrezione dovuta, perché sono storie di ragazzi e di adolescenti che hanno bisogno di crescere senza esposizioni mediatiche inutili e dannose. Ciò che lega storie, ricordi, testimonianze, vicende, emozioni è l’esperienza di don Meco; dura e faticosa, spesso segnata dalla solitudine, come lui stesso ammette, per la difficoltà a comunicare, a farsi comprendere non solo dai detenuti e dagli operatori del carcere, ma dalle stesse istituzioni, comprese quelle religiose. Don Meco è uno che parla diretto, non conosce mezze misure e si rivela molto severo anche nei confronti di alcuni immobilismi, delle inadeguatezze, degli improduttivi buonismi, del caritatismo peloso della chiesa, delle parrocchie, dei propri confratelli: “Per me è così. Non si può sempre accontentare tutti. E bisogna anche educare i nostri uditori, in primis i superiori, i confratelli, i membri della grande famiglia salesiana, e poi i politici”.

Storie a lieto fine, ma anche drammatici fallimenti e cocenti delusioni; scarse gratificazioni, dato che quasi sempre i ragazzi sono rassegnati ad un’esistenza che sentono ormai compressa e non riescono a valorizzare gli sforzi che gli altri fanno per loro.
Una battaglia quotidiana quella di don Meco fra violenza, bullismi e “mafioserie” (come le definisce lui stesso) non solo della popolazione detenuta, nella difficoltà a comprendere mondi e culture differenti (quella dei nomadi e delle numerose etnie straniere) e a integrare maschi e femmine (che non ci sono più al Ferrante Aporti), a denunciare, in qualche caso, anche i soprusi compiuti da chi dovrebbe garantire, invece, il rispetto dei diritti, a sopportare le pressioni mediatiche, anche le più feroci, come quando si trattò di giustificare la vicinanza a Erika, la baby carnefice di Novi Ligure (un caso, un’esperienza segnante per don Ricca su cui ci si sofferma anche nel libro).

Eppure, don Meco ce l’ha sempre fatta, non si è dato mai per vinto, rispecchiando in tutto e per tutto il carisma e l’ottimismo del fondatore dell’attività salesiana: “In occasione del Bicentenario della nascita di don Bosco vorrei provare con il personale e i ragazzi che passano al Ferrante Aporti a fare emergere le sue intuizioni educative che sono sempre attuali: l’accoglienza, il «vi voglio tutti amici», «io per voi darei tutto», «anche nel giovane più discolo avvi un punto su cui fare leva». Ecco, in fondo noi qui in carcere non facciamo che attualizzare il sistema preventivo di don Bosco anche per coloro che hanno già perso alcuni spazi di vita, hanno bruciato alcune opportunità, perché sono convinto che a tutti rimane sempre ancora una carta da giocare, quella che don Bosco vedeva in ogni ragazzo”.

Insomma un libro imperdibile, almeno per coloro che operano nel sociale, specialmente nel disagio giovanile.

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