Elena Stoppioni
La speculazione edilizia
2 Dicembre Dic 2015 1745 02 dicembre 2015

Edoardo Nesi e la fabbrica del futuro: “è attraverso il lavoro che si tira fuori chi si è”

Stoppia E Nesi

Un pratese e una fiorentina, entrambi ex imprenditori, si incontrano a Roma per prendere un caffè. A parlare di dell’Italia, di innovazione e di come aiutare questa benedetta ripresa, che tutti attendiamo, ciascuno dal proprio ruolo, ciascuno per il contributo che può dare.

Non è l’inizio di un romanzo, anche se lui i romanzi li scrive. E li scrive talmente belli, che è un “Premio Strega”. Lei lavora nell’edilizia, ma tiene un blog su Linkiesta ed è una inguaribile ottimista. Ed è rimasta letteralmente “folgorata” nel leggere il suo ultimo libro, L’estate infinita, ambientato nell’Italia degli anni ‘70-’80, in cui tutto era possibile, e anche un’idea poteva diventare una possibilità di sviluppo per chi ci scommetteva.

Visto che hanno deciso di registrare la loro chiacchierata, ecco a voi (come in uno spezzone di un film) il copione di quello che si sono detti. No, non la chiamerò intervista, perché lui non è il tipo che rilascia semplici interviste: quando si parla di impresa e di futuro con Edoardo Nesi, si parla anche con il suo personaggio principale, Ivo Barrocciai. “Il meglio di me”, come gli è sfuggito di dirmi congedandosi.

Elena Stoppioni: Ivo Barrocciai vive in un momento della storia italiana unico, in cui il PIL era in crescita in modo inaudito rispetto ai giorni nostri, ma ha anche una passione unica per il proprio operato, che dimostra più volte negli episodi del libro… Quale è il segreto che un imprenditore che voglia ripartire veramente può carpire a Ivo Barrocciai?

Edoardo Nesi: Un imprenditore che vuole ripartire oggi ha bisogno di una sorta di clima positivo intorno a lui, ma che sia un clima positivo vero, profondo, sentito… e da solo non ce la fa. Da solo, a darsi la ragione con la quale andare avanti tutti giorni, in un Italia così difficile, non ce la fa. Per mille motivi è necessario un clima positivo, non ultimo quello di fare nuove cose, perché un conto sono le aziende esistenti e un conto sono le aziende nuove… sai, le cose nuove le vogliono fare i ragazzi e i ragazzi in genere sono pieni di ottimismo; ma noi abbiamo bisogno di cose nuove non fatte da ragazzi, e per far questo c’è bisogno di raccontare all’Italia che il clima è un po’ cambiato.

La domanda è interessante e ci vuole un clima positivo. Nel passato (ma anche nel presente) quando un’azienda funzionava, della burocrazia e delle tasse non se ne occupava più…

… mi viene in mente il passaggio del tuo libro in cui Barrocciai riceve l’ispezione per la costruzione della mitica piscina sul tetto della fabbrica… favoloso. E’ un distillato di creatività tutta italiana.

E’ quella cosa lì, si. In realtà te ne accorgi dopo, quando qualcuno che è stato attento te lo dice, però senti che vuoi raccontare una realtà che è proprio così: la burocrazia ti può rompere le scatole, ma non ti può bloccare. Non è vero che le aziende si bloccano per via della burocrazia. Ci può essere qualche caso isolato, poi non si può mai generalizzare, ma un imprenditore ha bisogno di sentirsi dire queste cose, anche dalla politica.

Ma allora la tua definizione di innovazione qual è?

Io credo che l’innovazione sia innanzi tutto di prodotto: quando facevamo tessuti, ogni sei mesi dovevamo rivoluzionare la produzione, quella era innovazione pura. La moda di per sé richiede una continua rivoluzione, e da lì dentro devi riuscire a capire cosa sia realmente innovazione. Tingi una lana tradizionale con un colore particolare? Anche quella è innovazione. Non è necessariamente solo costruire un’azienda che non c’era e che spacchi il mondo. Innovazione è, all’interno di ciò che fai, riuscire a portare una novità ogni anno; e bisogna stare attenti anche a noi nell’innovazione: io parlo sempre della moda perché la conosco meglio, ma prendi Zara…

Marchi come Zara o H&M campano sul fatto di rivoluzionare di continuo il proprio catalogo e le vetrine con prodotti nuovi, ed è un meccanismo al quale oramai hanno abituato tutti, dandoci l’illusione di comprare sempre qualcosa di diverso: spendi poco, e trovi sempre qualcosa di diverso da comprare, ma è un meccanismo ormai usurato, la gente non ci crede neanche più. Ma questo non è il vero nuovo, è semplicemente lo straordinario miglioramento della catena distributiva… quello si che è da copiare, lì sono stati in grado di rivoluzionare una cosa che nessuno pensava di poter cambiare. Tra avere due collezioni l’anno e averne una al mese (quasi una ogni due settimane) c’è di mezzo uno sforzo enorme per un’azienda, che però può anche funzionare. Quindi l’innovazione lì è stata soprattutto nella distribuzione, che non vuol dire solo fare prodotti ma incontrare le persone, spiegare loro che pesci prendere.

… ed è dunque anche un problema di comunicazione, giusto?

Certo. Quante volte le aziende fanno cose belle, e nessuno lo sa. Quando facevamo i semilavorati, ci conoscevano si, ma quanti che non ci conoscevano avrebbero comprato da noi? Come fare a raggiungere tutti?

Torniamo un attimo su L’estate infinita: un imprenditore che cresce, nel suo percorso personale, professionale, affettivo… e parallelamente un capannone (quello della sua nuova azienda) che cresce assieme a lui. Come se fossero l’uno lo specchio dell’altro…

Certo: il capannone lì è il luogo della crescita. Il libro è veramente una sorta di “inno all’edilizia” che solo ora mi accorgo di avere scritto in questi termini!

[ridono]

Perché lui non riesce a concepire la sua azienda senza il luogo dove farla, senza che il luogo della sua azienda sia tanto bello e tanto ganzo quanto la sua produzione, quanto la sua voglia di fare. Per lui è automatico questo meccanismo. E dovrebbe essere così.

Io ho conosciuto tanti imprenditori che facevano delle bellissime collezioni ma dentro ad uffici brutti… e poi alla fine ti accorgevi che non facevano mai nulla di veramente innovativo, perché il luogo in cui lavori senza essere necessariamente moderno deve essere capace di ispirarti in qualche modo.

E poi dimmi qualcosa di Pasquale Citarella (il “muratore” del libro che alla fine riesce a mettere in piedi la sua azienda edile)

Pasquale è quello che costruisce. Tutti i racconti che si fanno sull’Italia del boom e che sono sempre stati sbagliati a puntare il dito sull’imprenditore (anche nei miei romanzi) raccontato come una specie di piccolo malfattore, di rubagalline, che si accontentava di poco fregando tutti… non è mai stato così.

Ecco, più che su questo tipo di imprenditori è sugli operai che si è attuata quella incredibile rivoluzione che ha cambiato l’Italia: era normale il fatto che l’operaio venisse su senza nulla, e avesse una ragionevole aspettativa fin da subito di guadagnare dei soldi, di potersi comprare la casa, la macchina, la lavatrice alla moglie… cioè migliorare la sua vita, dal punto di vista della comodità, della vivibilità. Oggi, noi questa stessa cosa non si può dire. Si può dire noi oggi? No. Siamo tutti arrivati ad un punto in cui il luogo in cui abitiamo più o meno ci va bene e si cerca di renderlo più piacevole mettendoci televisioni via satellite, internet più veloce, pensando così di starci meglio… ma non è mica vero. È un diverso modo di impiegare il tempo: se uno non impiegasse il tempo li potrebbe pensare che il salotto è da rifare…

Christoper Day, l’architetto, parlava di “casa dimora dell’anima”… mi viene da aggiungere anche “luogo di lavoro dimora dell’anima”…

Ma certo: è attraverso il lavoro, nelle situazioni migliori, che tu tiri fuori chi sei, e quindi anche l’anima.

Ora generalizzo. Che contributo può dare all’Italia un imprenditore che voglia cambiare il proprio paese?

Credo ne possa dare tanto. Quando io mi sono candidato (follemente) con Scelta Civica mi sono trovato in compagnia di tanti imprenditori che pensavano fosse arrivato il momento, a volte qualcuno per senso di colpa, perché sentiva di dover aiutare l’Italia dicendo “a me è andata bene, voglio far star bene anche gli altri”… quasi sempre non funziona così. Finalmente abbiamo capito che se vuoi aumentare posti di lavoro devi aiutare i privati a dare posti di lavoro. Quando sento parlare di “Stato” o “Politica Industriale”… sono due parole che a me non piacciono, perché la politica è sempre indietro rispetto all’innovazione: la politica industriale corre il rischio di essere vecchia già quando viene annunciata. Le politiche industriali fatele fare alle aziende, perché sono loro che devono decidere, metterci i soldi e l’impegno.

L’estate infinita inizia con i bagnanti che corrono sulla spiaggia della Versilia perché dall’aereo stanno lanciando premi con dei paracadutini… Che cosa andiamo ad aspettare sulla spiaggia noi ora?

Bella domanda. Ha a che vedere con quanto noi teniamo ai beni, e quanto il loro costo influisce… in quel caso il costo era zero, perché vivevi in un mondo nel quale alle persone venivano regalate delle cose. Cose piccole, ma venivano regalate. Rifletti su quanto questo sia straordinariamente interessante: oggi tutto è sul prezzo. Ancora una volta la moda, ogni pubblicità si basa sul prezzo mentre prima non era così… prima la pubblicità serviva a raccontare un’identità, un’idea… invece anche nelle pubblicità delle macchine di lusso oggi c’è il prezzo, facci caso. Noi siamo stati tutti convinti che il prezzo sia funzione della capacità dell’azienda di produrre le cose. Ti faccio un esempio: da ragazzino andavo in America e vedevo “pranzo completo, hamburger coca cola e patatine tutto ad 1 $”, e io mi stupivo e mi dicevo “ma come sarà quella roba che deve costare un dollaro?” e mi allontanava. Da ragazzino non capivo questo meccanismo, non avevo bisogno perché mi mantenevano agli studi i genitori ed ero facilitato, però ho sempre sospettato del vantaggio del prezzo, ho sempre pensato che ci fosse qualcosa che non tornava. Oppure qualcosa che ottieni sacrificando i posti di lavoro.

Una volta un mio magazziniere mi disse: sono andato da Decathlon, ho comprato un piumino e l’ho pagato 20 €, poi sono arrivato a casa l’ho fatto vedere a mia moglie e lei mi ha detto “bene: una mia amica è stata appena licenziata da un’azienda che faceva piumini perché adesso quelli vengono dalla Cina e costano 20 €, mentre un piumino fatto in Italia costa 60-70€”

C’è sempre un costo, solo che non sei tu a pagarlo. Non lo stai pagando tu, lo sta pagando la società: tu risparmi sul piumino, ma senza il resto dei soldi che tu avresti dato ad un’azienda italiana, stai impoverendo tutto quello che vedi attorno a te, anche se di pochissimo. Poi certo, difficile schierarsi contro questo… però nel momento in cui ci si interroga un po’ su come si fa a mandare avanti questo paese non si può non riflettere su questo tema.

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