Francesco Cancellato
Roger
9 Dicembre Dic 2015 0938 09 dicembre 2015

Tanti fatti, zero tweet: così la Merkel è diventata persona dell'anno

Merkel Birra

C'è un nuovo verbo che è entrato in questi anni nel vocabolario tedesco. È “merkeln” - in inglese si potrebbe tradurre come “to merkel’, in italiano ”merkellare” - e significa stare fermi mentre tutto si muove attorno. Osservare, prima di decidere. Fare sempre la seconda mossa. O, se preferite, esitare.

È questa la nomea che è stata sempre appiccicata addosso ad Angela Merkel nominata da Time ”persona dell'anno 2015”, con l'appellativo - forse ancora più motivo d'orgoglio della nomina in sé - di “cancelliera del mondo libero”. Su di lei, infatti, ha sempre aleggiato l'idea che fosse una leader timida, incerta, totalmente protesa - à la Andreotti - a tirare a campare, per non tirare le cuoia.

C'è del vero, in tutto questo: chi la conosce bene la definisce una politica che ama reagire, non agire, che nei suoi discorsi non ha mai dipinto un orizzonte superiore ai due anni. Che la sua principale dote è quella di essere una grande mediatrice, che ama unire e detesta dividere. E che riesce a condurre in porto ogni trattativa che intavola. E soprattutto, a condurla a suo vantaggio.

Parla poco, insomma, ma pensa parecchio. E muove le sue pedine non quando lo chiede l'opinione pubblica, ma quando è utile. Perché evitare la caduta, il collasso, la rottura, lo strappo definitivo è una vera e propria ossessione. Ed è l'Europa - non la Germania - l'oggetto dei suoi incubi. Il primo ministro di un piccolo paese del sud Europa - l'aneddoto non dice quale - racconta di come spesso Angela Merkel esprima ai suoi interlocutori il timore che l'Unione finisca come gli Inca.

Per esorcizzare i suoi incubi, nel 2011, in piena crisi dei debiti sovrani, Merkel ha elaborato un piano: politiche coordinate dei diversi paesi europei sui temi del bilancio, della spesa, dell'educazione, della ricerca, delle pensioni, dei benefici sociali. Il tutto, consapevole del fatto che una moneta unica non possa funzionare senza politiche sociali ed economiche comuni.

Ecco, forse non ve ne siete accorti, ma quel piano - di cui pure il salvataggio della Grecia, ovviamente alle sue condizioni, non è che un piccolo pezzo - lo sta portando a compimento, giorno dopo giorno, crisi dopo crisi, esitazione dopo esitazione.

La stessa scelta di aprire le porte ai profughi siriani non è che un pezzo di strategia, stavolta legata a un atavico problema tedesco (ed europeo), quello della crisi demografica e della carenza di forza lavoro da immettere nel ciclo produttivo. Ma anche quella di legittimare se stessa e il proprio Paese come forza guida non solo economia e finanziaria, ma anche morale dell'Europa unita.

Un azzardo. questo, che cozza contro il profilo della politica incerta ed esitante. Ma che, nello stesso tempo, è perfettamente coerente con quello della giocatrice che sa come, quando e perché seminare e che ha la pazienza di aspettare in silenzio, prima di raccogliere. Merkeln, forse, vuol dire proprio questo.

Ci pensino, i nostri leader politici, schiavi dell'ultima agenzia, delle parole messe davanti ai fatti, dei grandi annunci e delle montagne che partoriscono topolini, della dichiarazione compulsiva su Twitter o su Facebook. Anche perché su Facebook, la Merkel ha un profilo istituzionale e asettico in cui comunica - esplicitamente - attraverso il suo staff. E di profili Twitter, beh, nemmeno l'ombra. A qualcuno staranno fischiando le orecchie, oggi.

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