Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
28 Dicembre Dic 2015 0122 28 dicembre 2015

Come ogni anno (da rileggere ogni dodici mesi)

“Io non parto mai con il presupposto di fare o dire male di qualcosa”

Luigi Ghirri – Lezioni di fotografia (Quodlibet, 2010)

Come ogni anno, gli aeroporti e le stazioni diventano luoghi di ritorno e non di passaggio. Come ogni anno, mentre le tenebre di un dicembre che avra’, ogni anno, un suo record di siccita’, freddo, caldo, neve, pioggia o mucillaggine, si cominciano appena a stemperare, anche se per pochi secondi al giorno, ritorniamo sulle strade di casa, per migrazioni internazionali, nazionali, regionali, e, Iddio lo sa perche’ ci ha creato cosi’, anche provinciali o dalla citta’ bassa a quella alta, dai quartieri residenziali a quelli dormitorio. Nonne vedranno i nipoti e confonderanno nomi, date di nascita, pacchetti preparati con ogni cura e quelli assemblati nel retro della macchina, si confonderanno, saranno aperti ed ogni sforzo di scotch trasparente, tecniche da origamisti consumati, disperse in uno strappo improvviso.

Come ogni anno, un tramonto di una bellezza sconfortante ci sorprendera’ nel posto piu’ panoramico del mondo, da un lato colline ad olivo o vigneti, e, sulla linea dell’orizzonte, cipressi, pini, case coloniche. O, dato che siamo in Italia, potrebbero essere palme, scogliere, malghe, abeti, speroni di roccia dolomitica, o profili di citta’ d’arte. Od una palude od un fiume placido e dalle acque che riflettono ogni cosa sopra la sua superficie con una precisione da laboratori Pixar.

Quell’istante di purezza della visione, di un mondo spesso senza persone attorno, ma coscientemente il risultato dell’attivita’ di un’umanita’ ignota, il paese un cantiere sempre in movimento, ma nel quale, ogni tanto, si aprono stanze di una bellezza inaudita. I terrazzamenti, gli intonachi, anche le panchine messe a dimora in una maniera che chiunque si segga possa osservare la vita o il panorama attorno. Un mondo dove gli umani sono, come nelle fotografie di Luigi Ghirri, sempre in movimento, piccoli, quasi insulsi di fronte a quello che hanno davanti. Od immagini della pubblicita’, cartonati, trasparenze e riflessi di altre vite, spesso inesistenti.

Come ogni anno, ti indicheranno la casa del potente di turno, ti diranno che da quando il tipo famoso ha comprato certi terreni, c’e’ piu’ lavoro nella zona, gli olivi sono curati ed i vigneti danno ambrosia. E in quell’istante ti ricorderai di come sei stato educato, nella percezione che il futuro sarebbe dovuto essere collaborazione, solidarieta’, cooperazione. Ti ricordi la raccolta delle nocciole nel viterbese, le feste dell’uva nel pistoiese, le cooperative di donne della Sardegna. Erano gli anni Settanta ed Ottanta, ti diranno. Oggi si sta tornando ad un latifondo silenzioso, strisciante.

Come ogni anno, qualcuno ti mostrera’ qualche centro commerciale in costruzione, autostrade e ferrovie rallentate da cantieri perpetui, qualcuno ti dira’ che il museo che vuoi visitare e’ chiuso da mesi per restauro, e penserai che e’ ironico che proprio il luogo deputato alla conservazione delle opere d’arte sia chiuso per renderlo adatto al suo scopo. Cercherai in rete gli orari di apertura di chiese, gallerie, collezioni e troverai siti vintage aggiornati nel 2014 o nel 2012, che riportano date di esibizioni temporanee gia’ chiuse da mesi e mesi. Mentre sarai in rete, l’occhio ti cadra’ sulla televisione che racconta di un paese altro, dove tutto sembra sempre funzionare bene. Una fiction, od una visione utopica. E, come ogni anno, ti chiederai in cosa valga la pena credere, in una speranza che, piano piano, le cose possano mettersi a posto, e che questo passi anche dalla narrativa di quello che funziona, o penserai, a tratti, che questo megafono mediatico non generi, forse, pensieri distopici, dove e’ ancora troppo facile comparare le tante cose che non funzionano, a quello che comincia a tornare sui binari giusti.

Come ogni anno, tornerai al supermercato, al mercato rionale, e vedrai le solite facce fra il cagnesco e il sospirante, di persone che esplorano gli scaffali e gli stand, anche del settore biodinamico, alla ricerca di qualcosa che valga la pena. I carrelli saranno riempiti di vivande, prodotti tipici, insalate di valeriana e vini buoni, che lo ha detto quello in televisione, ma ognuno sapra’ che non esiste quel prodotto che assicura, piu’ che la cottura o la tenuta al dente, la speranza di un cambiamento. Non sono i mercati, i corporate, nessuna delle decine e decine di istituzioni finanziarie, a permettere un nuovo anno, una nuova era, non lo sono nuovi latifondisti o investitori esteri, nazionali, con o senza filtro. Non sono varie tipologie di furbetti o di corrotti protempore o quanto basta, come non sono le difese francesi, gli arrocchi, le mille posizioni di chi pensa di fare strategia ma sta semplicemente barricando la casa all’arrivo del futuro. Non sapendo di viverci in casa.

Come ogni anno, constaterai che le persone piu’ gentili e cordiali che hai incontrato sono stati immigrati di prima generazione, quest’anno una signora cingalese in pediatria, un commerciante cingalese a Roma ed un ambulante africano a Firenze che ti ha rincorso quando hai perso le cuffie per strada.

Come ogni anno, incontrerai parenti ed amici, compagni di scuola, colleghi di lavori e associazioni che parlano del tuo passato ed ognuno ti riaprira’ qualche varco nella memoria personale e, in maniera inconsapevole, in quella collettiva, come se, fuori dalle nebbie mediatiche, continuasse a svettare qualche forma di coscienza solidale, condivisa, dove quello che sei stato di buono permanga, anche se non e’ piu’ capace di trasformare il presente.

Come ogni anno, qualcuno ti chiedera’ cosa ti tiene lontano dall’Italia, e tu risponderai che funziona come con le cose preziose, a volte e’ bene osservarle da lontano per poterle apprezzare. E non confesserai mai che comincia a farti paura quella maniera con la quale i panorami, le voci, gli accenti e i volti, quelli dei quadri appesi ai muri delle chiese e delle case, ed ogni briciola di futuro vengono deformati in simulazioni in 3D, pettegolezzi, personaggiucoli e icone istantanee.

Come ogni anno, cercherai le parole nella testa, per scrivere un altro inutile blues ad un paese che vive una schizofrenia lieve e corrosiva. A meno che uno non abbia assicurato un bel lavoro da mezzadro, nei campi/domini dei neopadroni. Pop. O, magari, una speranza non roboante, non gridata e comunicata, storytellizzata, ma concreta, radicata, partecipata. Un presupposto di buono, contro ogni propaganda di estremi inconciliabili.

‘There is space for some New Age. Next to the New Wave and the Emocore section’ – KJ Okker

Soundtrack

Il sogno del marinaio – Partisan Song https://www.youtube.com/watch?v=Q-K_3Da14cI

Kesang Marstrand – Today Next Year https://www.youtube.com/watch?v=UmERjEnKdbc

Rino Gaetano – E io ci sto https://www.youtube.com/watch?v=Tjq3vdu_pYg

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