Roberto Zichittella
Va’ pensiero
2 Gennaio Gen 2016 1046 02 gennaio 2016

In Arabia Saudita una esecuzione di massa che porta alle stelle la tensione con l'Iran

Nel secondo giorno dell’anno l’Arabia Saudita annuncia di aver eseguito la condanna a morte di 47 persone, tutte accusate di terrorismo. Tra loro anche lo Sheikh Nimr al-Nimr, figura di spicco del clero sciita, un leader religioso con il rango di ayatollah. Probabilmente i condannati a morte sono stati tutti decapitati dal boia a colpi di spada.

La notizia, annunciata alla televisione saudita dal ministro dell’interno, è grave per due motivi. Primo: 47 esecuzioni capitali in un solo giorno rappresentano un dato impressionante, anche se non si tratta di un record. I sauditi avevamo fatto di peggio nel 1980, quando ci fu l’esecuzione simultanea di 63 militanti accusati di aver assalito la grande moschea della Mecca nel 1979. Secondo un rapporto di Amnesty International pubblicato all’inizio dello scorso mese di novembre, nel 2015 l’Arabia Saudita aveva eseguito 151 condanne a morte, con una media di una esecuzione ogni due giorni. Oggi arriva la notizia di questa nuova esecuzione di massa, che la stessa Amnesty aveva paventato in un comunicato emesso due mesi fa. Le esecuzioni arrivano dopo sentenze che Amnesty ritiene “arbitrarie”, al termine di processi segreti, nei quali non si sa se e come sono state garantiti i diritti degli imputati. E’ anche probabile che molte delle persone giustiziate oggi (45 sauditi, un egiziano e un cittadino del Ciad) siano state torturate durante la detenzione. L’accusa nei loro confronti era quella di aver complottato ed eseguito diversi attacchi terroristici contro i civili e le forze di sicurezza. L’annuncio del ministro dell’interno è stato accompagnato da un video in cui venivamo mostrate le conseguenze di alcuni degli attacchi terroristici che hanno insanguinato il regno saudita negli ultimi anni.

Secondo motivo di preoccupazione è l’esecuzione dello Sheikh Nimr al-Nimr, accusato di aver fomentato le proteste antigovernativa che nel 2011 scoppiarono nelle province orientali del regno saudita, dove è molto forte la presenza degli sciiti. In quel periodo Al NImr dichiarò alla BBC che egli preferiva “il ruggito delle parole contro le autorità piuttosto che le armi” perché l’arma della parola era “più forte delle pallottole”. Arrestato e messo sotto processo nel 2013, Al-Nimr, durante l’arresto, era stato misteriosamente ferito alle gambe dalla polizia, anche se pare che non fosse armato. Ora la sua esecuzione farà salire alle stelle la tensione fra Arabia Saudita e Iran, le due grandi potenze regionali in competizione nello scenario mediorientale. Da Teheran avevano già messo in guardia che l’esecuzione di Al-Nimr sarebbe stata “pagata duramente” dai sauditi. Insomma, le notizie giunte oggi da Riyadh gettano benzina su un fuoco già rovente.

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