Antonio Fiore
Bar Lezzi – dal 1924
17 Gennaio Gen 2016 1211 17 gennaio 2016

Cavalli otto, uomini quaranta

Alpini02
Sembrerà un caso, in quest'inverno strano che tarda, ricordare quei ragazzi. Oltre alla condanna, storica e morale, che si deve alla guerra - detto tra noi, fu guerra di occupazione - vi è, per quel che mi riguarda, la consapevolezza che manca qualcosa nello sguardo del contemporaneo.

Gennaio del 1943 ed il sergente Rigoni raggiunge un'isba. Cammina da giorni, Mario, nella neve. La notte tra il 15 di Gennaio ed il 16 è partito dalle sponde del Don con 70 alpini e ha camminato verso occidente per arrivare a casa. È riuscito a sganciarsi dal caposaldo senza perdere un uomo e, poi, a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento. Nell'isba vi è una donna, dei bambini e tre soldati russi. Questi ultimi non sono prigionieri. Invece di uccidere od essere ucciso, mangia con loro una tazza di latte di miglio. Sbuca, nella più atroce barbarie che si possa immaginare, un anelito di umanità che non era un semplice armistizio. Era qualcosa di più: le circostanze, per una volta, avevano portato gli uomini a restare uomini.

Il fatto appena citato sarà noto ai più per essere uno dei passaggi più emozionanti del libro "Il Sergente nella Neve" di Mario Rigoni Stern. Questi, attraverso la cronaca autobiografica, narra l'esperienza italiana durante la campagna di Russia.

Settantatre anni, son passati, da quella notte di ripiegamenti. Una lunga notte, a 30° sotto zero, che per molti è durata anni. Una notte di 53.000 sognatori in silenzio che lasciarono sperma giovane e sangue lungo i sentieri battuti che si dirigevano, chissà secondo quale logica, " alla Italia ". Tutti erano, più o meno, congelati. L'equipaggiamento, superato ed obsoleto già da tempo, veniva abbandonato per alleggerire le colonne di uomini. Sulle spalle solo il vecchio moschetto Carcano mod. 1891, qualche vecchia mitragliatrice pesante arruginita e bombe a mano. I piedi ghiacciati si gonfiavano e, alla meglio, venivano avvolti in fascine di paglia o - i più fortunati - in lacere coperte. Gli scarponi, uguali per la campagna di Russia come per quella d'Africa, vennero ben presto gettati. Le divise erano di una falsa lana ed i calzettoni, dono delle famiglie prima della partenza per il fronte, l'unica cosa calda.

Un viaggio verso una casa a 2231.447 chilometri. Fantasmi grigio-verdi, curvi, laceri che trascinavano i loro corpi verso un posto, se non proprio migliore, che assicurasse loro la salvezze. Una ritiriata, ben inteso, che vide i sovietici tallonarli sin quando la disperazione prese ulteriore sopravvento e, tra colpi di mitragliatrice Breda e moschetti, riuscirono quei giovani soldati ad uscire dalla sacca. Molti son rimasti al margine delle strade e non hanno visto rifiorire i prati. ​Nella notte che inghiottì il nulla, una generazione è andata perduta. Pochi ne hanno fatto ritorno.

Sembrerà un caso, in quest'inverno strano che tarda, ricordare quei ragazzi. Oltre alla condanna, storica e morale, che si deve alla guerra - detto tra noi, fu guerra di occupazione - vi è, per quel che mi riguarda, la consapevolezza che manca qualcosa nello sguardo del contemporaneo. Se non proprio la consapevolezza, la conoscenza di un male e, come nel terzo principio della dinamica, una reazione verso una vita nuova e buona.

Son tempi difficili anche i nostri. Diversamente difficili e con un senso di annientamento, se non fisico, di certo mentale. Dei giovanissimi italiani, con meno possibilità della mia generazione, si sono dimostrati capaci di audaci e sofferte risalite dopo disperate cadute. Quando l'uomo è alle strette, cerca di sopravvivere. Lo fa bene anche riappropiandosi di quel senso di vitalità che è proprio dell'istinto animale e non dei circuiti elettronici.

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