Daniele Marini
Palomar
19 Gennaio Gen 2016 1557 19 gennaio 2016

Ripresa economica: la sindrome da "zero virgola"

Alberto Sordi Americano

La lenta risalita

L’Italia non è più il malato d’Europa, come rivendica il premier Matteo Renzi. E diversi dati recenti – seppur timidamente – testimoniano un’inversione di tendenza in corso: la fiducia dei consumatori e delle imprese, il mercato del lavoro, i distretti industriali e l’export. Insomma, dopo anni di numeri con segni negativi, quelli positivi si affacciano da più versanti. Esiti tutti da rinforzare, ancora deboli e discontinui, ma che incoraggiano nella strada intrapresa, tutta da consolidare. Ma se non siamo più malati, tuttavia facciamo fatica a scrollarci di dosso la sindrome dello “zero-virgola”. È questa l’impronta della fase attuale: la lentezza con cui ci stiamo risollevando. Sia chiaro, in Europa siamo in buona compagnia. Ma rispetto agli altri la nostra malattia ha un’origine che affonda più in là nel tempo, senza che alcuno sia stato capace per tempo di predisporre la cura necessaria. Così, oggi guarire dalla patologia è più complicato, richiede tempo: la convalescenza è, e sarà, lunga.

Cauti miglioramenti

Testimonia bene questa situazione anche la ricerca sulle condizioni economiche degli italiani (Community Media Research). La maggioranza degli interpellati (56,7%) ritiene che la situazione economica della propria famiglia sia peggiorata negli ultimi 5 anni. Ed è un esito sostanzialmente analogo a quanto rilevato nel 2013 (57,9%). Così pure avviene per quel terzo (33,0%) che ha mantenuto una situazione invariata (era il 31,4% nel 2013) e il 10,3% che ha conosciuto, invece, un miglioramento (10,7% nel 2013). È ovviamente presto per osservare le ricadute economiche sulle famiglie del nuovo corso da poco avviato, ciò non di meno questo risultato induce a due prime valutazioni ambivalenti. La prima è che l’effetto di downsizing ha coinvolto una larga platea di italiani, polarizzando da un lato quanti hanno subito un declassamento (56,7%) e, dall’altro, chi ha mantenuto inalterato o migliorato la propria condizione (43,7%). La seconda considerazione è che negli anni di crisi la situazione è rimasta sostanzialmente congelata: la malattia ha generato un ingessamento. Spostando l’attenzione sul versante delle risorse disponibili in famiglia, qualche modesta indicazione positiva si scorge, ma l’analisi è analoga alla precedente. Il 57,4% ritiene il reddito familiare disponibile sufficiente a coprire le spese del mese (era il 56,1% nel 2013), mentre per poco più di un terzo (36,8%) non lo è (41,3% nel 2013).

Consumi come formichine

Sommando la valutazione sulla situazione economica a quella sul reddito mensile otteniamo un indicatore di sintesi che fotografa la condizione degli italiani. Il gruppo più numeroso è costituito dalle “formiche” (52,9%) in leggera crescita rispetto al 2013 (47,6%) ovvero da quanti hanno mantenuto la propria condizione e il reddito è sufficiente a coprire le spese mensili. È la quota di ceto medio che ha visto contrarsi il proprio potere d’acquisto, attuando un comportamento ispirato alla sobrietà e alla selettività nei comportamenti d’acquisto. Qui si colloca maggiormente la componente femminile, i più giovani (meno di 24 anni) e i più adulti (oltre 55 anni), i pensionati e gli studenti. Il secondo gruppo è costituito dai “deprivati” (31,0%), in timido calo rispetto al 2013 (35,0%). Sono famiglie che registrano un peggioramento della condizione economica e il reddito mensile è insufficiente a sostenere le spese correnti. È interessata soprattutto la quota maschile, la fascia d’età centrale (45-54 anni), gli attivi sul lavoro e le casalinghe, chi ha un basso titolo di studio. Più contenuti, e dal peso analogo, sono gli altri due gruppi: i “benestanti” (8,0%, erano il 10,0% nel 2013) e gli “erosi (8,1%, erano il 7,4% nel 2013). I primi sono quanti, a dispetto della crisi, hanno accresciuto la loro condizione economica negli ultimi 5 anni e il reddito mensile è più che sufficiente per le spese necessarie. All’interno di questo gruppo incontriamo le fasce d’età più giovani (25-44 anni), dirigenti, tecnici e lavoratori manuali, chi risiede nel Nord Est e ha una laurea. I secondi comprendono chi ha una condizione economica analoga o migliore del passato, tuttavia il reddito non copre tutte le spese. In questo assieme annoveriamo i più giovani (25-44 anni), i disoccupati e chi risiede nel Mezzogiorno.

Qualche timido segnale positivo emerge. Ora che il clima di fiducia ha iniziato a prendere corpo, è necessario contrastare la sindrome dello “zero-virgola” che rischia di prolungare la convalescenza troppo a lungo. Soprattutto in un malato che è da troppo tempo ingessato e fatica a rialzarsi. Le cure sono note. Serve un medico che intervenga con decisione.

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