Serena Rosticci
#MomInTheCity
2 Febbraio Feb 2016 2209 02 febbraio 2016

Il tuo è un Paese che sta uccidendo la speranza

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Amo fare shopping, mi rilassa. Vado in giro, vedo cose, sento odori, incontro gente. E poi compro. Nessuna terapia è migliore contro lo stress. Peccato che da quando sono mamma farlo è diventato difficile. Tranne i negozi che hanno come target quello degli under 12, entrare e aggirarsi comodamente in tutti gli altri con un passeggino non solo è una faticata immane, ma è pure stressante. Io almeno spero sempre che la bimba non si porti dietro tutte le stampelle nel migliore dei casi, tutte le tazzine da caffè e i portacandela ayurvedica nel peggiore. I passaggi sono stretti, il passeggino si incastra, la gente non si sposta nemmeno se minacciata. Detto alla romana: non je ne po’ fregà de meno. E niente, quando devo andarmi a comprare una cosa mi devo portare qualcuno dietro per mollargli la figliolanza in caso di necessità. Ma il problema per queste grandi catene di negozi sono io, non loro. Giovane mamma con figlia non è il loro target. Non con figlia dietro, almeno. E vabbè.

Altra cosa che proprio mi piace tanto è andare la sera a cena fuori. Chiaro che ora la mia scelta quando sfoglio TripAdvisor non ricade più su locali piccoli e bui. Devono essere ben illuminati, avere un passaggio per il passeggino e seggioloni come se piovesse. Devo fare attenzione anche a quelli che di bambini non ne vogliono proprio sapere (vedi la fantastica idea della Fraschetta del pesce a Casalbertone, Roma, di appendere all’entrata un bel cartello che vieta l’accesso al locale ai bambini sotto i 4 anni). E niente, spesso diventa uno stress pure questo. Ma va bene così, sia mai che la mia bimba con qualche urletto rovini la serata di qualche trentenne venuto a rilassarsi dopo una settimana di duro lavoro.

Mi piace il mio lavoro, ma devo pensare a dove lasciare quella polpetta che ho per figlia quando sono via. Lo ammetto, eh: sono fortunata. L’hanno presa al nido. Ma l’anno scorso era troppo piccola per il bando del Comune di Roma. Al momento dell’iscrizione lei non era ancora nata e potevano iscriversi solo i bambini nati entro il mese di maggio di quell’anno. La mia è nata a luglio. Quando me l’hanno specificato al CAF io e mio marito siamo rimasti di sasso. Non parlavamo più, gli occhi erano rimasti sgranati, la bocca semi aperta. Intorno a noi il gelo, tanto che a un certo punto la tipa della segreteria ci ha detto: “Aho, ma che sono quelle facce, mica è la fine del mondo signò. Che sarà mai, mica la vorrà già lasciare così piccola, no?”. Eh, glielo dica al mio capo. Ma va bene, alla fine ce l’abbiamo fatta lo stesso. Certo, il nido privato non lo abbiamo nemmeno potuto prendere in considerazione, ma tra amici, nonni e zii la bimba non è mai stata a casa da sola. No, nemmeno un giorno. Che bravi genitori, eh?

La verità è che viviamo in un Paese che ha paura dei bambini. Significano responsabilità e non sia mai che qualcuno sui 30 se ne prendesse. A trent’anni si è ancora giovani, non si vuole essere chiamati “signori”, si vuole far tardi la sera, viaggiare quando se ne ha voglia, cambiare tipo/a come paio di mutande. I bambini richiedono impegno, cura e dedizione: a chi va di cambiare pannolini, lavare marmocchi maleodoranti, pulire bava e calmare pianti alle 4 del mattino, quando daresti un rene pur di dormire un po’?

Questi sono i trentenni osannati dalla società: produttivi al 100% sul posto di lavoro, in grado di fare qualsiasi cosa per la loro professione, spingere sull’acceleratore, dare il massimo. Salvo poi superare i 40 anni e accorgersi che ops, fare i figli ora è difficile.

Il nostro Paese li appoggia, meno lo fa con i trentenni che invece fanno scelte come la mia. È facile ora che sono mamma constatare che vivo in un uno dei Paesi che meno investe sulle famiglie, solo l’1% del Pil, contro l’1,7% della media europea. Peggio che mai: meno del 12% di bambini sotto i due anni può usufruire di un asilo nido. Che ne è del lavoro delle loro mamme non lo voglio nemmeno immaginare.

Perché le mamme con figli che lavorano in Italia sono il 63%, quelle che non ne hanno l’82%. Udite, udite: 1 donna su 4 perde il lavoro dopo aver partorito. E pure metter su famiglia per chi vuole farlo è difficile visto che i tassi di disoccupazione giovanile sono alle stelle. Insomma, per farla breve non viviamo in un Paese che incoraggia a fare figli.

Eppure sono loro il futuro di questo Paese, la speranza. Saranno la nuova classe dirigente, quella che ci guiderà un giorno, che farà scelte nuove, coraggiose. Che ci porterà avanti. Se non ci sono loro, c’è la morte. Ma ora questo è un Paese che proprio alla morte fa l’occhiolino. Una morte attraente, vestita da presente tutto bello e profumato. Ma che sempre morte è.


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