Antonio Fiore
Bar Lezzi – dal 1924
5 Febbraio Feb 2016 0021 04 febbraio 2016

The Hateful Eight: la superba immensità del teatro di Quentin Tarantino

Schermata 2016 02 04 Alle 18

Il 4 febbraio è, per il calendario gregoriano, il 35simo giorno dell'anno e alla fine di quest'ultimo ne mancano, di norma, 330. Qualora fossimo in un anno bisestile, bhè ecco, ne mancherebbero 331.

La storia è tappezzata di avvenimenti importanti in questo giorno ma noi contemporanei ignoranti ci soffermiamo sulla nascita di Facebook ( 4 febbraio 2004 ) e l'uscita nelle sale italiane di Hatefull Eight, l'ottavo film di Quentin Tarantino. Su quest'ultimo - ovviamente - vorrei spendere due parole nonostante io non sia un critico cinematografico e neppure uno studente del suddetto campo dello scibile umano. Premetto, inoltre, che sono un estimatore di Tarantino ma non un fanatico. Guardo ben volentieri i suoi film e ne resto semrpe piacevolmente sopreso. Quentin, come Dio, non gioca a dadi e non si affida alle casualità.

Se "Bastardi senza Gloria" ci aveva caricato di adrenalinico bisogno bellico e "DJANGO Unchained" aveva dato libero sfogo alla sete di vendetta cieca e "giusta", Hateful Eight è tutta la precedente esperienza - come regista e sceneggiatore - che si sviluppa in un grandioso capolavoro da gustare in religiosisismo silenzio.

Fa freddo. Parecchio freddo. L'ultima volta che ho percepito così tanto freddo è stato quando ho letto per la prima volta "Il sergente nella neve" di Rigoni Stern. Non è il candido nevischio che tranquillizza e non lo si può neanche considerare un gelo naturale. Si tratta di un gelo pungente che è nemico dei protagonisti, senza distinzioni di sorta colpisce tutti e non è giudice ed ancor meno giurato delle vili faccende umane che lo attraversano. È il freddo delle montagne del Wyoming che se ne frega altamente della tua condotta morale. E' razionale nell'adempimento del suo compito e te lo ricorda soffiando tra le travi malmesse dell'emporio di di Minnie. Un fischio perenne e martellante che si insinua attraverso le pareti di quel posto dimenticato da Dio dove si è costretti a sostare.

I protagonisti - eviterò qualsivoglia forma di spoileraggio - sono brutte persone. Non ci sono santi umanizzati, eroi maledetti o vittime che diventano carnefici. La vita e le scelte personali gli hanno resi quel che sono: delle carogne che camminano sotto il cielo ed all'ombra della magnanimità di questa terra. Non anime nere ma vespasiani emozionali con un serie, più o meno ragionevole, di menzogne a tenerli ancora in vita ed ancora tranquilli nella tensione dell'emporio. Otto mascalzoni senza troppi scrupoli - benché alcuni accenni di commozione lascino intendere altro - che si bilanciano in un microuniverso dove la somma delle masse dei reagenti è uguale alla somma dei peccati di tutti. Lavoisier cede, volentieri, il passo a Tarantino.

Il piccolo e decadente emporio di Minnie è un piccolo universo dove i nostri "eroi" si muovono. Fuori di loro il freddo del Wyoming. Consapevoli loschi figuri schiacciati tra l'agorafobico freddo che non lascia scampo e il claustrofobico riparo che è quanto di più accettabile possibile. Qui, credo, che Tarantino abbia voluto annullare le possibili vie di fuga. Unica soluzione, ammesso che vi sia, è la pazienza ed il buon senso.

Poi, il massimo della genialità, giunge nel quarto capitolo - il film è suddiviso in sei capitoli - dal titolo Domergue ha un segreto. Da questo momento in poi tutto quel che avviene è una estenuante partita a poker. In realtà non si gioca realmente a poker ma, dopo la scoparsa dei primi personaggi, è come se i personaggi nell'enorme stanzone siano delle carte francesi. Appena si comincia a delineare una prima soluzione dell'arcano che muove tutta la vicenza, lo spettatore si trova dinnanzi a cinque carte coperte. Si riesce, vagamente, ad ipotizzare il punto ma sono sempre cinque carte coperte. Tutto può essere. Si gira la prima carta e non è di aiuto a nessuno. A questo punto è quasi palese che sul tavolo vi siano due coppie ma bisogna capire qual è il punto più alto. Nell'esatto momento in cui sembra quasi che la vittoria sia scontata, un baro passa una carta e cambiano, nuovamente, le percentuali di vittoria.

Particolare questo capitolo perché credo che sia forte il riferimento al film di Giuseppe Colarizi "I quattro dell'Ave Maria" che, erroneamente, è stato declassato ad un western minore per la presenza, forse, di Bud Spencer e Terence Hill. Uno spaghetti western che meritava perché la storia è originale, le interpretazioni sono magistrali ed il tutto è condito con una sana dose di riscatto.

Il buona sostanza, ecco, Tarantino si riconferma Tarantino. Una superba opera teatrale che non lascia scampo a nessuno. I tempi sono dilatati ed i monologhi ricchi di riflessioni - fossero anche riflessioni a posteriori -, le prime impressioni possono ingannare e benché si cerchi una ragione su questa terra la verità è che non c'è redenzione alcuna ma vi possono essere delle scelte che ci permettono di appagare la nostra coscienza ed il nostro personalissimo codice di comportamento. D'altronde anche il peggiore dei criminali, alla sera, risponde a qualcuno e quel qualcuno è se stesso.

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