Francesco Grillo
Il grillo parlante
12 Febbraio Feb 2016 1302 12 febbraio 2016

Le carte inesplorate della nuova crisi

Crisi Finanziaria1

Cosa può spiegare una serie così lunga di giornate negative che – sui mercati finanziari – ha bruciato in un mese quasi 5,000 miliardi di euro, una cifra pari a quasi tre volte il prodotto interno lordo dell’Italia? Com’è possibile che l’economia europea non sia mai riuscita seriamente a crescere in tutti questi mesi, nonostante il fatto che mai i costi di produzione - che, per antonomasia, sono innanzitutto quelli ai quali ci si approvvigiona di denaro e di energia – furono così bassi? E come potremmo, ora, reagire ad nuova eventuale recessione – la terza in dieci anni – se non possiamo più contare sulla crescita della domanda nel “resto del mondo” come avvenne durante la prima crisi e, a differenza della seconda, ci ritroviamo ad aver già usato tutti gli strumenti di politica monetaria senza aver ottenuto particolari effetti?

La tempesta perfetta che si sta scatenando nel mondo pone interrogativi inquietanti: rischiamo di finire, intrappolati definitivamente in una stagnazione secolare con la scatola dei medicinali vuota e, soprattutto, senza sapere più di cosa siamo malati.

Il crollo senza fine dei mercati azionari assomiglia, secondo alcuni, alle reazioni isteriche che un mondo sempre più interconnesso riserva periodicamente alle notizie di qualche malattia esotica rispetto alla quale non è ancora stato trovato un vaccino. In effetti, nessuna delle cause che vengono citate in questi giorni per spiegare il terremoto, appare davvero convincente.

Secondo alcuni, i mercati stanno reagendo malissimo alle notizie di rallentamento dei Paesi emergenti. Ma se è vero anche che dei cinque giganti che hanno fatto il 70% della crescita del mondo nel nuovo secolo, due – Brasile e Russia - sono in recessione e un terzo, il Sud Africa, ci si sta avviando; è altrettanto vero che Cina e India - le vere locomotive degli ultimi due decenni - stanno continuando ad espandere il proprio Prodotto Interno Lordo del 7 per cento all’anno e che, insieme, hanno ancora circa due miliardi di individui il cui potenziale di lavoro e consumo continua ad essere pesantemente inutilizzato.

Secondo altri, invece, la crisi parte dal crollo del prezzo del petrolio che porta fuori mercato uno dei settori produttivi più vasti (quello legato all’energia) e alcuni dei Paesi produttori: ciò sta sicuramente accadendo e, tuttavia, non si capisce perché al crollo di un pezzo del sistema economico che vive di combustibili fossili, non corrisponda un beneficio – almeno uguale – per quell’altro pezzo di economia che sta, invece, risparmiando e aumentando i propri profitti in maniera consistente.

Non convince, infine, neppure l’idea che l’inizio di questa nuova crisi sia rappresentata dalla fragilità delle stesse banche: indubbiamente esse soffrono di scarsa imprenditorialità ed innovazione; ma ciò è una conseguenza del forte aumento del controllo da parte dei regolatori che ne hanno, perlomeno, ridotto la vulnerabilità rispetto ad eventuali stress.

In realtà, la funzione dei mercati - che, mai, tranne che nelle fantasie di qualche economista, furono perfetti – dovrebbe essere quella di incorporare nel prezzo dei titoli emessi da imprese, banche e governi, le previsioni che migliaia di individui fanno (influenzandosi reciprocamente) sull’impatto che il futuro può avere sui sistemi economici. Il problema è che nessuno, oggi, ha gli strumenti per prevedere (e, dunque, per governare) perché non ha senso utilizzare leggi e strumenti di misurazione vecchi per un mondo che sta cambiando profondamente. Ed è questa incertezza,questo problema cognitivo che è tipico delle rivoluzioni tecnologiche che segnano il passaggio tra epoche diverse, che sta convincendo i gestori dei fondi pensione a spostare montagne di denaro verso beni – oro, titoli di stato tedeschi o americani - che promettono l’assenza di rischio che si accompagna a quella di un qualsiasi vero progetto imprenditoriale.

Ci stiamo avventurando in mari di cui non possediamo neppure le carte nautiche: fu proprio Mario Draghi ad avvertire, meno di un anno fa, che stiamo per entrare in un territorio che nessun economista, nessun scienziato della politica davvero conosce. La tesi che vale la pena di esplorare va, però, in una direzione completamente diversa da quelle alle quali un banchiere centrale è abituato.

In questa fase storica, a mancare non sono i soldi o l’energia; a fare la differenza non saranno le condizioni macroeconomiche o le politiche monetarie. E’ invece decisiva la capacità di comprendere e governare una rivoluzione tecnologica che comporta rischi impressionanti – la perdita di milioni di posti di lavoro e la rovina di campioni industriali e finanziari che i mercati stanno già scontando inconsapevolmente; ma anche opportunità altrettanto grandi. Siamo sospesi tra una grande trasformazione e la paura di perdere quello che abbiamo e a fare la differenza sarà una classe dirigente globale e di studiosi appassionati che, forse, sta già emergendo lontana dai circuiti tradizionali.

Articolo pubblicato su Il Messaggero del 12 Febbraio

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