Hamilton Santià
Cultural Stereotype
12 Febbraio Feb 2016 1540 12 febbraio 2016

Le voci della nuova generazione perduta, dove sono?

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Quando si prova a definire la vita degli adolescenti, dei post-adolescenti e dei trentenni di oggi (che, a tutti gli effetti, sono dei post-adolescenti) si fatica a comporre una mappatura. Non ci sono etichette esaustive, non ci sono pratiche comuni, non ci sono codici, linguaggi, orizzonti condivisi. Probabilmente è sempre stato così - anzi, sicuramente - ma l’attuale ecosistema mediatico ci permette di vedere con molta più profondità il fenomeno per cui le nicchie - un tempo serbatoio di stimoli e curiosità - non si parlano, non comunicano se non per contrapposizione, non creano una contaminazione e non sembrano possedere nessuna visione politica della loro missione (fosse pure la totale assenza di missione, non sarebbe certo la prima volta). Leggendo i report, i libri, ascoltando le interviste su vari periodi storici in cui aveva un senso parlare di controcultura (ad esempio questo e questo), emerge una comunione d’intenti, il tentativo di creare una rete e di superare le difficoltà oggettive dei tempi per far sì che dalle varie nicchie potesse emergere una sorta di visione d’insieme, seppur parziale, di quello che succedeva sul crinale della cultura di massa.

Non voglio rimpiangere un tempo in cui tutto sembrava più bello. Non c’è mai stato un tempo in cui tutto era più bello. Questa non è retromania. È più la presa di coscienza della totale autoreferenzialità delle attuali nicchie che agitano la scena contemporanea. Come se avessimo smesso di procedere seguendo stimoli orizzontali per andare in verticale. Iper-specializzati, iper-tecnicizzati, iper-focalizzati, ma su un singolo elemento, su un singolo interesse. La cultura e l’interesse diventano faccenda di pura compilazione: compulsiva, fine a se stessa, che non vuole allargare, non vuole creare un discorso che sia in qualche misura critico. Dove per critico non si intende fare una disamina più o meno approfondita dei testi che la cultura produce (credo si debba superare il paradigma per cui tutto viene giudicato sulla dicotomia “bello”/“brutto”), ma un discorso coerente, reticolato, che crea un immaginario di riferimento e delinea un orizzonte verso cui tendere. Altrimenti non possiamo fare altro che andare per tentativi e sprecare i migliori anni della nostra vita e le migliori menti della nostra generazione ripetendo formule e slogan del passato, sognando i sogni di qualcun altro, producendo musica-cinema-letteratura profondamente innocua. "Sprecare". Eccoci qui. Ogni nuova gioventù si considera the lost generation. Penso sia legato all’auto-rappresentazione che ne facciamo in relazione a un non meglio precisato scontro con i nostri padri, con i nostri maestri, con i nostri idoli e le nostre costruzioni. Anche noi che stiamo arrivando ai trent’anni siamo Gli Sprecati, e riprendo consapevolmente la definizione della gioventù degli anni Novanta fatta da Stefano Pistolini. Un’analisi che, unendo alla profondità del ragionamento l’ampiezza orizzontale dello sguardo, riesce a delineare le contraddizioni, anche politiche, degli anni Novanta, dell’immaginario collettivo, della lotta costante tra impegno e disillusione, tra ironia e cinismo, tra cultura e dis-cultura.

Sono arrivato a Pistolini come molti arrivano alle cose perse anche per demeriti anagrafici: col passaparola. Ne ho scoperto un contributo fondamentale. Non per “quello” che dice, ma per “come” si entra nei tessuti connettivi di un periodo storico, con la capacità di far parlare le fonti vere e autentiche, disintermediate, mettendo assieme i frammenti per organizzare uno sguardo, un discorso, una politica. Per capire il mondo in cui viviamo è necessario mettere assieme una quantità monumentale di frammenti, ogni nicchia ne produce a tonnellate. Bisogna capire come orientarsi e dove guardare. È fondamentale cominciare il lavoro (in Italia ci ha provato Laterza, con la collana Solaris per la quale sono stati pubblicati i fondamentali Stato di minorità di Daniele Giglioli e I destini generali di Guido Mazzoni). Anche perché qui, come diceva Lena Dunham nella prima scena di Girls, non si tratta di tratteggiare La Generazione, ma ‘una’ generazione. Siamo tante generazioni contemporaneamente. Rischiamo di non esserne nessuna.

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