Luciana Grosso
Bodega Bay
14 Febbraio Feb 2016 1325 14 febbraio 2016

Del perché il Festival di Sanremo serve

Sanremo
Appunti sentimentali sull'importanza e la necessità del Festival più inutile del mondo

Il mondo, secondo me, si divide in due grandi gruppi: quelli che guardano con passione e sincerità Sanremo e quelli che invece lo ritengono un carrozzone kitch buono solo per essere disprezzato.

Il primo, per comodità, lo chiameremo il gruppo dei ‘buoni’, il secondo, sempre per comodità, lo chiameremo il gruppo dei ‘cattivi’.

Pare che non sia educato dare giudizi tranchant, ma tant’è: Voltaire non abita in questo blog e se vi piace bene, se no fate click e tanti saluti.

Se, invece, vi va di rimanere con me, metto su il caffè e ne parliamo.


Allora.

Personalmente quando c’è Sanremo impazzisco: ma impazzisco proprio, mi trasformo fisicamente, divento una specie di automa il cui respirare è influenzato dalle decisioni di Rai Uno, le cui giornate sono un lento trascinarsi in attesa delle ore 21 e le notti sono troppo corte, perché comunque prima dell’una a letto non si va.

Perché? Perché a me Sanremo non è che piaccia, a me Sanremo SERVE.

Mi serve come mi serve tutto quanto di nazional popolare vi possa venire in mente, a partire dalla tiritera di parenti e gamberetti di Natale fino al casino di una spiaggia il giorno di Ferragosto.

Mi serve a ricordarmi chi sono.

Chi sono davvero, intendo, non chi sono diventata, che quello lo so da sola e comunque, il mio divenire è un pongo con cui gioco tutti i giorni.

Sanremo (come tutto quanto di nazional popolare vi possa venire in mente) mi serve a ricordarmi chi sono sotto il vestito che mi metto addosso, fatto di buon gusto, occhiali di tartaruga, libri scelti con cura, opinioni consapevoli e sarcasmo ficcante.

Mi serve a ricordarmi che sono un italiano assolutamente medio di quelli che pizza e mandolino, amore che fa rima con cuore, pasta con il sugo rosso alla domenica a pranzo, partita, frittatona di cipolle e rutto libero.

Non solo.

Sanremo (come tutto quanto di nazional popolare vi possa venire in mente), mi serve ricordami chi ero quando ero una che credeva alle cose.

Una che, senza andare troppo per il sottile, pensava che DAVVERO un rubizzo signore sarebbe arrivato a farmi visita nottetempo e a darmi contezza concreta, sotto forma di giochi e dolci, del mio essere stata ‘buona’ durante l’anno; che pensava che DAVVERO quella in fondo a una fila di ore fosse l’anguria più buona del mondo e che essere al mare il giorno di Ferragosto, nel casino, con la sabbia che scotta e l’acqua marroncina dell’Adriatico, fosse una figata.

Quando comincia Sanremo, per cinque giorni, io posso ricominciare a sentirmi così: a sentirmi una che crede alla bellezza e alla sincerità delle cose, anche se sono brutte o finte, senza volerle distruggere a colpi di buoni argomenti e sapide battute.

E se poi vogliamo discutere del fatto che il valore e la ricerca musicale delle canzoni della prima Bjork siano superiori a quelle di Francesca Michielin, fate pure. Ve la dò vinta a tavolino.

Io rimango ancora qui, altri cinque minuti, che c'è una bugia a cui credere.

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