Pieter Freibeuter
Sussidiario {con figure!} della prima Repubblica
15 Febbraio Feb 2016 1224 15 febbraio 2016

Mi manda Piccone: da 'Canguro Silente' a 'Cavallo Pazzo', l'evoluzione di un Presidente...

Cossiga Bis

Nei primi quattro anni e mezzo del suo mandato Francesco Maurizio Cossiga, detto Francesco, fu un Presidente della Repubblica irreprensibile: silente, rispettoso delle altre istituzioni, consapevole delle sue funzioni. Mai gli era sfuggita una parola di troppo; mai un’intrusione in quelle che erano le funzioni e le prerogative altrui: del Parlamento, della Magistratura, dei vari governi che si erano succeduti (Craxi I, Craxi II, Fanfani VI, Goria, De Mita, Andreotti VI), del suo partito, degli altri partiti, degli organi di stampa. Un notaio della Costituzione, formale pur senza mai apparire sussiegoso. Un Presidente che dava l'impressione di esser nato vecchio, nonostante fosse stato e sia tutt’ora, il più giovane Presidente della Repubblica mai eletto con i suoi 57 anni (la media dei sette predecessori era stata di 70 anni, quella dei quattro successori sarà di 77 anni). Nel bene e nel male, per quattro anni e mezzo, mai uno slancio di gioventù (gioventù rispetto ai canoni della prima Repubblica, naturalmente) mai un ammiccamento, mai una dichiarazione sopra le righe. Mai nemmeno un’innocente gaffe. Un inquilino del Colle più alto decisamente noioso, soprattutto se paragonato al suo predecessore, il pirotecnico Alessandro Pertini, detto Sandro, che paradossalmente era, ed è tutt’ora se escludiamo la breve parentesi del Napolitano Bis, il più vecchio Presidente della Repubblica con i suoi 81 anni al momento dell’elezione e gli 88 a conclusione del mandato.

Poi accadde un piccolo imprevisto: crollò il Muro di Berlino. La prima Repubblica iniziò a finire quel giorno di novembre del 1989: gli equilibri sottili su cui si reggeva la politica nazionale, ormai collaudati (o logorati) da un quarantennio di rodaggio, non ressero a quell’evento inimmaginabile fino al momento stesso in cui accadde. Certo, degli scricchiolii sulla tenuta delle nostre istituzioni c’erano stati anche prima, ma sarebbero stati appunto solo scricchiolii di assestamento se non fosse crollato il muro di Berlino, e se non fosse crollato così, di schianto. Forse per tutti gli anni ’90 avremmo avuto l'eterno Giulio Andreotti Presidente della Repubblica, un succedersi di Craxi III, IV, V che ci avrebbero condotto fin dentro il 2000, inframmezzati da qualche balneare dell’anziano Colombo per rispondere a crisi di governo innescate da un congresso straordinario del PRI, dalle dimissioni di un sottosegretario del PLI, da un esponente di punta del PSDI beccato con le mani nella marmellata. All’inizio del nuovo millennio, finalmente, avremmo assistito ad un palingenetico e scoppiettante De Mita II o forse a dei più mesti Forlani II, III, IV. E chissà, in qualche lontano mondo parallelo, in qualche mondo distopico (o utopico?) il CAF e il Pentapartito forse continuano a perpetrare se stessi. E continueranno a farlo in eterno...

Invece il muro cadde rovinosamente e le prime timide avvisaglie della metamorfosi presidenziale da Canguro Silente a Cavallo Pazzo si ebbero proprio nel discorso di fine anno del 31 dicembre 1989, per la prima volta trasmesso anche dalle televisioni private, quando Cossiga si espresse sulla necessità di un rinnovamento politico anche ad Ovest, sulla spinta di quanto appena avvenuto ad Est. Questo timido auspicio sulla necessità di uno sforzo collettivo di rinnovamento di tutta la classe politica nazionale che, sgravata dalle quarantennali incombenze ideologiche poteva trovare la forza morale di un adeguamento delle strutture dello Stato, fu giudicato un discorso inconsueto - nulla più - da gran parte dei cronisti.

Ma non era che un debutto.

Preannunciato da un’intervista in cui confessava di volersi togliere alcuni sassolini dalle scarpe (sarebbero stati macigni) nei primi mesi del 1990 Cossiga impugnò metaforicamente il piccone e diede il via ad un crescendo di esternazioni, prese di posizione da tribuno, aperture, chiusure, comunicati, note, accuse e poi scuse e accuse e scuse senza ritorno sui più disparati temi.

Ingaggiò piano piano una furibonda lotta contro tutto e contro tutti: la DC, il CSM, le crescenti leghe, Gava, i giornalisti italiani, i giornalisti stranieri, i giudici ragazzini, Leoluca Orlando, Achille Occhetto, la maggioranza, le opposizioni, la Mafia, l'Anti-Mafia, La Malfa, Casson, il vecchio PCI, il neonato PDS, Martelli, Andreotti. E poi c’erano i misteri di quarant’anni di storia patria sui quali, caduta la cortina di ferro, non c’era più necessità di tacere in nome della ragion di Stato Atlantica: dal ritrovamento di alcune carte del caso Moro fino ad Ustica, anche lì fu un crescendo continuo di rivelazioni ‘inaspettate’, di veleni e contro-veleni. In autunno esplose il caso Stay behind (passato alle cronache giornalistiche come ‘Gladio’) ovvero il segreto di Pulcinella: l’esistenza in Italia di una struttura segreta, legata alla NATO (e forse alla CIA), destinata (nella migliore delle ipotesi) a guidare ed organizzare una sorta di resistenza popolare in caso di un’eventuale invasione da parte di una potenza straniera (ovviamente l’Unione Sovietica); secondo altri invece destinata ad entrare in azione anche nel caso di una legittima affermazione elettorale del PCI. Cossiga, a differenza del se stesso precedente e di tanti altri suoi colleghi abituati agli omissis e ai non ricordo, non solo non negò il suo coinvolgimento diretto nella struttura nella sua veste di allora sottosegretario alla Difesa, ma addirittura rivendicò la natura legittima e secondo lui addirittura “patriottica” della stessa, chiamando direttamente in causa, e dunque in eventuale correità, tutti i maggiori esponenti politici di un quarantennio, democristiani e non, e ribadendo la necessità di fare chiarezza per poter ri-fondare la Repubblica.

Il 1991 si aprì con un’apparente tregua e una formale promessa (la prima di una lunga serie) di riprendere a tacere. Ma ormai ci aveva preso gusto; forse era diventato prigioniero del suo nuovo personaggio o forse si voleva liberare di quello vecchio, il KoSSiga con la K e la doppia S scritta a forma di runa nazista: le interpretazioni psicologiche (e anche psichiatriche) si sprecarono.

Sciolto ben presto il voto di silenzio la giostra ricominciò laddove si era fermata: Andreotti, il PDS, la DC, Occhetto, Bruno Vespa, Nuccio Fava, Rodotà, Forlani, il Partito Trasversale, il Partito de La Repubblica, Famiglia Cristiana, Il Manifesto, Pippo Baudo, Nanni Moretti, Cirino Pomicino, Galloni, Ugo Pecchioli, l’Azione Cattolica, Rifondazione Comunista, Mancino, Toni Negri, il Presidente della Corte Costituzionale Gallo, i giudici pacifisti, Gava, De Mita, Scalfaro, Scalfari: nessuno sfuggiva all’impeto picconatore, mentre intanto la crisi istituzionale montava in maniera sempre più evidente e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, e soprattutto nei partiti che le occupavano, erano ormai ridotte ai minimi termini. Le picconate ben presto entrarono nel costume e nell’immaginario collettivo. La Repubblica inaugurò una rubrica ad hoc “Cossigheide”, bollettino quasi quotidiano sulle esternazioni presidenziali; Cuore gli dedicò una delle sue memorabili copertine titolando: “Seconda Repubblica? Va bene! Inno Nazionale in sardo? Benissimo! Abolire il Parlamento? Meraviglioso! Presidente a Vita? Ottimo! CI ARRENDIAMO, BASTA CHE STAI ZITTO…

Ulteriore capolavoro fu il suo ultimo discorso di fine anno, il 31 dicembre 1991. Mentre tutti si aspettavano un discorso torrenziale e qualche nuova e definitiva picconata sbrigò la pratica in tre minuti e mezzo affermando tra le altre (poche) cose in tono solenne:

«Parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione. E questo proprio ormai alla fine del mio mandato che appunto va a scadere il prossimo 3 luglio 1992. Questo comportamento mi farebbe violare il comandamento che mi sono dato, per esempio di un grande Santo e uomo di stato, ed al quale ho cercato di rimanere umilmente fedele: privilegiare sempre la propria retta coscienza, essere buon servitore della legge ed anche quindi della tradizione ma soprattutto di Dio cioè della verità. Ed allora mi sembra meglio tacere

Il 1992, è storia nota, diede il colpo di grazia alla prima Repubblica e Cossiga, dopo altri quattro mesi di esternazioni, si dimise con sessanta giorni di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato in conseguenza del terremoto elettorale del 5 aprile. Il piccone finì in soffitta, ma ormai un altro neologismo era entrato prepotentemente nel lessico quotidiano: Tangentopoli.

Con il senno di poi, con il senno di oggi, Cossiga si mostrò lungimirante nel cogliere i segnali dell’arrivo della bufera per la classe politica della prima Repubblica e nel ribadire la necessità di un rinnovamento che lui stesso sapeva bene non poteva venire da “chi ha vinto qualcosa con lo scopone e non vuole imparare il bridge.” Un po’ Re Lear e un po’ (molto) fool in quella grande tragedia shakespeariana che fu l’epilogo di un'intera classe politica sarà comunque tra i pochissimi cavalli di razza della DC a ritagliarsi un suo spazio anche nella seconda.

Tra i pochi ad aver imparato per tempo quantomeno i rudimenti del bridge…


Bonus Track - Piccolo (e necessariamente incompleto) breviario picconatorio

Luigi Pintor [direttore de Il Manifesto]: con la volgarità del suo articolo ha offeso la dignità e la correttezza dei sardi. Tanto che, per causa sua, mi vergogno prima come sardo e poi come capo dello Stato. Se io sono un ex presidente della Repubblica, Pintor, grazie a Dio, è un ex sardo ed anche da molto tempo.


Ugo Pecchioli, [esponente del PDS e sorta di ‘Ministro dell’Interno ombra’ ai tempi del PCI] mio collaboratore quando ero ministro dell’Interno, un uomo che non ricorda neanche il nome dei direttori dei servizi con i quali, da onesto cittadino, lealmente collaborò.


Michele Zolla [vicepresidente della Camera] e Paolo Cirino Pomicino [Ministro del Bilancio negli Andreotti VI e VII]: Zolla è un analfabeta di ritorno, Pomicino invece è un analfabeta e basta. Mi spiace che si ostini a farsi chiamare ministro del Bilancio con la B maiuscola. Qualcuno deve avergli parlato di Keynes, delle sue teorie sulla spesa e allora lui si ritiene un keynesiano perché spende tanto. Dovremmo regalargli una biografia di Keynes, ma prima dovremmo fargliela tradurre in napoletano.


Stefano Rodotà [giurista e all’epoca presidente del PDS, prendendo a pretesto la morte del vecchissimo Lazar Moiseevic Kaganovic, il braccio destro di Stalin] È morto Kaganovic e io non so a chi fare le condoglianze… All’Unione sovietica certamente no. Perché, ormai, sono più io marxista-leninista che loro. Gorbaciov, con un’ esternazione, ha sciolto tutto. Addirittura, ha abrogato 70 anni di storia sovietica. Quindi a chi? All’ex partito comunista? Al Pds sarebbe ingiusto specie dopo l’ ultimo congresso, l’ultimo discorso di Occhetto, le prese di posizione di uomini come Napolitano fare le condoglianze per Kaganovic. Allora io ho pensato: Violante. Ma Violante l’ ho già chiamato Beria: se faccio a lui le condoglianze per Kaganovic, lo deprezzo. Ho pensato a Rodotà. Ecco, un ruolo adatto per Rodotà potrebbe essere quello di unico marxista-leninista d’ Italia.


Rodotà bis: un piccolo arrampicatore sociale, uomo senza radici, parvenu della politica.


Pierluigi Onorato: inquisitore stalinista.


Luciano Violante: un piccolo Viscinsky [altro inquisitore stalinista ndr].


Ciriaco De Mita: Bugiardo, gradasso, il solito boss di provincia.


Nicola Mancino [Capogruppo al Senato della DC]: Se sta al mare fa un gran bene al paese.


Antonio Gava [Ministro dell’Interno]: Nessuno infierirà su di lui chiamandolo boss e figlio di boss, camorrista e amico di camorristi, come per anni hanno fatto i comunisti. Nessuno insinua che, a differenza di Moro, egli con altri suoi amici ha trattato con le Br tramite la camorra per salvare un suo amico [Il caso Cirillo, ndr]. Calunnia e falsità dalle quali peraltro io l’ho sempre difeso.


Leoluca Orlando [Sindaco di Palermo, fuoriuscito dalla DC e fondatore de La Rete]: un povero ragazzo. Uno sbandato che danneggia l’unità della lotta alla mafia, mal consigliato da un prete fanatico che crede di vivere nel Paraguay del ‘600 [il gesuita Padre Pintacuda, ndr].


Achille Occhetto [Segretario del PDS]: Non ho mai intimato ne’ al PDS ne’ allo zombie con i baffi, cioè a quel poveretto dell’onorevole Occhetto, di non parlare. Non ho neanche intimato di non attaccare il presidente della Repubblica, anzi in qualità di democratico e di sinistra mi auguro vivamente che lo faccia Farebbe meglio ad andare a zappare e a cogliere margherite. Ma mi fa un po’ schifo pensare che la terra possa essere violata e le margherite colte dalle manacce degli zombie coi baffi…


Achille Occhetto bis: fa rivivere le cose più abbiette e più volgari del paleostalinismo.


Achille Occhetto tris: nomina sunt consequentia rerum [ironizzando sul cognome ndr].


Giorgio La Malfa [Segretario del PRI]: figlio imprudente ed impudente di un galantuomo.


Claudio Martelli [Ministro della Giustizia]: un ragazzino troppo giovane, ha bisogno di consigli.

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