Carla Ardizzone
Big city life
18 Febbraio Feb 2016 2234 18 febbraio 2016

Kiss me Cristina

Cristina

Cifre esorbitanti per ospiti internazionali.

Vallette di una bellezza eccezionale.

Fiori, vestiti da sera, imitazioni, musica, nastri colorati arcobaleno, l’abbronzatura africana di Carlo Conti.

Diciamoci la verità, tutto questo non è valso neanche un attimo dell’esibizione di Cristina D’Avena sul palco dell’Ariston. Bella di uno shatush dorato sui capelli, splendente nel look e nella voce: un’intera generazione di trentenni italiani si è sorbita così la propria razione di Festival. Anche se di sabato sera, anche se spesso e volentieri Sanremo risulta indigesto, anche se non si capisce perché debba durare tutte queste ore, che a metà stai già sbadigliando e ti fanno male le orecchie.

Nonostante tutto questo, si sono sintonizzati e lo hanno guardato. Tutto merito suo: Cristina.

Non era bastata, no, la reunion dei Bluvertigo e neanche il ritorno su RaiUno di Elio e le Storie Tese. Non erano bastate queste due astute mosse che, già da sole, puntavano l’indice verso di te, proprio te, trentenne impigrito e nostalgico che non hai mai smesso di amare le cose di quando eri ragazzino. Mancava solo la canzone d’amore degli 883 a completare il quadretto. Tu, proprio tu che su Discolabirinto scuotevi le natiche e ridevi sulle note nonsense di Supergiovane, non hai pensato che fosse arrivato il momento di rappresentare in pieno il target di pubblico sanremese?

No, non ti sei fatto convincere. A te tutto questo non bastava. Ed è per questo che…

Una petizione online da migliaia di firme ha chiamato a gran voce di avere lei, la nostra balia, la tata dei pomeriggi di Bim Bum Bam, lei, Cristina. La personificazione della nostra infanzia, gli anni 80/90 per eccellenza. A quel punto sì che sei stato pienamente soddisfatto e pronto ad essere catturato dalla rete del Carlone nazionale. Perché questo succedesse, Sanremo ha dovuto trasformarsi in Fivelandia volume 20mila.

Perché? Perché nessuno ci aveva mai pensato prima? Eppure era necessario: lei doveva cantare Kiss me Lycia, con Andrea e Giuliano e così via. E Occhi di Gatto un altro colpo è stato fatto. Doveva farlo per forza a Sanremo, e ora vi spiego il motivo.

Intanto, non c’è canzone senza emozione. Va da sé, quindi, che guardando il Festival esigiamo di emozionarci. E su questo piano - bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di dirlo - la competizione tra gli artisti di Sanremo e la nostra Cristina sta a zero. Non c’è storia. Belle canzoni in gara? Non importa. E neanche il fatto che sia stata strepitosa a livello vocale, anche più di tanti altri cantanti visti sul palco, ha avuto davvero importanza.

Il fatto è che le note delle sue canzoni ci sono entrate dentro molto di più della favola della buonanotte di nostra nonna, e che riascoltandole è inevitabile tornare improvvisamente a quando facevamo la merenda con il Tegolino e guardavamo alla Tv Ti Voglio Bene Denver. Torniamo su quella scrivania dove facevamo i compiti il pomeriggio, e nella cameretta con i giochi.

Ci ricordiamo d’improvviso, e con un po’ di imbarazzo, quando era lei, Cristina, a impersonare la giapponese Licia in un bizzarro telefilm dell’epoca, con una improponibile parrucca in testa e un fiocco rosa tra i capelli che non si poteva guardare. Inguardabile quasi quanto il ciuffo rosso di Mirko. Mia sorella aveva un paio di anni allora, e ogni volta che appariva questa coppia che scoppia alla Tv si faceva un pianto disperato senza consolazione. Nessuno di noi ha mai capito il perché.

Se il ricordo, l’emozione e la nostalgia - componente distintiva dei trentenni di oggi - per un momento hanno preso le sembianze di Cristina D’Avena, c’è un’altra ragione fondamentale per cui lei dovesse assolutamente salire sul palco dell’ Ariston durante la finale del Festival della canzone italiana. Lei è un pezzo di storia della musica esattamente come gli Stadio o Patty Pravo. Certo, diverso è il genere, si tratta sempre di musica per ragazzi. Ma dov’è la differenza? I testi delle canzoni? L’impegno? Il significato?

Non è nella singola canzone che si deve andare a cercare il significato della musica di Cristina D’Avena. Bisogna invece riflettere sul fatto che quella musica ha cresciuto milioni di bambini e adolescenti, unica per genere e caratteristiche, tipica della televisione per ragazzi degli anni 80/90 che adesso si sta già perdendo. Anche il genere di anime giapponese, oggi, non è più lo stesso. Cristina D’Avena è un pezzo di storia recente, per l’appunto. E’ una delle icone principali di un intero movimento che ha visto crescere silenziosa, e un po’ sfigata, la generazione Y o millenials che dir si voglia.

Il movimento a cui proprio tu, trentenne nostalgico e impigrito, hai preso parte, e che solo oggi capisci quanto ti rappresenti. Solo qualche giorno fa hai capito quanto Cristina, su quel palco a cantare Kiss me Licia, rappresenti te e il tuo periodo migliore che, per una fortunata congiuntura storica, è stato spensierato e scintillante quanto gli occhi di Candy Candy. Rappresenta il tuo sogno che non finisca mai, la tua tristezza di sapere che è già finito.

Fonte foto: RaiUno, Festival di Sanremo 2016

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