Pieter Freibeuter
Sussidiario {con figure!} della prima Repubblica
22 Febbraio Feb 2016 1204 22 febbraio 2016

Il Sancta Sanctorum della prima Repubblica: la stanza dei bottoni

Stanza Dei Bottoni 2
La sobria ma superaccessoriata stanza dei bottoni della prima Repubblica

Ed io li pigiavo, i bottoni, ma porca vigliacca non succedeva niente!

Quando la politica era ancora una cosa seria e solida e non quella odierna robaccia liquida (che infatti poi finisce per percolare dappertutto) esisteva una vera e propria stanza dei bottoni, all'interno della quale veniva deciso tutto. Ma proprio tutto. Questa, per esempio, era la sobria ma superaccessoriata stanza dei bottoni della prima Repubblica, all'interno della quale il Presidente del Consiglio ed i suoi Ministri esercitavano ogni loro singola funzione...

La seconda leva a sinistra era quella che permetteva di aumentare la spesa pubblica a dismisura; con il terzo pulsante in basso si poteva sfiduciare - seduta stante e senza alcun motivo - il Presidente di Finsider o l'intero Consiglio d'Amministrazione dell'Italstat; premendo il grosso bottone rosso al centro si dava il via ad un rimpasto mentre spegnendo il secondo interruttore posto sull'ingresso si innescava una crisi di governo al buio. La levetta grigia era utilizzata per tenere sotto controllo l'inflazione aumentando o diminuendo il prezzo dei prodotti presenti nel paniere dell'Istat (paniere che all'epoca era custodito in una cassaforte blindata nella stanza di fianco). La spia verde che si intravvede in alto si accendeva quando un sottosegretario veniva beccato con le mani nella marmellata ed era necessario sostituirlo immediatamente, non prima di aver telefonato alla Pavimental per ordinare qualche tonnellata di brecciolino per insabbiare lo scandalo (con il telefono più chiaro, gli altri due servivano uno per la concertazione con i Sindacati e l'altro per chiamare l'Icipu, la Cassa del Mezzogiorno o il Crediop se serviva liquidità; quello più grande in mezzo alla sala era invece la linea diretta con Washington). Staccando lo spinotto sull'estrema destra si potevano mandare in pre-pensionamento 200 portantini di un USL a scelta, riattaccandolo se ne assumevano 300, magari qualche centinaio di chilometri più a Sud o a Nord-Est, per colmare immediatamente il vuoto lasciato dai nuovi baby-pensionati (classico caso di Win-Win, tipico della prima Repubblica). Il pannello grande tutto colorato serviva per monitorare gli avanzamenti di carriera interni alle Poste ed i trasferimenti nell'Esercito, nella Forestale, nei Carabinieri e nella Polizia di Stato. La pedaliera in basso consentiva di accelerare o rallentare la crescita a proprio piacimento e con il joystick grigio si potevano pilotare le crisi di governo in Parlamento, governando eventuali turbolenze interne alla maggioranza. Il monitor in fondo serviva per poter gestire il tutto da remoto, persino dal bagnasciuga in caso di governo balneare. Mentre con il pulsante sotto si poteva innestare il pilota automatico, utilissimo quando si insediava un interlocutorio governo elettorale che non doveva fare troppi danni.



L'espressione 'stanza dei bottoni' è un modo di dire per rappresentare in modo icastico il luogo in cui vengono prese le decisioni importanti, particolarmente in ambito politico ed economico. Entrò nel linguaggio giornalistico all'inizio degli anni '60 (ma se ne trovano sporadiche tracce anche prima) grazie all'allora segretario del Partito Socialista Italiano, il romagnolo Pietro Nenni, che con la sua leggendaria, sanguigna ed immaginifica ars oratoria ha lasciato numerose altre tracce nella lingua della politica italiana.

«Da ciò, il problema di chi presiederà alla politica di piano, di chi sarà nella stanza dei bottoni, ora che con l'accrescersi delle prerogative dello Stato nel campo economico i bottoni sono enormemente aumentati di influenza e di numero.» P. Nenni durante un comizio davanti al Colosseo nell'ottobre del 1962

Da allora la stanza dei bottoni diventò il metafisico luogo in cui il governo prendeva le decisioni e in cui dunque, in qualche modo, si materializzava l'esercizio del potere politico. Quando nel 1962 davanti al Colosseo pronunciò quella frase Nenni si apprestava a mettervi di nuovo piede, vi aveva infatti già avuto acceso nel biennio 1945-47, quando era stato Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nei governi Parri e De Gasperi I e Ministro degli Esteri nel De Gasperi II. Nenni era consapevole che si trattava di esperienze non paragonabili: la stanza dei bottoni, nell'immediato dopoguerra, non era che un cumulo di macerie e calcinacci post-bellici. Diverso era entrare in quella sfavillante stanza dove tutto veniva deciso (e programmato) nei primi anni '60, nel frattempo infatti «le prerogative dello Stato in campo economico» erano enormemente aumentate grazie al boom economico, alla nascita dell'ENI, alla statalizzazione dell'energia elettrica e di altri settori ritenuti strategici. Dopo le aperture fanfaniane ed i cauti rinvii morotei l'ora dei socialisti era ormai giunta ed il casto connubio - oh sublime sintesi andreottiana! - tra la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista si avviava finalmente ad essere consumato: già l'ultimo governo della III legislatura, il Fanfani IV, era stato un proto-centrosinistra (tricolore DC-PRI-PSDI, con astensione del PSI). Un anno dopo quel discorso pronunciato davanti al Colosseo, in seguito alle elezioni politiche del 1963 e all'interlocutorio monocolore Leone I, e dopo aver attraversato il deserto di un quindicennio di opposizione frontista Nenni - a differenza di Mosè che dopo la traversata non mise mai piede nella terra promessa - poté tornare nella stanza dei bottoni di nuovo come Vicepresidente del Consiglio, insieme ad altri sei Ministri socialisti, nel Moro I (lo sarà anche nei successivi Moro II e Moro III fino al 1968).

L'esperienza fu però dolceamara, sia perché il PSI subì, dopo la scissione da destra del 1947 del PSLI (poi PSDI) saragattiano la scissione da sinistra dei carristi del PSIUP, contrari a quella svolta e favorevoli al mantenimento di un'asse con il PCI, sia perché la tanto bramata stanza era diversa da come forse se la aspettava e la possibilità di incidere alquanto limitata. Già pochi mesi dopo il suo insediamento Nenni annottava nei suoi diari (ripresi da Guido Melis nel suo monumentale Storia dell'amministrazione italiana: 1861-1993, Il Mulino 1996):

«Nei quindici anni dalla sua vittoria elettorale del 18 aprile 1948 ad oggi la DC ha modellato a propria immagine gli alti gradi della pubblica amministrazione ed ha creato un'infinità di enti che sono altrettanti centri di potere [...] l'alta burocrazia ci sta accogliendo con diffidenza, se non con ostilità, considerandoci degli uccelli di passaggio non destinati a far nido».

Qualche anno dopo, sempre nei suoi diari, avrebbe ammesso sconsolato: «la verità è che per governare occorrerebbe conoscere tutti gli uomini dell'amministrazione civile e militare ed io non ne conoscevo nessuno.»

In tempi di presunte case di vetro del potere, ossessioni di trasparenza, streaming e parlamenti aperti come scatolette di tonno non possiamo non rimpiangere l'esistenza, almeno metaforica, di una riservata e inaccessibile ai profani stanza dei bottoni, non può non tornarci in mente il cancelliere tedesco Otto von Bismarck quando sosteneva che meno le persone sanno di come vengono fatte le proprie salsicce e le proprie leggi, meglio dormono la notte...

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