Pieter Freibeuter
Sussidiario {con figure!} della prima Repubblica
26 Febbraio Feb 2016 1239 26 febbraio 2016

I cavalli di razza della prima Repubblica

Ippica
Tra le molte passioni di un ingegno proteiforme come quello dell'On. Giulio Andreotti figurava anche l'ippica...

Soldatino, King e D'Artagnan!

A vederle oggi non lo direste mai, affollate come sono di bardotti, muli, somari e tutt'al più qualche spelacchiato Ronzinante di complemento (convinto in cuor proprio d'essere Ribot) eppure c'è stato un tempo in cui la piste dell'Ippodromo di Montecitorio erano calcate da veri e propri purosangue: cavallo di razza era infatti chiamato il politico di alto profilo destinato agli incarichi più importanti e prestigiosi nel partito e nelle istituzioni. Insomma il Top Player, per esprimerci nella povera ed inquinata lingua d'oggidì e farci capire anche da coloro che in tutta la loro vita non hanno mai provato l'ebrezza d'un monocolore Leone, di un Rumor IV o di un Andreotti VI.

I primi a vedersi attribuito il prestigioso titolo furono il Pony toscano Amintore Fanfani, certo non molto alto al garrese ma testardo e bizzoso come tutti i cavallini, ed il Murgese Aldo Moro, più posato e tranquillo ma dotato di una incredibile resistenza e tenacia. Da allora il cavallo di razza e le numerose variazioni sul tema equino sono diventati dei veri e propri tòpoi della politica, non solo nella scuderia scudocrociata ma anche in tutte le altre scuderie che correvano il Grand Prix della prima Repubblica, con una frequenza inversamente proporzionale alla reale presenza di fuoriclasse sul campo.

L'ingresso del termine ippico nel linguaggio politico è da ricercarsi in una dichiarazione di Carlo Donat Cattin alla fine degli anni '60. In concomitanza con l'elezione a segretario della DC dell'allora giovane fanfaniano Arnaldo Forlani, come soluzione di compromesso in seguito ad una delle frequenti turbolenze interne del partito di maggioranza (in quel caso dovuta alla frammentazione della monolitica corrente dorotea), Donat Cattin ebbe ad affermare:

«La DC ha due cavalli di razza, Fanfani e Moro, ma ha deciso di non farli correre.»

Un paio d'anni dopo, nel 1971, in occasione dell'elezione del successore di Saragat alla Presidenza della Repubblica lo stesso Donat Cattin riprese la sua metafora ippica rincarando la dose:

«Non dimentichiamoci che la DC può contare solo su due cavalli di razza: Fanfani e Moro. Gli altri al più sono ottimi mezzosangue.»

Fanfani nel 1971 era infatti il candidato naturale ed ufficiale della DC, cosa che lo rendeva il favoritissimo per il titolo presidenziale (il totalizzatore gli avrebbe attribuito una quota molto bassa), mentre Moro rappresentava la prima e valida alternativa in subordine: come da tradizione non venne eletto nessuno dei due, ed anche se quella dichiarazione non fu certo determinante per bruciarli, certo non li aiutò. Venne eletto l'outsider Giovanni Leone per il quale furono necessari ben 23 scrutini (record tutt'ora imbattuto: ancora non esistevano gli #OccupyDC a chiedere ai grandi elettori di "fare presto").

Ma i cavalli di razza, si sa, non riescono a stare a lungo nel tondino e l'occasione per poter tornare a correre a briglia sciolta fu data dal XII Congresso della DC, tenutosi a Roma nel giugno del 1973, quando i vecchi nemici Fanfani e Moro, per l'occasione alleati, con una rottamazione al contrario mandarono a casa i giovani puledri Forlani e Andreotti, scalzandoli e sostituendoli alla guida della DC (con Fanfani che soffiò la segreteria a Forlani) ed al governo (con Andreotti costretto alle dimissioni e sostituito prima dall'eterno doroteo Rumor e poi dallo stesso Moro).

A quel tempo i congressi della DC, più che all'elegante e raffinata Royal Ascot, somigliavano al Palio di Siena, con il suo carico di congiure, tradimenti, veti incrociati, fantini venduti e comprati fino all'ultimo e dunque bisognava sempre tenere a mente la massima (attribuita ad Ali ibn Abi Talib) “i tuoi amici sono di tre tipi, e di tre tipi sono anche i tuoi nemici. I tuoi amici sono: il tuo amico, l'amico del tuo amico e il nemico del tuo nemico. I tuoi nemici sono: il tuo nemico, il nemico del tuo amico e l'amico del tuo nemico” o se preferite la sintesi andreottiana “dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”. In quello storico congresso uno dei nemici dei nemici (e quindi amico) del duo di vecchi purosangue concorrenti fu proprio Carlo Donat Cattin, detto Il Grinta. Anche se nella vicenda più che a John Wayne nel film di Henry Hathaway il suo ruolo somigliò a quello di Clint Eastwood, alias Joe, in Per un pugno di dollari. Con la sua Nobile Contrada di Forze Nuove Donat Cattin fu infatti uno degli artefici del cosiddetto 'Patto di Palazzo Giustiniani' che pose le basi per l'accordo congressuale. Come nel Palio anche nei congressi della DC ogni contrada-corrente faceva la sua corsa, il cui fine ultimo non necessariamente doveva essere la propria vittoria, quanto piuttosto la sconfitta della corrente rivale di piazza. La sconfitta dell'avversario infatti a volte può essere persino più gratificante dell'entrare in Duomo con il cencio, perché per vincere un Palio o un Congresso c'è sempre tempo mentre alla vittoria del proprio rivale diretto non c'è alcun rimedio. E forse non è un caso se a Siena gli accordi (chiari e segreti, leciti ed illeciti) tra le contrade in preparazione della corsa vengono chiamati Partiti...

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