Hamilton Santià
Cultural Stereotype
1 Marzo Mar 2016 0933 01 marzo 2016

Spotlight. Etica, professionismo e volontà di cambiare le cose.

Spotlight

Sono ormai diversi giorni che penso a Spotlight e al fatto che mi sia piaciuto tantissimo. Non pensavo, sinceramente, potesse vincere il premio Oscar come miglior film nonostante abbia perfettamente senso. Da qualche anno la Academy premia film di impegno, a budget ridotto, meno universali rispetto ai grandi film di valori e per questo più ostici per il grande pubblico, soprattutto quello americano. Andiamo a ritroso e guardiamo gli ultimi dieci anni: Birdman, 12 anni schiavo, Argo, The Artist, Il discorso del re, The Hurt Locker, The Millionaire, Non è un paese per vecchi, The Departed, Crash. Possiamo pensare quello che vogliamo dei film in questione ma è fuor di dubbio che ci sia una scelta di politica cinematografica dietro queste scelte.

Non sono d’accordo con chi pensa che il premio a questo film sia una sconfitta per il cinema perché (a) non è un film spettacolare; (b) non ha una regia virtuosistica; (c) è un film di sola scrittura (sono alcune delle argomentazioni che ho letto dai detrattori soprattutto sui social). Tom McCarthy è un regista estremamente sobrio e misurato, è il suo stile. Mettersi al servizio della storia non vuol dire abdicare al ruolo della regia: significa costruire le immagini in modo funzionale per ottenere il massimo risultato operando anche delle scelte molto nette. In letteratura, quando incontriamo uno scrittore che toglie, ne esaltiamo il minimalismo. Quando incontriamo un regista che toglie, ne contestiamo la mancanza di virtù. Sarebbe un discorso lungo, ma definire la grandezza del film solo attraverso i movimenti di macchina e la spettacolarità coglie solo un punto della faccenda (e spesso, a mio avviso, non lo coglie neanche). Faccio solo un esempio: come definiamo la scelta di Tom McCarthy di evitare il kitsch sentimentale? Mi spiego. Si sta raccontando la storia dell’indagine giornalistica che fa esplodere lo scandalo pedofilia nella chiesa cattolica. Per suscitare sensazioni forti e empatia si potevano mostrare tantissimi elementi patemici, pruriginosi, allusivi (gente che piange mentre racconta esplicitamente le violenze; preti che guardano bambini; sequenze in cui i vescovi cercano di difendersi tra di loro) cercando un sentimentalismo compassionevole un po’ kitsch. In Spotlight ci si ferma sempre prima. Raccontare una storia senza raccontarla, mostrare il meccanismo faticoso di artigianato intellettuale e umano dietro la sua costruzione. È una scelta estremamente politica. Ed è una scelta di regia. Secondo Umberto Eco ogni romanzo può essere riassunto, asciugando qualsiasi elemento superfluo, in una sola frase. Possiamo farlo anche con i film. Spotlight è la storia di un racconto di una storia. Una storia che cambia la Storia.

Non è, però, solo questo. Non è importante solo il come, ma anche il cosa. È da qualche giorno che Spotlight mi ha fatto pensare al giornalismo come professione intellettuale capace di cambiare il mondo. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione cinematografica che si concentra su professionisti il cui scopo principale è fare al meglio il proprio lavoro. Da Howard Hawks in avanti, è come se esistesse un cinema "del professionismo". Il lavoro va fatto al meglio perché è il tuo biglietto da visita ed è attraverso il lavoro che cambi la società in cui vivi. Tutti i film e le serie TV che raccontano i dietro le quinte (da Hawks a Aaron Sorkin) mostrano questa impressionante mole di lavoro portata avanti da persone umane - con tutte le contraddizioni, i patimenti e i turbamenti di cui gli umani sono capaci - consapevoli che il loro unico modo per cambiare le cose è fare bene il proprio lavoro. E il giornalismo, in questo, è un lavoro con un potere straordinario.

Ed eccoci alla vita vera e all'Italia. Pensavo al nostro malcostume per cui anche stimati giornalisti e stimati quotidiani pubblicano notizie non verificate, copiate, scritte senza verificare le fonti, senza fare quelle due telefonate in più, cercando il titolo ad effetto, il click facile, puntando molto - anche loro, sì - sul kitsch sentimentale. Pensavo alla nostra incapacità di produrre un giornalismo d’inchiesta in grado davvero di cambiare le cose (facciamo inchieste, ma restano sempre nell’ambiente di una nicchia, senza il passaggio successivo in termini di grandezza e impatto), al nostro sistema dei media così interconnesso e imparentato col potere che in realtà dovrebbe tenere sott’occhio (si pensi solo alla quantità di giornalisti iscritti ai partiti politici e che poi diventano deputati o senatori), penso al nostro solito problema di laicità e alla nostra solita tendenza alla sopravvivenza, che va contro alla volontà di cambiare le cose. Ogni scandalo che il giornalismo riesce a far emergere, viene preso con un'alzata di spalle e poi tutto continua come prima, come se niente fosse.

È frustrante. In Spotlight c’è questa sequenza in cui i giornalisti, dopo aver raccolto una quantità impressionante di materiale, aver intervistato una mole di gente e prodotto tantissime fonti (e per ogni persona citata nelle interviste, c’è una contro-intervista, una verifica ulteriore, una fonte d’archivio in più) vogliono pubblicare l'articolo. Il direttore del Boston Globe Martin Baron ferma tutto dicendo che non è abbastanza. Se pubblicassero la storia così, afferma, sarebbero "solo" dei preti pedofili da cui la Chiesa si può affrancare: cercate ancora, svelate il Sistema. Ecco, hai una storia e non la pubblichi perché vuoi cercare il bersaglio più grosso, vuoi la storia che ti permette di cambiare veramente la Storia. Vuoi cercare ancora. Questo perché sei consapevole del tuo lavoro, del tuo ruolo e della tua responsabilità. Il giornalismo ha un ruolo civico a cui da queste parti non siamo più molti abituati. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma è una questione di sistema, di responsabilità e consapevolezza di una propria missione. In questo Spotlight è un film profondamente etico, soprattutto perché mostra come quest’etica, a servizio di una professione civica, possa veramente rendere il mondo un posto un pochino migliore di come lo abbiamo trovato.

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