Francesco Carini
Homo sum
6 Marzo Mar 2016 0900 06 marzo 2016

Dal Fascismo alla DC, da Berlusconi a Renzi: la realtà sembra un tabù

Renzi E Berlusconi

di Francesco Carini

Questo non è un paese per giornalisti-giornalisti... Chist' è nu paese per giornalisti impiegati (dal film Fortàpasc).

In epoca fascista l’industria cinematografica era caratterizzata dalla produzione e distribuzione del cosiddetto genere dei “Telefoni Bianchi”. Nata da soggetti perlopiù ungheresi, questa tipologia di film raffigurava un’Italia borghese, serena e sorridente, il top per un regime che doveva controllare decine di milioni di persone.

“La cinematografia è l’arma più forte” (Benito Mussolini).

Prodotti come “Gli uomini, che mascalzoni…” e “Mille lire al mese” di Mario Camerini, facevano sognare il popolo, afflitto prima da una dittatura e poi dilaniato dalla guerra.

Oggi, fra programmi d’intrattenimento e pseudo-informazione per pensionati, casalinghe, aspiranti troniste/i considerati alla stregua di pappagalli e scimmie parlanti, il ruolo sociale ricoperto dal “Cinematografo” 70 anni fa è ampiamente sostituito con format televisivi che hanno scambiato l’opinione pubblica con l’opinionismo.

Ebbene, in Italia ci sono tre programmi molto importanti per l’informazione libera: Ballarò, Report e Presa Diretta, divenuti già circa 6 mesi fa il bersaglio di un accanimento griffato PD, prima con De Luca, che aveva definito il canale colpevole di “camorrismo giornalistico”, e poi con Michele Anzaldi contro Giannini, volto e voce del martedì sera targato Raitre. Proprio qui, con tutte le differenze del caso, appare in modo abbastanza limpido come il giornalismo venga visto come un mezzo attraverso cui rassicurare, quasi più vicino alla narrazione, piuttosto che alla cronaca.

In un’intervista di Gabriele Martini pubblicata sul sito de “La Stampa” il 27 gennaio scorso, dopo aver chiesto implicitamente “la testa” di Giannini, lo stesso Anzaldi ha aggiunto sul caso Etruria:

«il servizio pubblico dovrebbe tranquillizzare chi ha perso i propri risparmi, non fomentare».

L’incriminazione era legata alla definizione di “rapporto incestuoso” connesso al caso Boschi-Banca Etruria, e considerata dal parlamentare piddino come una calunnia in seguito a cui si sarebbero dovuti prendere provvedimenti nei confronti del giornalista romano, com’era già stato per il dirigente Rai Antonio Azzalini, colpevole per la figuraccia della diretta di Capodanno da Matera.

Con l’arrivo di Daria Bignardi a viale Mazzini, ci potrebbero essere dei cambiamenti, anche se ancora nulla è stato deciso. Il quotidiano “Libero” parla di una possibile sostituzione di Giannini con Gianni Riotta, curriculum di prim’ordine oltre ad essere cognato dello stesso Anzaldi, e di un rischio per Report e Presa Diretta. Naturalmente, si dovrà attendere prima di arrivare a conclusioni affrettate, ma, oltre all'editto bulgaro berlusconiano del 2002, ci sono dei corsi e ricorsi storici che fanno parecchio pensare.

Ebbene, la stagione successiva alla conclusione del secondo conflitto mondiale fu caratterizzata dall’exploit internazionale del cinema tricolore con i capolavori del Neorealismo, un genere lontano da censure sulla realtà e dalla filosofia del “Panem et Circenses”. L’apice del Neorealismo fu raggiunto tra il 1945 e il 1948, con un progressivo “decadimento” (con tutte le virgolette del caso) sia per esigenze fisiologiche legate alla concorrenza del cinema americano e dei prodotti “cacio e pepe” meno impegnati, che per decisioni esterne, prese dall’alto.

Stefania Parigi, docente all’Università Roma Tre, nel suo libro “Neorealismo - Il nuovo cinema del dopoguerra”, ha scritto:

«Già dal 1947, con la creazione di un Ufficio Generale della Cinematografia alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il governo avoca a sé il controllo politico del cinema italiano, reso sempre più stringente, negli anni successivi, dalla censura preventiva sui copioni. L’onorevole Giulio Andreotti, nelle vesti di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1947 al 1953, diventa l’arbitro di una situazione del tutto normalizzata, in cui la riconversione industriale si accompagna a chiare direttive di regime, che tendono a marginalizzare la forza d’urto del film neorealista».

Così, se con il passaggio dal Fascismo alla Democrazia Cristiana si continuava a vedere di cattivo occhio il cinema impegnato, allo stesso modo, quello da Berlusconi a Renzi sembra proprio mantenere una relazione a dir poco non idilliaca con il giornalismo d’inchiesta.

Nel suo editoriale del 12 dicembre scorso, Marco Travaglio ha fatto riferimento a quanto scritto su Panorama da Bruno Vespa: «Maria Elena Boschi assomiglia sempre di più alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa. Una Santa Teresa d’Avila che, scolpita dal Bernini per Santa Maria della Vittoria a Roma, acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina».

Obiettivamente, è quantomeno molto difficile pensare che un giornalista possa scrivere cose del genere riferendosi a un ministro, ma in Italia, dove lo storytelling appare più importante della verità, accade anche questo. Pertanto, non è così complicato comprendere come venga considerato il mestiere giornalistico nel Bel Paese. Sembra di leggere il monologo di uno spasimante in un film degli Anni ’30, invece sono le parole di uno dei professionisti più preparati e pagati, la cui frase: «il mio azionista di riferimento è la Dc», farebbe gongolare qualsiasi governo amico, ma inorridire maestri come Enzo Biagi o Giuseppe Marrazzo.

Nonostante “penne” straordinarie, forse davvero questo paese non ama la verità. Putnam, nel suo libro “Making democracy work: civic tradition in Modern Italy”, parla di capitale sociale e della collaborazione orizzontale caratterizzante il Nord, differente dalle relazioni sociopolitiche verticali del Sud, come carattere sostanziale e distintivo fra le regioni, contrapponendo così l’aspetto più cooperativo e funzionale caratterizzante i Comuni del settentrione a quello meno efficiente ed hobbesiano determinato nel meridione da sistemi di potere gerarchico. Ma tale analisi appare un po' troppo dicotomica e queste categorie eccessivamente contrapposte. Soprattutto alla luce odierna, in una visione più unitaria e meno dualistica, forse Putnam si dovrebbe soffermare meglio su una forma di governo intermedio: quella della Signoria, dove artisti e letterati non potevano vivere ed operare senza i mecenati.

Nel paese del patronage, ogni riferimento è puramente casuale. Historia docet.

- Sasà: «Ci stanno i cani e ci stanno i padroni. Tu che vuoi fà? O cane o u padrone?»

- Giancarlo Siani: «Nessuno dei due, io voglio fare il giornalista». (Dal film Fortàpasc)

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