Pieter Freibeuter
Sussidiario {con figure!} della prima Repubblica
7 Marzo Mar 2016 1551 07 marzo 2016

La 'Brigata Sassari' della prima Repubblica

Cossiga Berlinguer
"Mio cuggino / Mio cuggino / Mio cuggino ha fatto questo e quello..."

Il grande Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Istar...

Nonostante possa contare su poco più di centomila abitanti la città di Sassari è stata una delle capitali della politica nella prima Repubblica, con strascichi anche nella seconda. Da Sassari sono arrivati ben due Presidenti della Repubblica (su sette nell'intervallo 1948/1992), Antonio Segni e Francesco Cossiga, il segretario del maggior partito di opposizione dal 1972 al 1984, Enrico Berlinguer, e a Sassari sono legati diversi altri esponenti di prima e seconda fila della politica nazionale di quegli anni.
Berlinguer e Cossiga, oltre che concittadini, erano anche lontani cugini (di terzo grado): i loro bisnonni erano infatti fratellastri. In comune avevano una trisavola, Maria Russo, che sposò in prime nozze Giuseppe Zanfarino, (matrimonio dal quale nascerà Antonio Zanfarino, il nonno materno di Cossiga) ed in seconde nozze Giuseppe Loriga (matrimonio dal quale nascerà Giovanni Loriga, il nonno materno di Berlinguer).

«La mia famiglia veniva dall’interno e noi eravamo di origine più modesta. I Berlinguer invece appartenevano alla piccola aristocrazia sarda non titolata, cavalieri ereditari di patrizi, con titolo di Don ma senza feudi ne decime. Né marchesi né ricchi i Berlinguer, ma aristocratici sì, arrivati in Sardegna dalla Spagna sul finire del 500. Ma l’ origine catalana non esclude sangue tedesco; il circuito Spagna-Fiandre-Austria fu vivace per tutto il 700.»

Ricordò Cossiga, all'epoca Presidente del Senato, in un'intervista a Miriam Mafai su La Repubblica nel 1984, nei giorni in cui Berlinguer lottava tra la vita e la morte nell'ospedale di Padova dove era stato ricoverato dopo il malore del 7 giugno durante il comizio in Piazza della Frutta. Sempre nella stessa intervista aggiunse «Enrico non è timido. È sardo. Ha sempre avuto un grande pudore dei suoi sentimenti. Può dire di conoscerlo solo chi lo ha visto in barca o nell’ intimità della sua casa… I nostri rapporti politici? Le dirò solo questo: se parlavo con lui, da sardo e da cugino, non gli mentivo. E so che la stessa cosa valeva per lui.»

Decisamente meno lirico era stato qualche anno prima, nel 1980, lo stesso Berlinguer, quando con il PCI mise in stato d'accusa suo cugino, all'epoca Presidente del Consiglio (in quel momento quindi Governo ed Opposizione parlavano entrambi sassarese) in seguito alla vicenda legata alla fuga del figlio del Ministro Donat Cattin, appartenente ad una formazione politica di estrema sinistra, Prima Linea, che si era macchiata, tra le altre cose, dell'omicidio del magistrato Emilio Alessandrini. In quell'occasione, a chi in qualche modo gli rimproverava l'estrema intransigenza nei confronti di quello che in fondo era suo cugino, Berlinguer rispose caustico


«Con i parenti si mangia l'agnello a Pasqua, non si fa politica.»

Enrico II (Enrico I era il nonno, attivista politico radicale e repubblicano di fine Ottocento, fondatore del quotidiano La Nuova Sardegna) è certamente il più illustre tra i Berlinguer politici, ma non è certo l'unico. Un suo cugino di primo grado, Sergio Berlinguer, fu infatti Segretario generale del Quirinale proprio durante la presidenza Cossiga e poi Ministro per gli italiani nel mondo, da indipendente, nel Berlusconi I, mentre l'altro cugino, Luigi (fratello di Sergio) Ministro dell'Istruzione nel Prodi I e nel D'Alema. Oltre al già citato nonno omonimo anche il padre di Enrico fu attivo politicamente: Mario Berlinguer, avvocato d'idee repubblicane e fervente antifascista, fu eletto deputato del Regno d'Italia nella XXVII legislatura tra i demoliberali di Giovanni Amendola, entrando poi nell'Unione Democratica fondata dallo stesso Amendola fino allo scioglimento dei partiti e al decadimento dei deputati non fascisti in seguito alle leggi fascistissime del 1926. Nei primi anni '40 Berlinguer Senior tornò alla politica attiva, aderendo da subito al Partito d'Azione e nel dopoguerra fu membro della Consulta Nazionale, l'assemblea legislativa provvisoria, non eletta ma composta da rappresentanti nominati dai sei partiti del CLN e per questo nota anche come Esarchia, che restò in carica dalla fine del 1945 fino all'elezione dell'Assemblea Costituente nel 1946. Assemblea Costituente di cui non entrò a far parte, diventando però senatore nella I legislatura Repubblicana per poi passare alla Camera nella II, III e IV, sempre nelle fila del Partito Socialista Italiano al quale aveva aderito nel 1947, al momento dello scioglimento definitivo del Pd'Az.

Altro sassarese doc, meno noto ma non meno influente, era Stefano Siglienti, tra i fondatori insieme al concittadino Camillo Bellieni ed Emilio Lussu (che però non era sassarese, ma campidanese di Armungia) del PSd'Az, il Partito Sardo d'Azione, e Ministro delle Finanze nel Bonomi II per poi andare a dirigere per molti anni l'IMI. Siglienti era il marito di Ines Berlinguer, sorella di Mario e zia di Enrico, ed uno dei suo figli, Sergio, fu amministratore delegato della COMIT, la banca dell'IRI, nei primi anni novanta. A presentare a Togliatti il giovane militante comunista Enrico, fresco di un'esperienza carceraria per aver partecipato ad una rivolta nella sua Sassari passata alla storia come I moti del pane, furono proprio il padre Mario e lo zio Stefano nei mesi dei governi di Salerno. Togliatti peraltro conosceva bene Sassari, avendovi compiuto i suoi studi liceali nello stesso Liceo Azuni frequentato anche dai Segni, i Siglienti, i Berlinguer, i Cossiga ed Elisabetta Canalis. La preparazione e la serietà del giovane Berlinguer fecero sul Migliore un'ottima impressione, tanto da volerlo subito come dirigente del partito, cooptazione da cui derivò la famosa e perfida battuta di Pajetta “Berlinguer si iscrisse giovanissimo alla direzione del PCI”.

Berlinguer poteva vantare anche una parentela (in questo caso lontanissima e persa nei meandri dei complessi alberi genealogici della nobiltà sassarese) con Antonio Segni, che prima di diventare Presidente della Repubblica nel 1962 era stato due volte presidente del Consiglio e titolare di quasi tutti i Ministeri pesanti: gli Esteri, la Difesa, gli Interni nonché della Pubblica Istruzione e dell'Agricoltura. Il figlio Mario, noto Mariotto, fu uno dei protagonisti delle vicende di passaggio tra prima e seconda Repubblica, con le sue battaglie referendarie che gli diedero una popolarità enorme che non riuscì però a cavalcare fino in fondo, non avendo forse la grinta degli illustri avi, finendo presto ai margini.

Assistente ed allievo prediletto di Segni era Cossiga, che salì alla ribalta nazionale proprio in occasione dell'elezione a Presidente della Repubblica del suo mentore, quando da giovane peone vigilò sull'azione dei franchi tiratori d'ispirazione fanfanian-morotea che volevano affossare l'elezione di Segni, candidato ufficiale della DC e dunque a rischio sabotaggio interno (tanto da essere ripreso dalla TV a fare da 'cane da guardia' durante le operazioni di voto dei grandi elettori); la leggenda narra che al momento dell'elezione (avvenuta con i voti determinanti di missini e monarchici) Cossiga cadde a terra svenuto dall'emozione.

A Sassari nacquero anche i primi Giovani Turchi della politica nazionale. Così vennero ribattezzati, a metà degli anni '50, gli artefici della 'rottamazione' d'ispirazione fanfanian-lazzatiana, guidata dal nemmeno trentenne Cossiga contro la vecchia guardia democristiana, impersonata dall'allora ras locale Nino Campus, anche lui cugino di Segni (che però doveva essere della medesima linea di Berlinguer ovvero che 'con i parenti non si fa politica ma si mangia l'agnello' e nell'occasione, da Presidente del Consiglio, lasciò fare ai giovani la rivoluzione senza intervenire). Quasi giovane turco (per ragioni anagrafiche: si unirà al gruppo qualche anno dopo) e quasi sassarese (è di Ittiri, un paese a soli venti chilometri da Sassari ma venti chilometri, in Sardegna, possono essere una distanza enorme dal punto di vista identitario ed antropologico) è Beppe Pisanu, che nella prima Repubblica fu più volte sottosegretario e soprattutto nella seconda metà degli anni '70 capo della segreteria politica nazionale della DC durante gli anni di Zaccagnini, quando Cossiga era titolare dell'Interno. Incappato in una serie di scandali Pisanu si riprenderà nella seconda Repubblica, quando arriverà come i suoi due illustri concittadini fino al Viminale (nel Berlusconi II e nel Berlusconi III) non riuscendo però a raggiungere mai il Quirinale.

Sul perché la città di Sassari sia stata al centro della vita politica nazionale così a lungo si sono sprecate le interpretazioni, spesso anche a vanvera, trattandosi probabilmente di poco più che un caso. Un altro giovane turco (poi doroteo, deputato e più volte Presidente della Regione Autonoma della Sardegna) Pietro Soddu, che non essendo sassarese la città la conosce bene la ha così descritta:

«[Sassari] ha un codice genetico anti-autorità, non riconosce le gerarchie, ostenta indifferenza per il potere, figuriamoci per i potenti. »

Il segreto, se mai esiste, forse è da ricercare proprio in quella somma indifferenza dei sassaresi nei confronti dei propri illustri concittadini. Che da parte loro, una volta assurti alla politica nazionale, raramente hanno poi messo il becco nelle vicende politiche locali, ben conoscendo l'antica nomea di impiccababbu dei propri concittadini.

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