Diego Corrado
Avenida Brasil
7 Marzo Mar 2016 0830 07 marzo 2016

L'autogol di inquisitori e oppositori che rilancia Lula in vista delle elezioni 2018

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Per l'ex presidente Lula, il suo Partido dos Trabalhadores e in un ultima analisi per il governo della sua pupilla Dilma Rousseff doveva essere un colpo da k.o. La "condução coercitiva" decretata dal Di Pietro brasiliano, il giudice Sergio Moro, che all'alba di venerdì 6 con un dispiegamento mai visto prima di agenti della Polizia Federale in assetto da guerra lo ha prelevato da casa sua per condurlo come un fuorilegge a rendere dichiarazioni sul suo coinvolgimento nello scandale Petrobras, era stata preparata meticolosamente con un battage mediatico che durava da mesi. L'ex presidente pareva stretto in una tenaglia, da un lato l'incalzante azione degli inquirenti, dall'altro partiti e movimenti di opposizione. A spalleggiare gli uni e gli altri, tutti i grandi gruppi di comunicazione, con in testa Rede Globo, il conglomerato che sfiora il monopolio nel settore tv e con una solida posizione anche nella carta stampata.

Così, per settimane i brasiliani di ogni ceto sociale e credo politico hanno visto squadernato nei notiziari tv e nelle prime pagine dei giornali ogni recondito anfratto della vita privata dell'ex presidente e di tutti i suoi familiari. Le accuse, aver beneficiato di donazioni di imprese coinvolte nello scandalo Petrobras non in forma di mazzette, ma attraverso uno schema che vedeva queste ristrutturare due proprietà immobiliari, un sitio (casa di campagna) nei pressi di San Paolo, e un appartamento a Guarujà, litorale paulista. Unità immobiliari mai state di proprietà di Lula, ma a lui riconducibili, secondo gli inquirenti. Altra malefatta addebitatagli, aver ricevuto pagamenti da queste imprese come corrispettivo di seminari ed eventi, attraverso due entità con le quali l'ex presidente (che oggi è privo di qualunque incarico politico e ha dunque lo status di un privato cittadino, ancorché sia una superstar mondiale del circuito delle conferenze intergovernative) continua l'attività politica, che lo vede comunque leader del suo schieramento.

Negli ultimi giorni l'offensiva era così manifesta che lo stesso interessato sabato scorso, alla festa per i 36 anni del suo Partido dos Trabalhadores a Rio de Janeiro, era stato facile profeta: "Sono stato informato che la prossima settimana mi arriverà un avviso di garanzia, acquisiranno i dati bancari, fiscali e telefonici miei, così come di tutti i miei familiari e della mia fondazione".

Detto fatto, questa settimana è stata un crescendo: martedì ha annunciato un accordo di "delazione premiata", cioè di essersi pentito, l'imprenditore e amico personale Leo Pinheiro, ex presidente dell'OAS, colosso delle costruzioni pesantemente coinvolto nel caso Petrobras. Eccoci, hanno pensato tutti gli osservatori, senza neppure immaginare che cosa sarebbe arrivato nelle ore seguenti. Giovedì mattina la rivista IstoE, gruppo Globo, anticipa la sua uscita settimanale con una "bomba" di inaudito clamore, le rivelazioni del senatore Delcidio do Amaral, ex capogruppo PT in Senato, che avrebbe accusato direttamente Lula e Dilma di coinvolgimento nel caso Petrobras e di manovre oscure per fermare le indagini.

Brasilia è sconvolta da un ridda di voci, lo stesso Delcidio pare smentire, i suoi avvocati dicono di non saperne nulla, la reazione della furibonda presidente Dilma è affidata a una dichiarazione postata in ogni dove. Ma non è finita, ancora una volta annunciato da esponenti di Rede Globo (un incauto direttore alle due di notte non resiste e scrive un tweet annunciando una giornata "radiosa") all'alba di venerdì agenti in assetto da guerra invadono le residente dell'ex presidente, dei figli, dell'Instituto Lula. Lula viene condotto via, pare la fine, il simbolo del Brasile che negli ultimi anni si è imposto all'attenzione del mondo prima di avvitarsi nella crisi dell'ultimo biennio viene condotto in una località in un primo momento segreta, poi si scoprirà essere l'aeroporto cittadino di San Paolo.

Qui però accade qualcosa, dai primi minuti la reazione dei suoi, negli ultimi mesi a testa bassa per i tanti, troppi colpi alla credibilità e all'onore di un partito che dalla nascita si era fatto vanto della sua diversità, è corale. In tutto il Brasile scatta una mobilitazione senza pari, parlamentari e dirigenti, così come operai e semplici militanti, si riuniscono in tutte le principali città. Quando Lula viene rilasciato, si dirige alla sede nazionale del suo partito, nel centro di San Paolo, dove riceve l'abbraccio dei militanti (nella foto, i militanti accolgono Lula al suo arrivo). Qui si riprende il suo campo, quello dell'oratoria: "hanno provato a uccidere la jararaca (un cobra particolarmente velenoso), ma non gli hanno schiacciato la testa, gli hanno solo pestato la coda, e la jararaca è viva", proclama ai fedelissimi in un discorso che - ironia suprema - la stessa Rede Globo trasmette in diretta e sarà visto dal 63% dei brasiliani.

"La jararaca è viva", Lula è ancora estremamente competitivo per le elezioni 2018, come attestano gli ultimi sondaggi, che lo danno al ballottaggio in tutti gli scenari possibili. Non solo, nonostante mesi di incessante processo mediatico, il 37% dei brasiliani lo considerano ancora il miglior presidente di sempre. Venerdì 4 doveva segnare l'inizio della fine, si è rivelata la più magniloquente apertura di campagna elettorale che la politica, brasiliana e non solo, abbia mai visto. Sarà lunga e difficile, ma a 71 anni è lui, l'ex operaio, l'emigrante nordestino che ha tenuto testa a magnati e intellettuali, l'incubo delle opposizioni da ormai 14 anni lontane dal Palacio do Planalto.

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