Rosario Pipolo
L'ambulante
9 Marzo Mar 2016 1915 09 marzo 2016

George Martin, "Quinto Beatle" e producer visionario che inventò i Fab Four

Martin
George Martin insieme a John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr.

Stamattina all’alba il cinguettio di @ringostarrmusic ha annunciato: “God bless George Martin peace and love to Judy and his family love Ringo and Barbara George will be missed xxx”. I social network, subissati dagli sbarbatelli che si docciano con la musica “liquefatta”, hanno dimenticato che c’era un Quinto Beatle, George Martin appunto, confondendolo impietosamente con l’omonimo creatore della saga fantasy del piccolo schermo Il trono di spade.

Scusate, ma di George non ce n’era solo uno, l’Harrison dei Fab Four? No, erano e resteranno per sempre i Fab Five, incluso il produttore pioniere Martin. L’hashtag ballerino su Twitter #GeorgeMartin fagocita la centrifuga del memento così come la cinguettata balbuziente di @paulmccartney: "The world has lost a truly great man...". Bisogna piuttosto rovistare negli archivi privati di quelli come noi che hanno fatto della musica dei Beatles la corteccia del proprio divenire, inguaribile malattia per una vita.

La mia generazione andava di pari passo al pop da riflusso degli anni ’80 e mostrava i graffi del rock di Vasco Rossi. Io fui un rinnegato brufoloso del mio tempo. Marinavo lezioni di latino e greco per studiare la letteratura in versi di John, Paul, George e Ringo, imparare a memoria ogni singolo testo dei Beatles e mescolarlo con i sonetti di Shakespeare.

Nell’angolo di ogni disco dei ragazzi con la frangetta di Liverpool compare il nome di George Martin, nonostante l’illusione di tanti per cui l’arte seminata nei solchi del vinile fosse ad uso esclusivo del musicista di turno.
Sir George Martin – lo intuì persino una regina poco rockettara come Elisabetta, insignendolo della prestigiosa onorificenza di Commendatore dell'Ordine dell'Impero Britannico - è stato molto più di un fratello gemello di producer alla Brian Eno, Tony Visconti o Phil Spector.

Martin è stato il producer visionario della famiglia allargata EMI che intuì la genialità dei quattro del MerseyBeat, bocciati dai miopi della Decca, perché anche una multinazionale discografica aveva la responsabilità della costruzione di un artista.
Martin è stato il grande manager dell’etichetta Parlophone che ha saputo allivellare la libera espressione dell’arte con il business per un giro d’affari di milioni di dischi venduti nel mondo. Martin è stato il papà putativo di John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, osservando i suoi enfant prodige, di cui era orgoglioso, dare a sfogo alla creatività che ha asfaltato il futuro della storia della musica del XX secolo.
Martin è stato il deus ex machina dell’ultimo atto discografico Let It Be - i Beatles erano già alle pratiche del divorzio - e di progetti musicali epici come The Beatles Anthology, che tra il 1995 e il 2000 trasformò il più bel vangelo apocrifo della musica nella sacra scrittura per capire una volta e per sempre chi fossero i Beatles.

Nell’estate del 1994 mi presentai agli Abbey Road Studios di Londra, chiedendo proprio di George Martin. Mi dissero che non c’era e riceveva per appuntamento. Quella mattina feci la bravata più incauta dei miei vent’anni. Attraverso il basement, mi intrufolai nei famosi studi di registrazione.
Di Martin non c'era neanche l’ombra. Fu occasione per visitarli abusivamente e sedermi al pianoforte indicatomi come quello dove Macca aveva suonato Let It Be. Uscii con il cuore in gola, feci una telefonata da una cabina a mia madre per raccontarle la marachella. Ero felice, avevo visto un luogo da cui erano volati i sogni musicali dell'adolescenza.

Chissà se oggi la confessione di un peccato di gioventù mi costerà cara. Spero mi difenda il Primo Ministro del Regno Unito @David_Cameron, che ha ricordato così George Martin via Twitter: "Sir George Martin was a giant of music - working with the Fab Four to create the world's most enduring pop music."

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