Massimo Sorci
Attentialcane
11 Marzo Mar 2016 2304 11 marzo 2016

Hanno ammazzato Baffo, Baffo è vivo (più o meno)

Nell'intervista rilasciata a Cazzullo del Corriere della sera, D'Alema spara a palle incatenate contro Renzi e i renziani, senza lasciare spazio alle intepretazioni: “metodi staliniani”, “siamo oltre l'arroganza. Siamo alla stupidità”, “la cultura di questo nuovo Pd è totalmente estranea a quella originaria”. Roba forte.

La mia posizione su D'Alema, espressa un paio d'anni fa, non è cambiata di una virgola (qui diffusamente e anche qui): quello che ha fregato – lui e la sinistra – è la mancanza di coraggio. E ora il vero dalemiano è Renzi. Punto.

Aggiornamento
Insomma ho come l'impressione che D'Alema urli perché sconfitto, non perché sia del tutto contrario alla strategia di Renzi di allargamento al centro. Critica Renzi perchè sta riuscendo a fare quello che a lui – per varie ragioni – non è riuscito.

Giuliano Ferrara lo spiega sul Foglio:
D'Alema si dà sempre arie di realista e di togliattiano (…) parlare di con disprezzo dell'idea stessa di un partito della nazione è contrario a tutte le premesse della sua ex cultura politica. Dovrebbe saperlo. Il Pci, che era diverso dal Pds, dai Ds o come si sono poi chiamati, ha passato l'intero corso della sua storia alla ricerca di una legittimazione e di una egemonia che quello siginficavano, partito della nazione”.

E anche la difesa dell'esperienza dell'Ulivo è, se vogliamo, un po' curiosa in uno come D'Alema. La mia idea è che l'ex primo ministro sia diventato ulivista suo malgrado, perchè forse è l'unico modo - oggi - per contrastare chi sta cercando di vincere utilizzando lo schema (giusto) che D'Alema contrapponeva un tempo all'Ulivo. Il problema di D'Alema è che questa cosa non la sta facendo lui, ma Renzi.

Mi faccio aiutare da Roberto D'Alimonte che sul Sole 24 Ore scende nel dettaglio, spiegando come le vittorie dell'Ulivo siano arrivate in realtà più per caso che per disegno strategico (e questo forse D'Alema ce l'ha bene in testa):

Nella ricostruzione dei nostalgici sembra che l'Ulivo sia una specie di epoca d'oro del centro-sinistra (…) L'Ulivo ha vinto due volte le elezioni. Mai da solo. E sempre per caso. La prima volta nel 1996. Allora la coalizione di centro-sinistra comprendeva anche Rifondazione comunista. L'accordo tra il partito di Cossutta e l'Ulivo non era politico ma solo elettorale. Li legava un patto di desistenza. Quel centro-sinistra prese il 44,9% dei voti maggioritari alla Camera. Tutto il centro-destra ne raccolse il 51,3%. Nell'arena proporzionale il distacco era ancora maggiore. Prodi vinse perché i suoi rivali erano divisi. (…) Nel 2006 vinse di nuovo Prodi. Ma fu un'altra vittoria per caso. L'Ulivo c'era anche allora. Questa volta dentro all'Unione. Una coalizione acchiappatutti, composta da 14 liste alla Camera e 20 al Senato. L'Ulivo ne era solo una componente. L'Unione vinse alla Camera per 25 mila voti, ma perse al Senato. È grazie a Tremaglia e agli errori fatti dalla Casa delle libertà nella presentazione delle liste nella circoscrizione estero che Prodi riuscì ad avere un seggio in più di Berlusconi”.

Poi nel 2013 c'è stata la “non vittoria” di Bersani.
Un evento politico traumatico per il popolo del centro-sinistra - scrive ancora D'Alimonte - Renzi è il frutto di quel trauma. Chi lo critica usando strumentalmente il mito dell'Ulivo lo fa perché quel mito serve a nascondere la debolezza elettorale e le profonde divisioni che ancora oggi caratterizzano la frastagliata e litigiosa sinistra italiana (…) Per vincere il Pd deve allargarsi o affidarsi al caso. Renzi preferisce la prima strategia alla seconda. Molti dentro e fuori il Pd preferiscono la seconda. D'Alema tra questi”.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook