Alessandro Oliva
Viva la Fifa
14 Marzo Mar 2016 0905 14 marzo 2016

Se questa è la cultura dei nuovi stadi, teniamoci quelli vecchi

Udinese

La storia l'abbiamo letta ieri e, diciamolo pure, ci siamo rimasti un po' male. Perché senza voler stare qui a fare la classifica di buoni e cattivi, la tifoseria dell'Udinese è considerata una delle più pacifiche della Serie A. Eppure, anche loro posso arrabbiarsi e imporre ai giocatori la gogna, quando questi si avvicinano per salutare la squadra a fine partita, dopo una sconfitta.

Questo per dire che la pazienza finisce a tutti. Anche a Udine, dove i Pozzo negli anni hanno scoperto talenti e portato la squadra fino alla Champions. E dove esiste uno stadio rimesso a nuovo. Un piccolo gioiellino con i seggiolini colorati e senza barriere.

Ecco, lo stadio. Sono mesi, anni che guardiamo all'estero (soprattutto Inghilterra e Germania) come modelli per la costruzione di nuovi impianti, che possano rimpolpare i bilanci e fidelizzare meglio il pubblico, magari - perchè no? - confidando in una migliore cultura calcistica da parte di chi paga il bliglietto. Fino ad ora, da quando il nuovo corso degli stadi è arrivato in Italia, l'epserimento è andato bene, ma c'è da lavorare ancora.

A Torino, lo Juventus Stadium ha avuto un ruolo importante nel recente grande ciclo bianconero. I conti hanno visto un incremento dei ricavi da botteghino, attorno alla squadra in casa c'è molto calore tanto che si può davvero considerarlo il dodicesimo uomo, le barriere non ci sono ed è tutto molto bello. Il tutto però non ha impedito, ad esempio, ai bambini ospitati nella curva squalificata a fine 2013 di prodursi in cori poco simpatici contro il portiere avversario (che era dell'Udinese, ma è solo un caso).

Non mancarono le polemiche, così come non mancano oggi dopo la gogna di Udine. Ci è subito venuto in mente quanto successo alla fine di Genoa-Siena nel 2012. Mentre magari ci è sfuggito quanto avvenuto in Germania solo sabato scorso, con i tifosi dell'Hannover. Per dire che le proteste dei tifosi che ci appaiono come oltre il limite non sono un fenomeno tipicamente italiano. A Udine l'ambiente era frizzante già prima della gara, con i tifosi della curva entrati in ritardo allo stadio come forma di protesta. La stessa che è proseguita fuori da quell'impianto il cui esordio non è molto fortunato: basti vedere le altre proteste, relative al suo nome (Friuli sì, Dacia no).

Ci sta che i tifosi difendano la propria identità, dunque la propria cultura, chiedendo che lo stadio mantenga il vecchio nome. Ma deve starci anche che il nuovo impianto senza barriere porti una cultura nuova. L'equazione stadio nuovo cultura nuova non è immediata, lo abbiamo scoperto. Ma dobbiamo lavorarci su. Se no, tanto vale tenersi gli stadi brutti e fatiscenti che abbiamo ora.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook