Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
20 Marzo Mar 2016 0140 20 marzo 2016

Lezioni minime di gestione dei rischi in un mondo neociclopico - 3. Nel mezzo, senza mezzi.

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La diseguaglianza intrafrontraliera, all’interno dello stesso paese, e’ diventata la tematica centrale del dibattito socioeconomico degli ultimi dieci anni. I contrasti e le differenze internazionali, fra aree geografiche, lontane da essere risolte, sono diventate un tema vintage, rispetto alla definizione della sperequazione della ricchezza che si e’ manifestata dopo la crisi, dove le classi medie hanno cominciato ad assottigliare la loro capacita’ di generazione di reddito e sono diventate classi mediobasse, come se si fosse spostata la curva dell’affluenza, in maniera quantica o tramite un tracollo, un vero e proprio smottamento. Intanto, la ricchezza apicale ha continuato a crescere. Questo fenomeno, analizzato e sezionato in ogni sua forma, e’ al centro di Capitale di Piketti e, per rimanere in territorio italiano, di un ottimo libro di Farragina, ‘Chi troppo, chi niente’.

Il Pikettismo e’ diventata una forma di ideologia neanche troppo radicale, ma il dibattito su questa trasformazione della societa’ parte da molto prima, da Risk Society di Ulrick Beck, dove viene descritto il processo di ‘miserizzazione della societá’. In breve, le crisi economiche creano, prima di ogni tangibile effetto finanziario, prima del crollo dei redditi, delle riforme economiche che creano incertezza sul lavoro e sui diritti, una ‘delusione’ generalizzata con le capacita’ di poter emergere e di tornare a crescere. E questo fenomeno colpisce molto piu’ le classi medie, quelle aspirazionali, dei paesi sviluppati. Anche perché non esistono alternative di altro tipo, non esistono sfoghi rivoluzionari o di rivalsa sociale, una volta ridotto il conflitto fra classi ad uno scontro dialettico. Che é comunque una forma di avanzamento sociale. La delusione post-crisi e’ un sentimento simile a quello dei nobili decaduti delle commedie di Goldoni e di Moliere, guarda caso due autori di un altro momento incredibile di trasformazione sociale, che pero’ sfocio’ in rivoluzione e guerre.

La coscienza di appartenere a una classe media, le cui aspettative, assieme alla disponibilita’ di reddito, sono smottate a valle crea una forma di depressione sociale, dove il ruolo del policymaker dovrebbe essere quello di ristabilire le condizioni non solo di fiducia sui mercati, ma fra gli operatori economici e sociali. Il gioco delle colpe, il blame game, dove porzioni intere della societa’ si sentono colpite da ingiustizie di vario genere, e’ il nodo gordiano da spezzare. In assenza di una Bastiglia, abbiamo assistito a rivoluzioni piu’ o meno soffici, in molti paesi europei, dove, probabilmente, manca ancora la consistenza di proposte realistiche e di coesione sociale, quella che negli anni Settanta ed Ottanta, in piena guerra fredda e scontro generazionale in Italia, si chiamava solidarieta’ nazionale. Che, nel 2016, dovrebbe essere al livello europeo.

Sono nate generazioni di neo-poveri, ma ricchi di tecnologia, con capacita’ di connettersi al mondo, di viaggiare con pochi soldi e, nel frattempo, nonostante la capacita’ di accesso ad ogni tipo di informazione, con una ridotta visione delle potenzialita’ offerte da un mondo veloce, feroce, ma, forse, ancora capace di accogliere i sogni e le aspirazioni di chi sia disposto a spostarsi, fisicamente od emotivamente, da quella condizione di neopauperismo ad alto contenuto tecnologico. La crisi economica degli ultimi 10 anni ha lasciato questa traccia in forma di depressione collettiva, per la quale intere generazioni di occidentali, fra i venti ed i quaranta anni, non credono piu’ al cambiamento, all’evoluzione, alla dottrina del successo e della riuscita che in Europa ha creato, nel dopoguerra, la media impresa, la ricerca ed in America e nel Regno Unito, la finanza come la conosciamo oggi. La delusione del dopo crisi e’ uno dei rischi sociali piu’ grandi da affrontare, per ogni policy maker e per ogni politico. Le aspirazioni vanno ricostruite e magari vanno ristabilite le priorita’ per una gamma di modelli di crescita, di educazione che siano sostenibili. Non si tratta di formare le persone a massimizzare il profitto, ma ad aumentare la qualita’ della vita. Rieducare all’ambizione di cambiare il mondo e non a quella di dominare gli altri. In questo senso, la societa’ occidentale sta spostandosi, invece, in maniera preoccupante, verso modelli di comportamento e di analisi della realta’ dove la prevaricazione viene vista come un element di decisione, e dove la collaborazione e la cooperazione con altri sono segni di debolezza, dove l’idea che si possa imparare dagli altri e’ una forma di insicurezza. La societa’ europea sta chiudendosi attorno a categorie predefinite, che siano religiose, di censo, un completo stravolgimento rispetto a quell mondo che ci siamo lasciati immaginare negli anni Sessanta. La delusione della classe media sta tramutandosi in forme di rifiuto del processo democratico, in violenze minori ma persistenti e, nei casi estremi, nella radicalizzazione ed in guerre fra neopoveri, tutti nel mezzo con sempre meno mezzi. Il rischio sociale di sentirsi intrappolati, di non riuscire a far valere le proprie ragioni ed il proprio diritto a standard di vita adeguati, oggi primeggia, anche di piu’ rispetto ai rischi finanziari. Un debito si ripaga, la delusione non ha cure. Ed oggi, anche chi si trovi a gestire rischi creditizi, deve porsi il problema non solo dei cash flows, dei flussi di cassa, ma di come il tracollo emotivo di una intera societa’ possa essere compreso. L’aspirazione, motore di crescita, oggi e’ tramutata in delusione, motore di distruzione.

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