Loris Guzzetti
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23 Marzo Mar 2016 0731 23 marzo 2016

L’amara lezione di Bruxelles

Belgio Bruxelles

Non occorre essere criminologi o filosofi per comprendere quello status di angoscia, smarrimento e tensione che da diversi mesi scuote la città di Bruxelles e che proprio ieri è culminato nel disastro più drammatico. La capitale del Belgio, nonché il grande baluardo dell’establishment europeo, è diventata infatti la principale vittima, non solo mediatica, bensì reale, di quel terrorismo jihadista che già lo scorso 13 novembre sconvolse Parigi e, nel complesso, l’intero Occidente.

L’arresto di Salah Abdeslam, uno dei principali attentatori alla capitale francese, super ricercato dalle forze dell’ordine di mezzo continente, aveva tristemente animato il centralissimo quartiere di Molenbeek nella giornata del 18 marzo, trasformandolo in un vero e proprio teatro di guerra, con sparatorie e interventi massicci della polizia belga. Un quartiere che, ritenuto generalmente quieto e normale, ha improvvisamente mostrato le proprie sembianze di covo criminale, di cellula nevralgica di quel terrore jihadista di stampo europeo. Non si poteva certo sostenere di essere di fronte ad un terremoto momentaneo, avvenuto in un banale quartiere di città, per puro caso. Era tutta Bruxelles, infatti, che da mesi e mesi viveva un periodo di tormento e di paura estremamente diffusi e profondi.

Già quando vi giunsi lo scorso 30 dicembre, in occasione delle imminenti festività di fine anno, fin da subito il clima che vi si respirava apparve teso e depressivo. Strade fantasma, completamente vuote; un bellissimo centro città quasi del tutto sgombro da persone festanti, allegre e spensierate; forze militari coi mitra spianati, sparsi qua e là per ogni angolo, vigili e sospettosi. Tensione alle stelle, insomma. Il 1 gennaio 2016, in pieno pomeriggio, percorrendo la centralissima Buolevard Anspach, una delle strade principali che conduce prima alla Piazza della Borsa, poi a Place De Brouckère, uno scoppio improvviso e abbastanza intenso immediatamente raggelò la piccola folla a passeggio, paralizzandola istantaneamente. Trattavisi solo d’un classico botto di capodanno, e tuttavia così poco bastò per generare alto timore ed allarme per un potenziale accadimento grave ed irreparabile, ma, soprattutto, per testimoniare che la normalità, in quel di Bruxelles, non esisteva più.

Bruxelles resta, oggi più che mai, una città profondamente ferita e lo smarrimento che la travolge certamente peserà sul suo avvenire. Ci si interroga ora, chiedendosi dove si sia sbagliato e cosa abbia alimentato questa significativa tendenza al terrorismo e al male, in particolare da parte di giovani ragazzi che, come Salah, sono nati e cresciuti nel cuore dell’Occidente o, come si suol dire, “all’occidentale”.
C’è chi sostiene di essere di fronte ad una crisi delle istituzioni culturali e politiche proprio di Bruxelles, le quali, attraverso una loro generale leggerezza, hanno favorito, in tutti questi anni, il radicarsi di forme di criminalità e di terrorismo in misura massiccia, progressivamente divenute incontrollabili e potenti. Chiacchiere o voci dal legittimo fondamento?

Certamente, la politica, anche in questo caso, ha mancato di dare risposte e di essere lungimirante. Non tanto e non solo nell’azione di prevenzione degli attacchi terroristici verificatesi. In un certo senso, essa si è palesata complice ed involontariamente responsabile di questo clima, nel creare cioè dei vuoti di autorità e di giustizia all’interno del proprio territorio, favorendo così insicurezza e malcontento, quindi criminalità sempre più divenuta incontrollabile.
Che il dramma abbia coinvolto primo fra tutti il quartiere di Molenbeek non è affatto una casualità, e ciò riporta alla ribalta (fra i tanti altri temi) la necessità di comprendere in maniera più approfondita i problemi delle grandi periferie cittadine o metropolitane, di porre cioè al primo posto l’idea, ad esempio, che la riqualificazione o semplicemente l’attenzione seria nei confronti di questi luoghi è fondamentale, non tanto per espandere la bellezza e l’eleganza che si respira nelle zone centrali che è tutta vetrina, bensì per garantire un ambiente sicuro, dove rimanga salda la certezza del diritto e la responsabilità politica e civica.

Nel momento in cui il Salah di turno, ad un certo punto, decide categoricamente di ribellarsi allo stesso spazio in cui per vent’anni ha vissuto e, soprattutto, il fatto che trovi lì tutte le possibilità e le potenzialità per agire agevolmente in questa direzione, spiace dirlo ma è davvero grave sintomo che qualcosa certamente non ha funzionato o è venuto a mancare, a livello politico, sociale e culturale. Al di là del grave indottrinamento psicologico che il singolo subisce, al fine di sposare la deplorevole causa terrorista, c’è stata, insomma, una cornice di debolezza, disattenzione ed ingenuità da parte delle istituzioni responsabili. Elementi, questi, fortemente decisivi per portare ad una situazione di sfacelo e totalmente fuori controllo, come purtroppo accaduto.

Ebbene, non è in ballo “semplicemente” il destino di una città. Piuttosto, si ha a che fare con il destino di una comunità, con la sicurezza e l’identità di un Occidente rimasto per troppo tempo spensierato e disattento. Un’identità che è bene venga se non ripresa, almeno nitidamente ritrovata e presentata. La lezione è del resto chiara: non è sufficiente creare un ambiente dai contorni e dalla forma attraente ed ospitale. Occorre garantire e riconoscere dei validi contenuti valoriali e normativi, capaci di dare risposte precise e soddisfacenti. Per evitare che lo smarrimento di Bruxelles sia angoscioso terreno fertile o, peggio, elemento epidemico devastante.

Loris Guzzetti

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