Piero Cecchinato
Specchi e allodole
1 Aprile Apr 2016 1343 01 aprile 2016

Serviva la magistratura per scoprire il conflitto di interessi della ministra Guidi?

Federicaguidi

Diamo per scontate le premesse del caso, ossia che il giustizialismo è una brutta bestia, che dobbiamo sempre essere garantisti, che non si è colpevoli sino a sentenza definitiva, eccetera.

Oggi vorremmo, però, fare un passo un po’ più in là.

La domanda da porsi, secondo me, è se la soglia di tutela contro il conflitto di interessi nel settore pubblico non debba essere anticipata, in modo da prevenire i danni, anche d'immagine, da conflittualità potenzialmente permanente.

Proviamo a spiegarci, senza parlare del compagno della ministra Guidi, ma cogliendo l'occasione per svolgere alcuni ragionamenti, a più ampio raggio, sugli interessi dell’azienda che potremmo definire “di famiglia”.

Federica Guidi è figlia di Guidalberto Guidi, già vicepresidente di Confindustria e a capo di Ducati Energia Spa, società con sede a Bologna che fattura oltre 100 milioni di euro e che in Italia fornisce fra gli altri Enel, Terna e Ferrovie dello Stato.

Seguendo le orme del padre, anche l’ex ministra divenne vicepresidente nazionale di Confindustria ed entrò nell’azienda di famiglia, lasciando poi ogni carica quando venne nominata al governo.

Come si legge sul sito dell’azienda, oggi il Gruppo Ducati Energia conta circa 700 dipendenti distribuiti in 6 stabilimenti in tutto il mondo ed opera in diversi settori di attività (fra cui elettronica di potenza, generatori eolici, veicoli elettrici e colonnine di ricarica, segnalamento ferroviario, sistemi ed apparecchiature autostradali e per il trasporto pubblico).

Come detto, l’azienda di famiglia dell'ex ministra Guidi faceva, già al tempo della nomina, affari con lo Stato, fornendo ad esempio ad Enel apparati di regolazione, a Ferrovie sistemi di rilevamento termico e a Terna sistemi di comando e controllo.

Quando parliamo di conflitto di interessi parliamo anche di principio di prevenzione.

Due sono i rimedi: pretendere da parte dell’interessato un’astensione da valutarsi atto per atto, sulla base degli interessi in gioco nella specifica deliberazione, oppure impedire l’assunzione dell’incarico tout court.

L’astensione sarà sufficiente quando il conflitto possa ritenersi occasionale.

Che dire, però, dei casi in cui una certa conflittualità, magari anche solo latente od indiretta, possa dirsi organica, connaturata all’incarico e perciò potenzialmente permanente?

In questo secondo caso si dovranno separare preventivamente le due sfere di interesse. Non vi sono altre strade.

A questa logica risponde, ad esempio, l’istituto del blind trust.

Il nostro legislatore, nella legge sul conflitto di interessi adottata nel 2004 (Legge 215/2004, nota anche come legge Frattini e la cui modifica è in discussione oggi in Parlamento) ha privilegiato interventi di tipo “successivo” a impedimenti di tipo preventivo, prevedendo altresì una serie di requisiti e condizioni che rendono piuttosto complicato l’accertamento in concreto del conflitto.

Per l’art. 3 della legge 215/2004 sussiste conflitto di interessi:
(i) quando il titolare di cariche di governo partecipi all'adozione di un atto, anche formulando la proposta, o ometta un atto dovuto, trovandosi nelle situazioni di incompatibilità previste dalla stessa legge (fra cui vi è, per quanto in particolare conta oggi, anche l’avere cariche o svolgere altre funzioni o compiti di gestione in società aventi fini di lucro o in attività di rilievo imprenditoriale);
(ii) quando, pur in assenza di ipotesi di incompatibilità, l'atto o l'omissione del titolare di cariche di governo abbia un'incidenza specifica e preferenziale sul suo patrimonio ovvero su quello del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate.

Capite che rispetto alla prima ipotesi è facile: basta lasciare formalmente le cariche imprenditoriali in essere al momento della nomina governativa.

Rispetto alla seconda ipotesi, si tratta di una valutazione ex post che lascia non poca discrezionalità all’autorità preposta a monitorare il conflitto (nel nostro caso l’Antitrust). Che vuol dire, infatti, “incidenza specifica e preferenziale”?

Nei cavilli, vien da dire, ci si lascia per strada l’opportunità politica, opportunità che, quando si parla di istituzioni il cui buon nome dovrebbe costituire la base del nostro ordinamento democratico, dovrebbe imporre ben altri ragionamenti normativi.

In altre parole, la domanda delle domande è questa: non è forse meglio, invece di valutare ex post se un atto abbia avuto un’incidenza specifica sul patrimonio dell’azienda di famiglia, anticipare la soglia di tutela impedendo tout court di ricoprire certi incarichi a chi sia legato da vincoli di parentela con titolari di aziende che fanno affari con lo Stato?

In particolare, per quanto ci interessa oggi, impedendo di ricoprire l’incarico più elevato al Ministero dello Sviluppo Economico.

La nuova disciplina in discussione in Parlamento su proposta dell’onorevole Bressa del PD è stata approvata dalla Camera (atto n. 275, qui il risultato delle votazioni) nella seduta del 23 febbraio 2016 ed è ora all'esame del Senato (atto n. 2258).

Il disegno di legge si spinge un po’ più in là rispetto alla legge 215/2004. Il concetto di conflitto di interessi diviene infatti un po’ più “preventivo”, differenziandosi così da quello vigente.

L’art. 4 stabilisce invero che sussista conflitto di interessi in tutti i casi in cui il titolare di una carica di governo sia anche “titolare di un interesse economico privato tale da condizionare l'esercizio delle funzioni pubbliche ad esso attribuite o da alterare le regole di mercato relative alla libera concorrenza”.

Quanto l’Autorità ravvisi la sussistenza di un conflitto e laddove risulti inadeguata la previsione di obblighi di astensione, essa avrà il potere di disporre che i beni e le attività patrimoniali determinanti il conflitto siano affidati ad una gestione fiduciaria che ne separi la titolarità e privi il titolare del potere di disporne.

Si prevede altresì che i titolari delle cariche di governo nazionali non possano, nell'anno successivo alla cessazione dal loro ufficio, svolgere attività di impresa né assumere incarichi presso imprese private o presso imprese o enti pubblici o sottoposti a controllo pubblico, se non previa autorizzazione dell'Autorità.

Passi avanti notevoli, non c'è che dire. E passi avanti svolti dal PD, non dal centro destra. Anche questo va detto, nonostante tutto.

Non si prevede ancora, però, che chi ha parenti che svolgono affari con lo Stato non possa ricoprire cariche di governo. Non si impedisce, cioè, il conflitto connaturato alla carica, ancorché indirettamente.

La questione che abbiamo posto all’inizio rimane tutta, perché la ministra Guidi avrebbe comunque potuto assumere l’incarico, anche con la nuova legge.

Mi rendo conto che il rischio di anticipare troppo la soglia di tutela c’è tutto. Chi scrive è il primo a ritenere che anticipare troppo certe tutele porti più danni che benefici.

Nella situazione in cui ci troviamo, però, proprio l’opportunità di risollevare il buon nome delle nostre istituzioni forse impone di prendersi qualche rischio in questo senso.

“Dammi l’impegno d’onore che per tutti il tempo in cui rimango al Ministero non farai alcun contratto col Governo” chiedeva nel 1864 il ministro delle finanze Quintino Sella al fratello Giuseppe Venanzio, che gestiva la società di famiglia.

“Ti do la mia parola d’onore che pel tempo che tu indichi, non farò alcun contratto col Governo” rispose il fratello.

Risorgimento. Altri tempi.

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