Giulia Valsecchi
Cineteatrora
6 Aprile Apr 2016 1307 06 aprile 2016

La finzione è un corpo a corpo di animali nudi

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prova, pascal rambert

L’evidenza è quella di un ring che si dà al rimbalzo in soggettiva, le chiusure e i colpi di testa sono quelli rancorosi e passionali di un gruppo teatrale e umano mentre affronta e rinfaccia alterazioni del vero. Perché di questo si tratta nel mettere in scena, nel fuori e dentro: abitare uno spazio vuoto, e provare a dargli vita già nella fissità apparente di alcune sedie attorno a un tavolo.

Con Prova (Répétition) Pascal Rambert rinserra e allarga il primo sdoppiamento, osservato e seminato con Clôture de l’amour, tra due rivendicazioni al limite delle rabbie e degli sconfinamenti più disperanti. Ora il ring si apre ad altri due convocati, messaggeri della riflessione aperta sulla metateatralità che, da un lato, mostra le opposizioni irrisolte nei panni propri e di altri e, dall’altro, rende conto della trama scompaginata dell’essere in relazione.

Se l’avvio della prova è una cornice o struttura ossessiva dall’interno delle drammaturgie, come dall’esterno di chi le provoca e le impersona, il primo convocato è una ragione meccanica pronta a colpire dalla propria “finestra di tiro”: Anna (Anna Della Rosa) incalza le parole che percorrono la resa del linguaggio e non si piega finché non ha conficcato nei crani di un pubblico in cerca di ragioni e di un gruppo, di cui ha per prima il compito di rompere la rete, il malessere di un tradimento di sguardi. Serve allora appoggiarsi proprio a quelle battute che paiono svuotarsi, e che sono state ripetute fino a morire dietro il ricordo ammirato di un amore per colui che scrive ed è chiamato a rispondere senza che la replica gli sia per ora concessa.

Il monologo, nelle sue fattezze isolate per natura, prosegue in una partitura che si accartoccia dentro un corpo temporaneamente arreso a terra, prima che sia un altro a riprendere la parola: Laura (Laura Marinoni), già elemento colpevole, abbatte magistralmente la fedeltà infranta da amante in una dichiarazione senza colpe di ciò che l’ipocrisia dell’errore rappresenta, sia come scarto drammatico, sia come diritto a un respiro vitale, sessuale e di possesso ricambiato generosamente ed esplicitamente. Un urto tanto indispensabile quanto inconciliabile con un linguaggio scenico e viscerale che non è più esaurito, ma inafferrabile, liquido e, per questo, alterabile da una versione che dichiara l’amore per lo stesso uomo e per un altro che ascolta in attesa vigile.

L’ “ologramma collettivo”, con cui si identificano proprio quelle verità debordanti, a stento è racchiuso nelle memorie di un viaggio fatto di colori e odori rivisitati da ognuno separatamente. Chi pare avere la responsabilità della ragione che accusa e dell’istinto che reclama una sovversione è l’autore che si riconosce fraterno all’animale che tace, perché mentre scrive dà prova di una forma di sopravvivenza a quell’illusione informe di cui il linguaggio, prima condannato al deperimento e poi alla palpitazione invisibile, continua a rappresentare le contraddizioni di un abisso imperscrutabile e attraente. Luca (Luca Lazzareschi) ne confessa l’impossibilità del grido e, al contempo, il suo rintanarsi nei corpi degli altri: un nido che richiama il lupo affamato di Laura e la dilatazione delle ali di Anna finché, all’ennesimo ripiegamento a terra, si attende l’ultima parola.

Spetta all’osservatore e interprete di un quarto profilo drammatico e umano riprendere i colori e gli odori diversificati nelle parole degli altri testimoni. Gli spetta il risveglio finale della parola: Giovanni (Giovanni Franzoni) fa alzare uno dopo l’altro i convocati e, da messaggero che riporta alla tradizione occidentale di un ultimo atto in tragedia, riesamina e ripete le sequenze di ricordi e battute distorte chiedendo al pubblico l’interrogazione dello sguardo.

La luce è costantemente livida, mentre i quattro monologhi si sfidano restando sempre più nudi nei propri strati di umori animali e aspirazioni che fanno testamento. C’è chi continua a scrivere e chi piega il capo, ma l’incitamento a sovvertire è demandato alla storia: la finzione è l’unica ad alimentarsi di una struttura di ferro, fa tornare gli attori convocati al tavolo e, in ogni loro sdoppiamento, torna anche il lascito di una parola che fluisce e a cui la scrittura aggiusta prova ad aggiustare l’orlo senza sapere come si fa.

Fino al 10 aprile 2016 - Piccolo Teatro Studio Melato

Prova

testo, regia e coreografia Pascal Rambert

con (in ordine di apparizione) Anna Della Rosa, Laura Marinoni, Luca Lazzareschi, Giovanni Franzoni

scene Daniel Jeanneteau

luci Yves Godin

produzione ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

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