Simone Paoli
Actarus
6 Aprile Apr 2016 2130 06 aprile 2016

Le trivelle, un pretesto per litigare su altro

Trivelle
Un referendum sulle trivelle? Proprio per nulla.

Il 17 Aprile si andrà a votare per un referendum, promosso da 9 Consigli Regionali, per abrogare un comma della legge 152/2006 (Norme in materia ambientale), modificato dalla legge di stabilità 2016 in merito alla durata delle concessioni per lo sfruttamento di piattaforme di estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa.

Come si intuisce un quesito molto specifico e tecnico, e che sarebbe stato destinato a sicuro insuccesso (leggasi mancato raggiungimento del quorum) sia a causa della scelta di non farlo confluire in un election day con le amministrative (leggasi ca 300 milioni di Euro gettati) sia per la materia molto poco “popolare”.

Ed invece alcuni fatti, a partire dal PD che invita all’astensione aumentando il conflitto interno, ma soprattutto la vicenda Guidi, lo hanno trasformato in qualcosa di ben diverso, ovvero l’ennesimo referendum sul Governo (leggasi Renzi).

Personalmente, occupandomi della materia, avevo già maturato un mio personale convincimento prima della vicenda Guidi (che tralascerò), e vorrei spiegarne le motivazioni.

Partiamo dal merito del quesito, che è il seguente: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

Potete leggere su http://www.fermaletrivelle.it chi sono e quali siano le motivazioni dei promotori, e su www.ottimistierazionali.it quelle di chi si oppone. In rete sono girati molti articoli ed informazioni, alcuni/e assolutamente propaganda, altri/e ben realizzati. Ci sono fondamentalmente due questioni, una di merito, ed una politica. Vediamo prima il merito.

Innanzitutto diciamo chiaramente che non si tratta di trivelle, e che quindi il refrain sitrivelle vs notrivelle è fuorviante in partenza, e risponde solo alle esigenze di comunicazione politica. Diciamo anche che le foto degli uccelli ricoperti di catrame sono falsi, come il pericolo di miglia di posti di lavoro a spasso il giorno dopo qualora vincessero i sì. Come detto si tratta di abolire il meccanismo per cui le concessioni (ovvero il permesso che lo Stato ha dato a qualcuno di sfruttare una risorsa per un certo periodo a fronte di suoi investimenti e di un canone/royalty), non possano essere rinnovate, anche qualora il giacimento non fosse esaurito.

I fautori del sì in estremissima sintesi sostengono (in questo articolo è spiegato molto bene, anche se un pochino lungo http://www.glistatigenerali.com/energia-economia-reale/breve-enciclopedia-sul-referendum-e-tre-buone-ragioni-per-votare-si/) che poiché è marginale il contributo delle piattaforme al fabbisogno di gas e petrolio, fermare prima le concessioni non avrebbe impatti significativi e sarebbe coerente con gli altri provvedimenti in materia. I fautori dell’astensione (fatico a dire del no) all’opposto (qui più in dettaglio http://www.stradeonline.it/innovazione-e-mercato/1902-il-cervello-accenderlo-non-consuma-petrolio) sostengono che chiudere prima le piattaforme non ha senso perché sarebbe uno spreco di materia a km 0, con danni cmq evidenti per l’economia nazionale.

Personalmente ritengo che sia tecnicamente abbastanza insensato chiudere giacimenti già in funzione, ed ancora attivi. Fermo restando che se continuare le estrazioni non lo determinerà il referendum, la remuneratività o meno rispetto al prezzo del petrolio. Motivo per il quale (a smontare altra bufala che gira) molte concessioni di estrazione in Croazia sono sospese a data da destinarsi. Effetto del petrolio a 30 dollari al barile, non dei comitati. Anche la perdita dei posti di lavoro non sarebbe certo immediata come paventa qualcuno, ma spalmata negli anni e ci sarebbe in ogni caso stata.

C’è poi la questione politica. Ovvero il fatto che il referendum trascenda dal quesito per assumere un significato molto più ampio. Fatto sempre avvenuto, con quesiti tecnici divenuti battaglie politiche anche storiche (uninominale di Segni, nucleare post Cernobyl etc). Quindi chi invita all’astensione oggi nascondendosi dietro la “tecnicità” si nasconde dietro un dito, posto che è una delle opzioni politicamente ammesse (anche se i Radicali ci vedono profili penali, io ricordo inviti ad andare al mare ad ogni occasione). Come ha fatto il Governo. Prima ha isolato il referendum, staccando la consultazione dalle amministrative, nel tentativo di condannarlo a “morte” certa (facendoci pagare tale scelta 300 milioni in più, ricordiamo queste noccioline). Poi invitando a non recarsi alle urne a ripetizione, in ogni occasione, come unico messaggio. I fautori dell’astensione sostengono che bocciare il referendum non significherebbe affossare le rinnovabili, mentre dall’altro lato è vero il contrario. Un successo del referendum (raggiungere il quorum) implicherebbe una chiara indicazione verso una minore dipendenza dalle fossili ed una “sconfessione” delle politiche del Governo in tal senso. Questo, piaccia o meno, è quanto è passato in queste settimane, e pertanto il raggiungimento o meno del quorum andrà letto in questo senso.

In conclusione, personalmente andrò a votare (non credo sia questo il referendum che farà cadere il governo, per inciso), ma voterò no sul merito del quesito. Anche se sono abbastanza disilluso sul fatto che potremo avere una discussione seria in materia di energia ed ambiente, visto come da ambo le parti è stata affrontata questa campagna elettorale, anche qualora vincessero i sì.

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