Daniele Grassucci
Dopo Skuola
8 Aprile Apr 2016 1705 08 aprile 2016

Quanti altri ragazzi devono morire?

Black And White Person Woman Girl

Ciccione”, “puttana”, “frocio”. Parole che fanno male, feriscono, uccidono se hai 15 anni e provengono da qualcuno che avrebbe dovuto essere tuo amico. Un compagno di scuola, un tuo coetaneo che ha pensato bene che calpestarti sarebbe stato più facile che fare i conti con i suoi di limiti. Parole che si intrecciano con l’autolesionismo e, in alcuni casi, persino con il suicidio. Episodi di cui troppi ragazzi sono vittime ogni giorno e di cui non si parla abbastanza, se non in occasione di fatti drammatici.

Mi è capitato di essere ospite qualche giorno fa de La vita in diretta proprio per parlare di una nostra indagine su bullismo e cyberbullismo. Una ricerca che Skuola.net ha condotto insieme ad AdoleScienza.it. Su 7mila studenti di 11 scuole italiane interpellati, 1 su 5 ha raccontato di essere stato vittima di episodi di bullismo, un altro 6,5% di cyberbullismo. Dati forti che parlano da soli.

Ebbene, la cosa interessante è che quando sono arrivato in studio gli altri ospiti avevano appena saputo il tema sul quale erano chiamati a dire la loro. In realtà, loro sapevano di dover parlare di tutt'altro, ma c'era stato un cambio di programma dell'ultimo momento e proprio in questa occasione mi è capitato di sentire una frase sulla quale ho riflettuto parecchio anche nei giorni successivi: "Come mai parliamo di bullismo? È morto qualcuno?".

No, per fortuna nessun ragazzo aveva perso la vita. Erano i numeri dell'indagine che pesavano, soprattutto in virtù delle loro conseguenze. Prima tra tutte la depressione e la tristezza. Perchè così dice di sentirsi il 65% delle vittime di bullismo. Peggio, il 30% ha praticato autolesionismo. Piuttosto che chiedere aiuto, questa percentuale si è chiusa nella sua stanza facendosi altro male, come se quello subito tra i corridoi della sua scuola non bastasse. Si è ferita con oggetti appuntiti, bruciata la pelle, dato pugni contro il muro. Questo nelle migliori delle ipotesi. Perché esiste poi un 7% che ha dato vita ai suoi pensieri più bui tentando di farla finita, di togliersi la vita mettendo in pratica quello che un altro 40% delle vittime aveva solo immaginato di fare.

Ma tra la sfortuna, una fortuna per le vittime di bullismo c’è ed è quella di potersi allontanare dal loro carnefice. Un privilegio che non hanno invece le prede dei cyberbulli, insultate e offese h24 con post, commenti e video sul web. Una vera e propria persecuzione online a cui è difficile porre fine, tanto che la metà delle vittime di cyberbullismo ha pensato di togliersi la vita e un altro 11% racconta proprio di averci provato. La sofferenza in questi casi è ancora più forte e porta il 50% delle vittime a praticare autolesionismo. La tristezza e la depressione sono gli stati d’animo predominanti nel 77% di loro.

Le più esposte a entrambi i fenomeni sono le ragazze: per il bullismo al 53% e per il cyberbullismo al 62%. Ammettiamolo: è più facile convincere una ragazza a spogliarsi di fronte alla bugia di un amore. E poi ricattarla, mostrare a tutti quegli scatti umiliandola e insultandola.

Sono i casi di cronaca a testimoniare come queste statistiche siano lo specchio della realtà. Ricordiamo quello della 15enne canadese Amanda Todd, che si tolse la vita perché una sua fotografia a seno nudo era stata diffusa su Internet. Un gesto estremo preceduto da un tentativo di suicidio fallito e dall’inserimento su YouTube di un video in cui raccontava il suo tormento. Più vicina a noi la storia di Carolina Picchio, 14enne di Novara, che si lanciò dal balcone di casa stanca di essere perseguitata su Facebook e non solo: insulti, foto osé rubate, bigliettini lanciati per strada al suo passaggio. E ancora Andrea Spezzacatena, romano di 15 anni morto impiccato, schernito in continuazione con offese sulla sessualità perché, disse lui stesso, la madre aveva sbagliato una lavatrice e gli aveva fatto indossare un paio di pantaloni rosa. E infine la disperazione di quella 12enne di Pordenone che, prima di gettarsi nel vuoto, aveva scritto: “Ora sarete contenti” ai suoi compagni di scuola.

Ma qual è la soluzione?

Parlarne. Nelle scuole, in tv, sul web, in radio, ovunque. Questo è un modo non soltanto per rendere consapevole il pubblico e in primis i genitori di vittime e carnefici, ma anche per arrivare agli stessi ragazzi. Evitando cioè che attorno a essi calino silenzio e indifferenza. La solitudine e il senso di abbandono sono gli aspetti più dolorosi e pericolosi per i più giovani. Bisogna invece far sentire loro che non sono soli, che non sono loro quelli deboli. No, i veri deboli sono coloro che si prendono gioco delle fragilità degli altri per non vedere le proprie, che hanno bisogno di schiacciare gli altri per innalzare se stessi. E le vittime di bulli e cyberbulli non devono dargliela vinta. Devono lottare con tutte le loro forze, farsi carico della loro sofferenza e metterla pure sulle spalle degli adulti. Devono gridare che i più forti sono loro, quelli che non hanno bisogno di uccidere – seppur con le parole – per sentirsi grandi.

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