Francesco Lanza
Fight Web
4 Maggio Mag 2016 0821 04 maggio 2016

Guardare nello specchio del caso Uggetti e trovarci il nostro brutto campanilismo

Mi assumo la responsabilità di scrivere qualcosa che non piacerà quasi a nessuno, né a chi difende Uggetti, né a chi lo attacca. Lo faccio per vari motivi: primo perché non me ne è mai importato nulla di cosa piaccia o non piaccia; secondo perché conosco Uggetti come a Lodi ci si conosce tutti, quindi posso mediare tra quello che so di lui e quello che leggo; terzo perché non ho mai fatto politica a livello locale, ho votato Uggetti come elettore alle ultime comunali, ma sono solo un elettore e non un politico, quindi non mi sento costretto a prendere alcuna posizione e sono libero di fare le considerazioni che voglio, allargando lo spettro quanto mi pare. Non ho neanche interessi economici o clientele, a Lodi, unica provincia in tutta Italia nella quale la mia azienda non ha clienti - vorrei dire che non ho mai capito perché, ma non sarebbe vero -, quindi se qualche lodigiano si sentirà offeso da quello che scrivo, francamente me ne infischio.
Ultimo, e più importante, perché ho l'abitudine di leggere gli atti, l'ho fatto ogni volta che mi è interessato capire qualcosa, e l'ho fatto a maggior ragione adesso (qui il provvedimento), cosa che mi dà diritto ad avere un'opinione, se voglio averla.
Fatte queste premesse, andrò dritto al punto: sarebbe stato comodo per tutti se il quadro delineato dalle intercettazioni fosse stato quello di un ritorno economico per Uggetti, nella storia degli appalti di gestione delle piscine, perché questo avrebbe dato a Uggetti una colpa esclusiva e tutta personale, molto meglio racchiudibile. Invece il ritorno che le indagini delineano per lui è strutturalmente politico. Per dirla terra terra: la possibilità davanti ai lodigiani di dire che la gestione di un certo bene rimane in mano a lodigiani. È questa una colpa "minore"? Per niente, è solo di una natura più scomoda per tutti, dal mio punto di vista.
Cosa che capisco, visto che conosco gli esseri umani: è la soltia vecchia storia di protezionismo campanilista portato all'estremo. Addirittura fino all'estremo di pensare che l'affidamento di un bene locale a soggetti non locali, sia peggio che finire nei guai. Perché è vero che ci sono state polemiche fin da subito, riguardo a questi appalti, ma i politici lodigiani potrebbero guardarmi negli occhi e dire: "Se la gestione fosse finita a un non lodigiano, non avrei avuto niente da dire"? No, non potrebbero, ma anche solo se la gestione non fosse stata del "lodigiano che dico io". Perché è così e lo sanno. Perché la "pressione", in politica, è sempre quella, soprattutto nella politica di una "cascina grande", come definiva Lodi un poeta locale.
Ma attenzione: non è un problema solo di Lodi. È un problema italiano, prima che umano: la follia campanilista è il motivo per il quale continuiamo a fare errori soprattutto concettuali. Io sono più che europeista, per me se la legge imponesse criteri per i quali una gara potesse essere vinta onestamente da una società lodigiana, cremasca, codognina, piacentina ma anche tedesca, inglese, francese, giapponese o araba, sarei l'uomo più felice del mondo ed è l'unico modo per il quale si può andare verso il futuro.
Per questo leggere quello che ho letto nel provvedimento mi ha dato ancora più fastidio, perché quel tipo di mentalità, che ti fa dire "meglio favorire i locali" è una mentalità che fa percepire la realtà in modo distorto, ribalta le priorità e rende vulnerabili in modo tragico e fa nascondere dietro quell'esigenza politica personaggi secondari che si sentono impuniti e impunibili.
Così come dire - sempre e a prescindere - "prima gli italiani", e prima degli italiani "prima quelli della mia regione" e prima di loro "prima i miei concittadini", e prima ancora "prima il mio quartiere" e prima ancora "prima il mio nucleo" e prima ancora "prima io".
Finché non cominceremo a pensare "prima chi se lo merita, non importa da dove venga", continueremo a commettere sempre gli stessi stupidi errori, dolorosi per tutti, e li vedremo commettere da chi ci rappresenta.
Perché anche noi elettori, alla fine, pensiamo che il nostro voto sia una questione possessiva tra noi e chi abbiamo votato, mentre è prima di tutto una questione tra noi e tutti gli altri.

Mi permetto in coda una considerazione tecnica e che riguarda da vicino il mio lavoro da informatico.
Nelle motivazioni della custodia cautelare, si parla di un pericolo di inquinamento delle prove e quindi della necessità di arresto, portando a riprova degli stralci di intercettazione dove Uggetti e Marini parlano, un po' goffamente, di formattazioni per eliminare delle mail.
Ora, qualunque tecnico un minimo esperto converrà con me non solo che formattare un dispositivo per cancellare le prove di passaggi email sia assolutamente una cosa inutile, ma che questo tipo di motivazione faccia un po' storcere il naso e sorgere qualche dubbio sulla qualità dell'investigazione informatica in atto. Se parlare in modo improprio di formattazione vuol dire "conoscere gli strumenti di indagine" e quindi mettere in pericolo l'indagine stessa, mi chiedo quale sia la solidità della raccolta probatoria informatica in generale.
Al di là delle intercettazioni telefoniche e ambientali che abbondano nel provvedimento e che di per sé bastano a delineare un quadro che è grave e resta grave, da informatico appare evidente che la capacità di eliminare una catena di prove avvenute tramite strumenti connessi a reti o Internet, è una cosa assolutamente fuori della portata degli indagati (così come è fuori della portata della quasi totalità delle persone che conosco, compresi anche molti miei colleghi informatici). Quindi, personalmente, da tecnico, non capisco perché le manette, in questo caso, siano state preferite alla semplice sospensione della carica per Uggetti, all'interdizione per Marini, alla misura domiciliare e quindi a un sequestro di tutti gli apparati informatici e all'analisi incrociata di log dei mail server o degli altri servizi ai quali gli utenti si fossero connessi.

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