Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
10 Maggio Mag 2016 1429 10 maggio 2016

May The Best of Your Past Be the Worst of Your Future: Regno Unito ed Unione Europea ai Tempi della Brexit.

Brexit
Bremain or Brexit?

Grazie a Domenico Giannino (biografia a fine articolo), che scrive su Brexit (o no)!

Il referendum del 23 giugno sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea sarà senza alcun dubbio, al di là del suo esito, un momento di svolta nella storia del continente europeo e del suo processo di integrazione. A partire da quella data il futuro del Regno Unito e dell’Unione Europea sarà diverso dal loro passato, non si può prevedere se migliore o peggiore, ma sicuramente diverso.

Nel caso il pronunciamento referendario dovesse essere favorevole alla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, saremmo dinanzi ad uno schiaffo al variegato e ‘colorito’ fronte euroscettico transnazionale, ironicamente ben assestato da uno dei popoli che ha nell’euroscetticismo una delle sue caratteristiche ‘genetiche’. Sul fronte interno, invece, David Cameron vincerebbe una fondamentale battaglia politica che lo vede contrapposto, all’interno del suo stesso schieramento politico, all’astro nascente del conservatorismo inglese Boris Johnson.

Nell’ipotesi in cui fosse l’uscita dall’Unione Europea a prevalere nelle urne lo scenario nel breve-medio periodo, sul fronte economico come su quello politico sovranazionale, sarebbe quasi ‘apocalittico’. Dinanzi ad una classe politica europea incapace di rispondere alle spinte disgregatrici con una ancora più stretta integrazione, il forte ridimensionamento del ‘sogno europeo’ non è soltanto un’ipotesi di scuola. Sul piano interno il primo ministro britannico – già abbastanza delegittimato dall’affaire Panama Papers – sarebbe costretto a fare un passo indietro con una conseguente campagna elettorale nel bel mezzo di una crisi politico-economica senza precedenti nella storia recente del Regno Unito. Inoltre l’uscita dell’Eurozona rinfocolerebbe l’indipendentismo scozzese, aggiungendo un ulteriore elemento di instabilità ad un situazione già di per sè drammatica.

Dal punto di vista più strettamente politico, quindi, uno degli elementi capace di influenzare l’esito referendario è costituito dalla figura di David Cameron il cui aperto sostegno alla permanenza nell’Unione potrebbe tramutarsi in un boomerang. Gli elementi capaci di indirizzare l’elettorato, e soprattutto l’ampia percentuale di indecisi, verso l’uscita dall’Unione Europea sono molteplici: il calo di popolarità di Cameron dovuto ai Panama Papers e la guerra fratricida con il potente e scaltro Boris Johnson; le accuse di sostanziale irrilevanza dell’accordo concluso con le istituzioni europee nello scorso febbraio, in seguito al quale l’inquilino del 10 Downing Street ha iniziato a sostenere “heart and soul” la permanenza del Regno Unito nell’UE; l’evidenza statistica – sostenuta tra gli altri da Matt Qvotrup l’accademico di Coventry che predisse esattamente gli esiti della consultazione sull’indipendenza scozzese – per cui i governi in carica da più di cinque anni tendono a perdere i referendum in cui sono impegnati; il recente ‘coming out’ di Obama a favore della permanenza di Londra nell’Unione Europea sembrato ai più un’indelicata, e per nulla ben accetta, interferenza da parte degli Stati Uniti.

Oltre alle conseguenze ipotizzabili sul processo di integrazione europea e sul piano politico interno nell’ipotesi di un abbandono dell’Unione da parte del Regno Unito, meritano un’attenta ponderazione le possibili implicazioni economiche di tale uscita.

Tanto dipenderà, naturalmente, dalla capacità di negoziazione immediatamente successiva alla poco auspicabile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea: si sarà ‘costretti’ a creare un nuovo modello per gestire le relazioni tra i due soggetti in quanto business must go on. Paradossalmente migliori saranno le condizioni che Londra dovesse riuscire a negoziare con Bruxelles, maggiore sarà l’impatto della sua eventuale uscita sul processo di integrazione europea, in quanto altri governi – attirati dal modello mercato comune senza responsabilità comuni – potrebbero essere tentati dal seguire la stessa strada, anche spinti dalle pressioni politiche interne da parte di un fronte euroscettico che, a quel punto, diventerebbe più consistente ed influente.

I modelli che allo stato dell’arte esistono riguardo alla gestione delle relazioni tra l’Unione ed i suoi partners esterni sono: il modello norvegese nell’ambito dell’Agreement on the European Economic Area (EEA); il modello svizzero nella cornice giuridica dell’European Free Trade Association (EFTA); il modello turco e degli stati membri dell’EU Customs Union (EUCU); e, infine, gli accordi bilaterali nell’ambito della World Trade Organization (WTO). L’opzione più ‘quotata’, nel caso dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, sembrerebbe essere quella norvegese, nearly but not quite an EU member: l’EEA è un accordo che unisce in un unico mercato l’UE, la Norvegia, il Liechtenstein e l’Islanda. Questi paesi – oltre a far parte dello spazio Schengen – recepiscono la legislazione europea relativa al libero movimento di merci, servizi, persone e capitali, ed inoltre cooperano con gli stati dell’UE in alcune materie trasversali come la ricerca e l’educazione, le politiche sociali, la tutela dell’ambiente, il turismo e la cultura. Rimangono naturalmente escluse da tale cooperazione la politiche relative all’agricoltura ed alla pesca, la politica estera e di sicurezza comune e l’unione monetaria.

Seguendo il modello norvegese il Regno Unito – che già ha un controllo maggiore sulle sue frontiere, rispetto ai membri dell’EEA, grazie al fatto di non far parte della zona Schengen – dovrebbe implementare solo parte della normativa europea, non avendo però alcuna influenza sul rulemaking europeo, e continuerebbe comunque a contribuire al bilancio dell’UE per una percentuale del 94% degli attuali contributi, secondo le stime del thinktank Open Europe.

Il cavallo di battaglia del fronte politico favorevole alla Brexit è costituito dal tema immigrazione che, nel Regno Unito come un po’ dappertutto, riesce a suscitare umori contrastanti nelle persone ed è quindi facilmente utilizzabile con finalità elettoralistiche. Nonostante i timori riguardanti l’afflusso di lavoratori dal Sud e dall’Est dell’Europa che, secondo la vulgata popolare, ‘rubano’ il lavoro ed i diritti assistenziali ai britannici, diversi studi, come quelli del Centre for Research and Analysis of Migration dell’ University College London, dimostrano che il loro contributo alle finanze di Sua Maestà è nettamente maggiore dei benefici ottenuti. Se a ciò si aggiunge l’impatto dell’invecchiamento della popolazione britannica e l’impossibilità oggettiva di reperire sul mercato del lavoro nazionale le professionalità ‘importate’ dall’estero, l’immigrazione diventa una risorsa per il Regno Unito e non più un problema.

La recente elezione a sindaco di Londra di Sadiq Khan, musulmano e figlio di immigrati pakistani, è la prova – più che della paventata islamizzazione dell’Europa – di quanto l’immigrazione abbia saputo arricchire economicamente, socialmente e politicamente il Regno Unito.

Il referendum del 23 giugno in cui the best of our past può diventare the worst of our future o viceversa – a seconda dell’esito elettorale e dei punti di vista – è, al di là delle implicazioni economiche e politiche, una sfida tra due visioni del futuro.

Da una parte si ’difende’ un’idea di futuro in cui gli stati nazionali esercitano la propria sovranità proprio cedendola, nella convinzione che le pulsioni ‘sovranistiche’ in un panorama politico e giuridico ormai globalizzato risultano essere non solo anacronistiche ma anche di scarsa utilità pratica.

Dall’altra parte – nascosti dietro il paravento di certe ‘velleità postimperiali’ e della volontà di salvaguardare il proprio welfare – si ha una visione, per certi aspetti corretta, di un’UE eccessivamente burocratizzata, senza alcun riferimento ideale o progetto di futuro. Il rischio è tuttavia quello, usando le parole di un vecchio adagio popolare, di “buttare il bambino con l’acqua sporca”.

*Domenico Giannino, spirito europeo nato in Calabria. Laureato in Giurisprudenza all'Universidad de Jaén (Spagna) ed in Scienze Politiche all'Università della Calabria, dove ha recentemente conseguito il dottorato di ricerca in diritto pubblico comparato. Lavora come Academic Tutor al Kaplan International College di Londra.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook