Gaetano Farina
Leggere il mondo
24 Maggio Mag 2016 2141 24 maggio 2016

Il Libro a Torino. Il Salone è passato, i problemi delle biblioteche restano

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Ed è record. Di vendita di biglietti - anche grazie alla riduzione del prezzo per l’ingresso serale - e, di conseguenza, della vendita di prodotti editoriali. Così ha chiuso, come al solito, come ogni anno, la XXIX edizione del Salone del Libro di Torino, stando almeno ai proclami e ai comunicati stampa dei suoi organizzatori. Einaudi ha registrato addirittura un 30% in più grazie alle vendite del nuovo libro di Ligabue, mentre Feltrinelli, trascinata da “Caffè Amaro” della prolifica Simonetta Agnello Hornby e dai “soliti” Isabel Allende ed Erri De Luca, si è dovuta accontentare di un +5% appena sfiorato. Per quanto riguarda i piccoli editori, come ogni anno, c’è chi sorride e chi si lamenta. Grandi protagonisti rimangono (sorprendentemente?) i “classici”, vendutissimi in qualsiasi edizione, seppur reperibili comodamente in qualsiasi biblioteca del mondo, a prezzi stracciati come allegati a riviste e giornali o quasi gratis nei mercatini dell’usato.

Considerati, tuttavia, gli elevati costi di personale, di struttura e di assistenza tecnica (e qualche spreco di troppo) che devono fronteggiare sia i maggiori editori che la fondazione organizzatrice dell’evento - sebbene quest’ultima si sia avvalsa di un esercito di ragazzini volontari -, i veri vincitori rimangono quelli di Autogrill, grazie ai prezzi sempre più improponibili del loro menù e ai pochi spazi relax messi a disposizione nei padiglioni della fiera. Lontani sono i tempi in cui anche i colossi editoriali si presentavano con piccoli banchetti a Torino Esposizioni: il Salone è diventato qualcosa di troppo grosso a cui non si può mancare, a dispetto della scarsa convenienza economica.

Un pò provocatoriamente, dopo tutti questi anni, si potrebbe anche sostenere che i libri siano quasi diventati un pretesto per organizzare quella che è ormai diventata una kermesse di popstar della cultura, cantanti o calciatori riciclatisi in scrittori (quest’anno ha avuto il suo spazio anche Ivan Ramiro Cordoba, l’ex “cagnaccio” dell’Inter, edito da Mondadori), rappresentanti dell’establishment politico-economico, cuochi, venditori, giocattolai, motivatori, comunicatori, ambulanti, gadgettari, pletore di giornalisti bisognosi di (ulteriore) visibilità. Ma, insomma, il Salone è anche un po’ uno specchio dello stato della cultura italica.

Gli spazi lasciati vuoti dagli editori di un tempo vengono sostituiti dagli stand istituzionali e commerciali, spesso di enormi dimensioni. Oltre alla promozione delle attività di Regioni, Stati nazionali, Camere di Commercio, distretti, chiese, ambasciate, logge massoniche o forze dell’ordine, sono in aumento esponenziale, infatti, le vetrine e le rivendite commerciali. I marchi editoriali partecipanti alle ultime edizioni della fiera, almeno in relazione ai circa 3000 attivi in Italia, non sono stati poi così tanti. Eppure continuano a spuntare fuori nuove sigle (compensando quelle che nel frattempo sono scomparse), a testimonianza di quanto sia ancora attuale e gettonato il sogno di campare grazie ai libri. Di grande impatto e successo è stata la riproposizione delle esibizioni culinarie nello spazio “Cook Book”, seguendo la proliferazione di talent e trasmissioni dedicate al mondo della cucina. E i vari stand ne hanno approfittato riempiendosi di volumi di ricette e diete, fra i quali hanno spiccato - segnatamente per l’originale e coloratissimo packaging - quelli di Gribaudo, marchio di origine torinese acquistato astutamente da Feltrinelli qualche anno fa.
Sebbene più editori si accorpino in unico stand per risparmiare sui costi di partecipazione, progressiva e sensibile è la riduzione delle case editrici indipendenti, specialmente di quelle etichettabili come “alternative”, che dovrebbero costituire il valore aggiunto del Salone. Per un lettore di “serie A”, il Salone non dovrebbe rappresentare, infatti, un’opportunità di trovare marchi e titoli difficilmente reperibili nei circuiti tradizionali? Ma ai grandi editori può andare benissimo così, dato che, approcciando un pubblico di lettori distratto o che, semplicemente, non ha tempo di girare le librerie durante la settimana, si permettono di rinunciare anche al più piccolo sconto (e nemmeno di far valere le tessere fedeltà; tanto che verrebbe da dire: ma chi ve lo fa fare di andare a comprare i libri al Salone?).

Come ormai è diventata tradizione, gli ospiti che hanno attirato più pubblico sono stati quelli che c’entrano meno col mondo letterario, a parte l’immancabile Roberto Saviano; ossia il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, l’astronauta Samantha Cristoforetti, i cantanti Luciano Ligabue, Francesco Guccini, Francesco De Gregori e Antonello Vendetti, gli chef stellati, vari giovanissimi youtubers e, soprattutto, il nuovo padrone dell’industria d’intrattenimento italiana, Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone, che ha giustificato, più di ogni altra cosa, la gigantesca presenza dello stand Puglia. Fortunatamente, anche alcuni incontri più “impegnati” hanno ottenuto un buon successo di presenze. Come quello del professor Salvatore Settis che ha presentato il suo nuovo saggio “Costituzione!” edito da Einaudi (la quale, però, ha sbancato grazie all’ultima fatica letteraria del rocker Ligabue) e che è stato affiancato da Gustavo Zagelbresky, autore, invece, di nuove pesanti stoccate al premier Renzi in tema di referendum d’ottobre.

Passando finalmente ai contenuti (editoriali), è piacevole constatare come continuino a resistere alcune realtà indipendenti di grande qualità. Fra queste, Stampa Alternativa (anche grazie all’ingresso di nuovi soci) sempre guidata dal mitico Angelo Leone, la prolifica Mimesis che ha presentato l’ultimo libro del quotatissimo psicoanalista Massimo Recalcati, o Jaca Book con la sua nuova preziosa collana “I Precursori della Decrescita”, sebbene pure nel suo stand siano spuntati fuori titoli dedicati al tifo calcistico. O i titoli sempre più coraggiosi di Chiarelettere, che osano sfidare Eni e le coop rosse. Quasi in coincidenza con l’apertura della 29esima edizione del Salone, è nata invece Paper First, la casa editrice di Travaglio, Gomez, Padellaro e soci che ha presentato il libro - ovviamente d’inchiesta - di Marco Lillo, giornalista di punta de Il Fatto Quotidiano. Esordio per la Nave di Teseo, guidata da Elisabetta Sgarbi, che mira innanzitutto a valorizzare classici della narrativa e della saggistica. Fra chi giocava in casa, cioè fra la nutrita schiera di editori torinesi, si confermano le Edizioni del Capricorno grazie all’aggiornato catalogo di storia piemontese, si fanno notare Graphot con la sua collezione di “diari storici” dedicati a tutti i quartieri cittadini - e distribuiti con buoni risultati anche nelle edicole - e Priulli Verlucca che, in uno stand elegantissimo, ha esibito il nuovo progetto “Patrimonio Italiano” orientato alla promozione delle opere di pregio. Nota a parte per i 40 anni di EDT, specializzata nelle guide da viaggio, licenziataria del marchio Lonely Planet, esempio cittadino di successo editoriale e imprenditoriale. Segno dei tempi in cui tutti dobbiamo essere un po’ venditore, è, invece, la proliferazione di editori e manuali dedicati alla comunicazione (commerciale) e al (web)marketing.

Ma la grande novità della 29esima edizione del Salone è stato il metal detector, che non pochi disagi ha procuratori agli espositori, soprattutto nella giornata di apertura. Inconsapevoli della presenza del nuovo ospite, infatti, la maggior parte degli espositori ha rischiato di lasciare incustoditi i propri stand all’apertura della fiera per via delle lunghissime code che si sono formate ai cancelli. Tanto che gli addetti alla sicurezza, qualche minuto prima delle 10.00, hanno rinunciato ai controlli per accelerare il flusso d’entrata. Altra novità, la nuova partnership con Coop, rappresentata dalle librerie a suo marchio.

Gli stand più eleganti si sono confermati quelli di Feltrinelli e Rizzoli (ci sarà ancora il prossimo anno dopo l’annessione a Mondadori?), mentre gradevoli sono risultati anche quelli che hanno adottato uno stile minimalista e-o sostenibile, utilizzando cassette di legno o cartone riciclato.

Per finire, uno sguardo sull’ormai consolidato laboratorio di editoria 2.0 (o 3.0). Quest’anno hanno sicuramente spiccato i ragazzi di Yeerida, una sorta di Spotify del libro (torinese) che mira a mettere in streaming gratuito le pagine pubblicate da qualsiasi editore italiano. Per adesso, sono stati stipulati accordi commerciali solamente con alcuni microeditori, ma, da quel che riferiscono i creatori del progetto, anche le realtà più grosse si sono mostrate seriamente interessate.

Certo - non lo si può tacere - fa specie che una città come Torino, che vuole essere considerata “città del libro” a livello europeo, non riesca più a sostenere (economicamente) il proprio circuito bibliotecario, un vanto di portata internazionale almeno prima delle Olimpiadi invernali del 2006.
I problemi partono dal centro della rete, cioè dalla biblioteca di via della Cittadella che, almeno per il ricco e vasto patrimonio librario, dovrebbe rappresentare un motivo di orgoglio della città nei confronti delle altre capitali culturali. Purtroppo, però, i drastici tagli l’hanno fatta rimanere indietro di anni. Si può calcolare che almeno il 20% delle volte le richieste di prestito non vengano soddisfatte perché i volumi risultano irreperibili (spesso perché non ricollocati correttamente), mentre le postazioni informatiche di ricerca dei titoli, a dispetto degli alti picchi d’utenza in alcune fasce orarie, invece di essere aumentate, rischiano sempre di diminuire, considerato che ci vogliono mesi per reperire le risorse utili al ripristino di quelle danneggiate. La primordiale lentezza dei pc destinati alla navigazione sul web, inoltre, impone all’utente un notevole sacrificio di pazienza. Se aggiungiamo, infine, i malfunzionamenti della rete wi-fi, si può concludere che non si è proprio al passo con i tempi. Le sale studio, oltre che mai rinnovate, si rivelano sottodimensionate rispetto ad alcuni giorni della settimana in cui l’afflusso è elevato. E può anche succedere di mettersi a studiare accanto a chi ha occupato un posto perché non ne ha un altro per dormire.
E con l’arrivo del 2016 il drastico taglio (del 30%) agli abbonamenti a riviste e quotidiani che hanno impoverito l’affollata emeroteca. Insomma, un duro ritorno alla realtà dopo aver accarezzato i sogni di un nuovo (faraonico) centro culturale messo a progetto, nell’era pre-olimpica, sull’area ex Nebiolo Westinghouse. Come testificato anche dallo stato delle altre biblioteche civiche. Prima fra tutte, quel gioiellino che continua a essere la biblioteca Amoretti, immersa nel verde del Parco Rignon, e raddoppiata, oltre che rinnovata, negli anni dell’ubriacatura olimpica. Una delle più belle biblioteche a livello nazionale, almeno dal punto di vista strutturale, ma che deve fare i conti col bilancio comunale disastrato. L’accogliente sala dedicata ai bambini e quella per la consultazione delle riviste, sistemata elegantemente nell’antica aranciera, non di rado devono rimanere chiuse per mancanza di personale. Un caso più clamoroso è quella della nuova biblioteca Italo Calvino che si affaccia suggestivamente sulla Dora. Un potenziale centro culturale per la periferia nord, ma che, per gli endemici problemi di personale e di risorse, non riesce ancora a valorizzare le sue sale e soprattutto l’attrezzatissima area multimediale del terzo piano. Una biblioteca in cui si può finalmente respirare un’aria di nuovo, ma alla quale è imposto un orario di apertura severamente limitato e che registra una bassa affluenza di pubblico. E con alcuni servizi igienici inutilizzabili da mesi. In circoscrizione Tre, addirittura, la biblioteca non esiste più, dato che la Carluccio, dopo i lavori di bonifica e ristrutturazione, non ha più riaperto. Non si capisce poi perché a Torino tutte le biblioteche civiche debbano rimanere chiuse il lunedì sino alle 15: forse si spera che la cittadinanza il lunedì mattina abbia ancora il cervello un po’ spento?
Insomma, ben venga il Salone del Libro (e tenerselo stretto, lontano dalle grinfie milanesi) e ben accolti possono anche essere i proclami a favore del rilancio culturale e turistico, ma se poi i servizi essenziali non sono garantiti: che senso ha tutto questo?

Gaetano Farina

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