Giulia Valsecchi
Cineteatrora
27 Maggio Mag 2016 1052 27 maggio 2016

Il compromesso più liquido dell'acciaio

ACCIAIO FOTO 1

Nel ventre della fabbrica, il silenzio muore con i compromessi. L’accordo non troppo tacito tra dirigenti che approvano un andamento distruttivo e operai che non hanno facoltà definitiva, se non un lavoro prostrato dall’assenza di garanzie e norme di sicurezza, è un abito troppo usurato per fare ancora cronaca. Nel momento in cui, allora, si produce un boato di morte per incidenti e quel silenzio concordato diviene atto criminale, la memoria collettiva aggiunge un’altra crepa sociale al proprio tariffario umano.

La maniera del teatro resta tra le poche a riscrivere l’urgenza di percorrere margini scomodi, cosciente che il primo inganno dell’indossare panni altrui restituisce la funzione d’allarme e insieme recupero della pagina ignorata come partecipazione, altro principio cardine dell’atto scenico, di fianco al conflitto scatenato da un fatto o prodotto per accadimenti d’invenzione. In questo senso, la misura tra l’adattamento e la genesi di un personaggio-coro si gioca tra l’osservazione per confronto e una distanza partecipe.

Se la cronaca reitera i suoi mali dimenticandosi di una storia di morte sul lavoro, il coro continua ad assolvere al ruolo di voce fuori campo o protagonista sdoppiato: in Acciao liquido, drammaturgia profondamente aspra e vigile di Marco Di Stefano e regia di dense e precise partiture di Lara Franceschetti, si avverte il ritorno al tragico non come semplice citazione interna del fuoco di Prometeo per voce di un operaio aspirante attore, ma come vocazione di racconto.

La messa a nudo di una vicenda disperante quale l’incendio sviluppatosi ormai nove anni fa in una nota acciaieria torinese, volutamente mai nominata, si fa caso d’osservazione e viscera spartita dai corpi di sette attori che muovono l’acciaio di un tavolo scomponibile come macchina che lega le loro vite e parete di spogliatoio tra confessioni, lazzi e precarietà rimbalzate tra attitudini negate. La giacca, che li vede prima capi d’azienda in schiera e diagonale di movimento marziale all’interno della scena priva di accessori, finisce a terra insieme a una tuta che gli stessi indossano e che l’incendio strapperà via con le dignità su cui nessuno ha saputo sollevare obiezioni di salvezza.

Il terrore degli operai rimasti rinchiusi nella bolla dello spazio-tempo che davvero si fa ventre infuocato, madre per chi la fabbrica l’ha eletta a custode del proprio sperdimento, attraversa slanci giovanili e saggezze che arginano, lievità caratteriali e fobie, aspirazioni lontane dalle linee che si incendiano e dal lucore appagante dell’acciaio lavorato da chi copre doppi turni solo per resistere fino allo smantellamento aziendale preannunciato, fino alla liquidazione e alla inevitabile delocalizzazione urlata come gergo dai padroni, che ne minimizzano gli effetti preservandosi un potentato vorace e ignaro di lutti irreparabili.

Così, dal coro doppio che prima plasma e poi è condannato a riprese processuali e battaglie inesauste dei parenti delle vittime, il sistema aziendale che si costruirebbe per identità coesa rimane solco anonimo e assassino tra categorie che concordano e categorie che eseguono rimettendoci la vita e il diritto a preservarla. Tra l’assemblea metallica, asettica dei capi e le smanie ingenue degli esecutori meschini, perché disgraziati e incatenati dal bisogno, resta la seconda memoria dei superstiti, monologhi che hanno osservato a loro volta, prima il male dell’incendio sviluppatosi, poi il vuoto dell’impotenza che ne ha segnato l’inferno delle perdite.

I corpi provano a difendersi nell’una e nell’altra parte mai saldamente carnefice né vittima, la coscienza di un compromesso liquido come l’estratto di fusione rimanda piuttosto alla reazione dello spettatore riunito e sopravvissuto all’oblio sociale della tragedia. A lui, operaio-attore, pare ancora rivolgersi Brecht in un discorso che il lavoro di un gruppo di otto attori e di una scrittura registica e drammaturgica più che coscienti restituiscono come manifesto permanente: “Guardateli parlare e camminare, i dominatori che tengono i fili del vostro destino in mani bianche e crudeli. Li dovete osservare attentamente. E ora raffiguratevi ciò che avviene intorno a voi, tutte queste lotte, così, in immagine, proprio come avvenimenti storici. (…) Ma come, vi sento chiedere, possiamo noi che siamo calpestati e perseguitati, sfruttati e subordinati, tenuti nell’ignoranza, che viviamo nell’incertezza, assumere il grande atteggiamento degli indagatori e dei pionieri che esplorano una terra straniera, per sfruttarla, e assoggettarla a sé? Noi che sempre fummo soltanto oggetto dell’azione di altri, più fortunati! Come possiamo noi, gli eterni alberi da frutto, diventare noi stessi i giardinieri? Proprio questa mi sembra l’arte che dovete imparare, voi che siete nello stesso tempo attori e operai”.

Fino al 29 maggio 2016 – Teatro Out Off, Milano

ACCIAIO LIQUIDO

di Marco Di Stefano

Ideazione, adattamento e regia Lara Franceschetti

Con Federica Armillis, Angelo Colombo, Andrea Corsi, Paolo Garghentino, Giovanni Longhin, Francesco Meola, Claudio Migliavacca, Giuseppe Russo

Assistente alla regia Paolo Panizza

Scene e costumi Maria Chiara Vitali

Light designer Giuliano Bottacin

Video Massimiliano Gusmini (Mud) – otolab 2012

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