Raja Elfani
Gloβ
30 Maggio Mag 2016 1838 30 maggio 2016

A kentridge non resta che boicottare l'Italia

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Foto: Andrea Samonà

Passa dalla delusione alla rabbia Kentridge di fronte alla proposta indecente dei bancarellisti del Tevere di riprodurre e stampare le parti coperte del suo murales su uno striscione. I commercianti dell’Estate Romana non si spostano e le trattative continuano al Campidoglio. Kentridge lancia anatemi da oltreoceano contro l’amministrazione romana ma non ammette di aver sbagliato.

Il murales ora è di proprietà dello Stato, distruggerlo come ha fatto a Marzo lo street-artist Blu a Bologna sarebbe contro la legge. A questo punto cos’è rimasto da fare a Kentridge se fosse in buona fede? L’unica cosa ancora in suo potere è un mea culpa. Poi, come minimo dovrebbe giurare di non esporre mai più in Italia. Invece Kentridge e l’associazione Tevereterno continuano a cavalcare la polemica peggiorando il loro caso.

Che umiliazione per Kentridge, che smacco clamoroso, tratto in inganno dalla propria presunzione prima ancora che dallo Stato italiano. E che lezione per tutti gli artisti avvezzi di commesse, noncuranti delle strumentalizzazioni e della scarsità culturale dei progetti in cui s’imbarcano pur di godere di un po’ di visibilità.

Se la commessa del murales sul Tevere fosse seria, la trattativa con l’associazione Tevere Estate sarebbe semmai stata fatta preventivamente. Come ha potuto Kentridge accettare una commessa così approssimativa, con garanzie così incerte? Contava su un’eccezione? O sulla polemica?

Inoltre a una settimana dalle elezioni comunali, il caso Kentridge vede prevalentemente mobilitati i membri del PD (incluso il candidato sindaco Giachetti) mentre la petizione di Andrea Fogli professore all’Accademia di Belle Arti di Roma continua a raccogliere firme contro le bancarelle. Iniziativa cittadina apparentemente spontanea eppure accuratamente evitata da quelli del Movimento Cinque Stelle. Un vero paradosso.

Raja El Fani

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