Paolino Madotto
#Innovazioni
10 Giugno Giu 2016 1112 10 giugno 2016

Ci vorrebbe un Istituto per la Ricostruzione Industriale

Programma101 Ridotta
La Olivetti "Programma 101" un esempio di eccellenza di una sana imprenditoria italiana che ora non esiste

I dati della quinta indagine UCIMU (L’associazione di Confindustria delle macchine industriali) sono impietosi: il 20% delle macchine industriali hanno più di 20 anni; il 13% hanno meno di 5 anni; Nel 2005 l’età media dei macchinari era di circa 10 anni e 5 mesi, nel 2014 di 12 anni e 8 mesi.

E ancora il 79% degli impianti produttivi non presenta nessuna integrazione con le tecnologie informatiche o elettroniche.

La produzione industriale dal 2007 al 2013 è calata del 25%, pari ad un quarto del totale. E già nel 2007 il nostro paese veniva da anni difficili di decadenza industriale.

La Cgia di Mestre ricorda che dall’inizio della crisi gli investimenti sono scesi del 27,5% e la disoccupazione e raddoppiata.

Questi dati agghiaccianti sono stati accelerati dalla crisi del 2008 anche se il nostro paese già da molti anni aveva visto aumentare la disoccupazione e ridurre il settore industriale.

Il mito del “piccolo è bello” che ci siamo raccontati già dalla fine degli anni ’90 è stato un modo per lenire il dolore di una malattia che ci sta corrodendo: il declino industriale.

E l’impresa privata non è in grado di reagire, anzi le svendite di molti gioielli del made in italy da parte delle famiglie che ne avevano il controllo è stata seguita dal disimpegno dal settore industriale per entrare nel settore finanziario (o meglio della semplice rendita finanziaria o immobiliare).

I rapporti di Almalaurea ci dicono che solo il 40% delle imprese è diretto da un manager, molti imprenditori non sono nemmeno laureati. In un mondo globalizzato per “sfondare” serve un ottimo management, con caratura internazionale.

Per non parlare della nostra industria tutta concentrata su produzioni a basso livello di specializzazione (che significa prodotti senza o a bassa innovazione e dunque che competono spesso sul prezzo).

Un quadro desolante mentre i governanti che susseguono ci propongono la solita minestra del turismo e della cultura che certo possono essere una gamba importante (anche se in Europa ormai anche la Germania fa meglio di noi nella valorizzazione e messa al reddito) ma non potrà mai garantire una vita adeguata e dignitosa agli italiani. Per non parlare della discussione inutile su “industria 4.0” in un paese che perde industria e quella che ha è obsolescente, si discute del frustino per eludere il fatto che non abbiamo il cavallo.

Siamo di fronte ad un evidente “fallimento di mercato”, la condizione nella quale il mercato dovrebbe fare ma non fa. Sulla banda larga questo ha messo in moto lo Stato che direttamente o indirettamente ha attivato soggetti pubblici come Enel o Infratel per portare la fibra nelle case.

L’Italia, come tutta l’Europa continentale, ha sviluppato il capitalismo attraverso una forte presenza dello Stato. Sia con commesse pubbliche che hanno permesso a gruppi industriali di crescere e consolidarsi (vedi FIAT), sia attraverso l’intervento diretto (vedi IRI, VW, ecc.).

L’Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale a pezzi, con una struttura produttiva agricola dove in molte parti del territorio c’era la miseria e l’unico sbocco era l’emigrazione ha saputo reagire attraverso un piano di intervento pubblico deciso. L’ENI e l’IRI sono stati due pilastri importanti della crescita del nostro paese, hanno saputo formare una classe di manager di eccellenza che (fino a quando associazioni segrete o combriccole non hanno preso il potere tra la fine degli anni '70 e gli '80) hanno permesso una straordinaria crescita del PIL e del benessere del Paese.

Oggi avremmo bisogno di una IRI, di una holding che possa disporre di investimenti ingenti per operare direttamente sul mercato, concentrarsi sulla produzione di prodotti innovativi, formare una classe di manager che non siano figli, amici o parenti di qualcuno.

Dunque una IRI che non dipenda dal Governo, che non sia lo strumento elettorale di qualcuno ma che abbia una governance separata sotto il controllo del Parlamento.

Abbiamo bisogno di una IRI che investa in ricerca e sviluppo a lungo termine, che assuma migliaia di persone dove servono privilegiando le aree dove c’è più bisogno di lavoro e personale specializzato, integrandosi con un rinnovato sistema di formazione tecnico sul territorio. Una struttura che faccia parte di un piano ventennale di ricostruzione industriale che comprenda l’elevamento del livello di istruzione, la formazione permanete, la ricerca e lo sviluppo, prevedendo forme per rendere gratuita l’istruzione superiore (magari con meccanismi di incentivo/disincentivo).

Sarebbe il tempo di dire basta a bandi, finanziamenti, deduzioni o contribuzioni ad un sistema di imprese che non è in grado di agire e fare. Un sistema imprenditoriale che tranne eccezioni è fatto spesso dai figli e dai figli dei figli, senza un elevato livello di istruzione e una capacità manageriale adeguata al mercato internazionale, che non sono in grado di farsi aiutare da professionisti seri. E’ necessario premiare le aziende che fanno bene ed evitare di aiutare chi assume per prendere gli sgravi fiscali e poi non sa come sostenere la sua crescita a medio termine.

La politica deve assumersi le sue responsabilità, deve farlo per intero e chi ha governato di più. Anzitutto cambiando strada e politica economica rispetto al fallimento degli ultimi decenni.

Fa piacere che ogni tanto si ricordi i fasti passati come la straordinaria esperienza di Adriano Olivetti ma questo non basta. E' necessario prendere l'iniziativa.

Si dirà che questo non è permesso dall’Europa. Già, l’Europa. Anche l’Europa non va benissimo, tranne un caso.

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