Francesco Lanza
Fight Web
21 Giugno Giu 2016 0842 21 giugno 2016

E ora attenti alla dittatura del marketing dell'onestà

Onesto

Che l'onestà vada di moda, a me sta benissimo. L'importante è non esagerare, perché anche i leggings all'inizio sembravano una buona idea.
L'analfabeta funzionale da questo incipit capirà un cazzo che io, in qualche modo, preferisca i corrotti agli onesti e che quindi io sia contro il Movimento 5 Stelle e a favore della politica ladra.
Senza contare chi leggerà solamente il titolo e penserà di ricavarne automaticamente il contenuto, o chi invece, vedendo che la lunghezza supera i 140 caratteri, dirà "troppo lungo", e quindi avrà timore che la lettura possa rubare ben tre minti al proprio cazzeggio online.
A tutti questi consiglio di abbandonare questo articolo e visitare immediatamente il sito internet dei teletubbies, decisamente più sbarazzino e simpatico.

Ovviamente non è così, il mio discorso è più complesso, ma, per fortuna, semplice da riassumere.
Il dato di partenza, è che da sempre osservo l'istinto di auto-assoluzione umano, e in particolare quello, marcatissimo, Italiano: se le cose vanno male, è sempre colpa di qualcun altro. Il che a volte è totalmente vero, a volte è parzialmente vero (quindi parzialmente falso), mentre altre volte ancora è totalmente falso.
Tretatré, trentatré, trentatré, direi, come alle ultime elezioni politiche.
Allo stesso modo, siamo prontissimi a dirci onesti, nelle discussioni da osteria, pronti ad aggredire e mordere qualsiasi manifestazione di altrui disonestà (reale o presunta, grossa o piccola), soprassedendo sulle nostre:
il solito, grazie, non stare a fare lo scontrino, stai a dare i soldi allo Stato ladro [occhiolino];
no, il pos non ce l'ho, solo contanti, banche ladre, abbasso la BCE;
ho fatto la pulizia dei denti, cinquanta euro senza fattura, ma cosa vuoi;
i poteri forti ci avvelenano con le scie chimiche, ma che traffico, cosa fate tutti in macchina a farmi stare in coda, IO ho fretta, bip bip;
il condono l'ho fatto perché il commercialista mi ha detto che non si sa mai, conviene farlo;
parcheggio un attimo in doppia fila che c'ho premura e comunque metto le quattro frecce;
e così via.

"Ma vuoi paragonare queste piccole disonestà alle grandi disonestà dei politici?"
E' brutto, vero? No, non si possono paragonare, ma si può paragonare la spinta umana che le genera, e che spero di chiarire nel corso di questo pezzo: l'onestà percepita o auto-percepita, come maschera per nascondere la propria disonestà. Maschera che in mano a chi ha potere, genera disonestà sempre più grosse, mascherate da onestà sempre più gonfiate.
Un dato antropologicamente certo è che ci sono brave e cattive persone, con varie sfumature, e di varia estrazione, ma che il set di regole che discriminino tra onesto e disonesto è una delle cose più complicate da gestire, soprattutto in una situazione politico-sociale come quella attuale, dove la spinta al supporto di stampo "ultrà" è fortissima e dove i social network hanno contribuito maggiormente alla divisione sociale, checché ne dica Zuckerberg, boss dei social, quando afferma che l'obiettivo di Facebook sia quello di rendere il mondo "more connected", più connesso, dando l'impressione che quel "connesso" sia sinonimo di "unito", quando invece è la punta di un iceberg significante che nasconde sotto il pelo della superficie significati molto più complessi: i social network aggregano per conoscenze, per simpatie, per interessi, per passioni e infine per assensi. Banalmente: ci circondiamo sempre di più di chi ci dà ragione, aumentando l'illusione di superiorità.
La domanda è: se io fossi onesto e cento persone che si sentissero oneste mi indicassero come disonesto, cosa sarei?
L'unica arma, comunque spuntata, che potrei avere, è quella di raccogliere altrettante o un numero maggiore di persone che certifichino la mia onestà.
O un "pivot", in quello sciame che mi attacca, che possa far cambiare indirizzo a parte di quell'opinione contraria, sempre che "loro" non abbiano un pivot per qualche motivo più influente.

E' un'arma spuntata, perché non permette di condurre in alcun modo a una risposta corretta e affidabile alla domanda.
Abbiamo già visto, da tutte le parti politiche, quindi sia dalla parte della politica "convenzionale", che dalla parte dei "movimenti", questa antica pratica di regolamento dei conti, laddove situazioni simili vengono trattate e/o risolte in maniera differente a seconda di quella che sia la convenienza politica: due amministratori indagati, possono essere trattati diversamente a seconda di quale sia la volontà della dirigenza o l'opportunità del momento. Non sto a fare esempi, in quanto i sostenitori di un soggetto politico qualsiasi troveranno al volo l'esempio che possa dimostrare l'incorrettezza dell'altro, senza accorgersi che si stanno additando gli uni gli altri per lo stesso peccato.
La differenza, oggi, è che viene resa partecipe una massa molto più estesa, generando flussi demenziali, soprattutto in caso di questioni locali e non nazionali: per esempio, un amministratore locale che viene giudicato da un gruppo di "utenti" che non sono solo locali, in quanto la spinta che la politica tutta cerca, oggigiorno, per la giustificazione delle proprie azioni, è quella "social". Stranamente, per gli amministratori non locali, ma nazionali, la spinta è invece opposta, si cerca di mantenere, tramite direzioni, direttori e quant'altro, il pattern del regolamento di conti privato, ove possibile.
Infatti, una volta questo "regolamento di conti" politico era una cosa più interna e il soggetto chiamato "opinione pubblica" esisteva di fatto solo nel contesto nel quale quell'espressione veniva utilizzata. Oggi l'opinione pubblica continua a non esistere, realmente, ma è diventata un soggetto apparentemente più consistente, grazie ai social e all'uso sconsiderato che i soggetti politici ne fanno, in quanto la massa di like, di condivisioni, di commenti e di "political bot", danno l'illusione che quel piccolo recinto sia in qualche modo significativo e variegato, mentre non è altro che un cuscinetto molto malleabile e pronto a prendere la forma del culo di chi ci si siede per primo o di chi abbia le chiappe più grosse.
E' per questo motivo che, non solo dal lato del Movimento 5 Stelle, ma anche dal lato delle altre forze politiche, costrette a inseguire il trend, c'è il rischio che l'onestà, da valore, si trasformi in marketing, rischio che personalmente io vedo già imboccato, e che il marketing dell'onestà si traformi in dittatura della stessa.
L'analfabeta funzionale mi farà una domanda del cazzo: ma allora preferisci una dittatura della disonestà?
La mia risposta è banale: io preferisco nessuna dittatura, innanzitutto. Ma ancora più importante è che quello che io preferisco non è il punto. Il punto è che un governo corrotto, che può avere varie gradazioni, dal poco corrotto, a mediamente corrotto fino al massimo della Colombia escobariana degli anni 70-80, nel momento in cui è al potere e desideri rimanere al potere, la prima cosa che fa è alterare la percezione di quello che sia onesto o disonesto, o per lo meno offuscare il disonesto per esaltare ciò che può essere o apparire onesto.
Cosa che, oggigiorno, è più facile che mai, se basta un sondaggio online o un "meme" per attaccare una persona, pratica alla quale, negli ultimi mesi, si sono dedicati TUTTI gli attori della scena elettorale.

Qualche mese fa ho assistito tecnicamente in un suo spettacolo l'autore/regista/attore di teatro di narrazione civile Giulio Cavalli, presso il Politecnico di Milano, quindi presso una platea che è nata quando noi vivevamo la morte della prima Repubblica ed eravamo passati dallo stragismo mafioso e da Tangentopoli. Per la natura dello spettacolo ("L'amico degli eroi. Parole, opere e omissioni di Marcello Dell'Utri"), durante le domande finali dei ragazzi a Giulio, qualcuno ha chiesto "come mai", anche allora, conoscendo quello che era stata la prima repubblica, non avessimo impresso un cambiamento più forte, perché la gente per vent'anni, mentre loro erano troppo piccoli per votare, ha "votato sempre gli stessi". E' una cosa sulla quale ho ragionato spesso e solo a posteriori ho immaginato di poter intervenire, per dare una risposta, tramite un aneddoto che ho sentito raccontare a Gherardo Colombo durante un'intervista, quando gli chiesero "ma perché è finita Mani Pulite, se è vero che oggi la corruzione non è diminuita, ma aumentata?": alcuni di quelli che hanno vissuto quei giorni, i più attenti, quelli con la memoria più allenata, ricorderanno quando la politica, all'inizio dell'inchiesta Mani Pulite, cercò di bloccarla, facendo smembrare le inchieste e trasferendole presso altre procure, soprattutto trasferendo alla procura di Roma quelle riguardanti i parlamentari. Ci furono delle enormi, bellissime fiaccolate di supporto ai magistrati, da parte della gente, sotto il tribunale di Milano. Tutti a chiedere di non uccidere quell'inchiesta, perché finalmente il popolo voleva pulizia.
Purtroppo, però, Mani Pulite fu un'inchiesta "anomala". Generalmente un'inchiesta di corruzione nasce relativamente "dal basso", scoprendo una "piccola corruzione", per poi, se ha fortuna, espandersi verso l'alto. Mani pulite, invece, nacque, possiamo dire, a "metà della Piramide", dirigendosi immediatamente verso l'alto. Da un punto di vista comunicativo, quindi, ebbe un impatto fortissimo, sembrava così netta la distinzione tra noi onesti e loro disonesti. E via di fiaccole e cori e canti.
Ma i magistrati sono investigatori, quando hanno terminato di guardare verso l'alto, hanno cominciato a proseguire verso il "basso".
Ebbene, quando gli avvisi di garanzia hanno cominciato a colpire il piccolo consigliere comunale che aveva intascato la piccola tangente dal piccolo idraulico di paese, per sistemare la piccola scuola, le fiaccolate e i cori per i magistrati sono finiti.
La mia domanda, quindi, è: quanti dei partecipanti alle fiaccolate si sentivano onesti, e quanti lo erano veramente?

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