Alessandro Paris
Margini
21 Giugno Giu 2016 1145 21 giugno 2016

Le bombe delle sei non fanno male

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Non so se sia una leggenda metropolitana, in ogni caso circola un’interpretazione del famoso verso della canzone di Venditti – Notte prima degli esami – in queste ore come ogni anno condivisa e meditata da legioni di studenti: «Le bombe delle sei non fanno male, è solo il giorno che muore».

Negli anni 70-80, v’era una consuetudine a Roma, ma anche in altre città d’Italia, credo, quella del cornetto o della “bomba” o “bombolone” farcita di crema da mangiarsi ancora calda nelle panetterie o nei bar che aprivano di primo mattino, al termine di una nottata passata con amici, spesso girando con i motorini per le città svuotate. Poi di solito, si tornava a casa, e ci si metteva a letto, ma evidentemente quella sera, la notte prima degli esami, in cui non si dormiva, la commestione del dolce ipercalorico prendeva una consistenza nuova, nel dispositivo di sacralizzazione simbolica e inaugurale verso la vita adulta, alla quale il rito di passaggio dell’esame faceva transitare. Il «giorno che muore» era una antifrasi, diceva cioè che il ciclo del vecchio giorno si stava concludendo con quel gesto, - dotato di un minimo appena accennato di trasgressione - e uno nuovo iniziava, ma diceva insieme la fine della adolescenza, l’ingresso nel mondo degli adulti, quando ancora forse era decifrabile l’alfabeto simbolico dell’esame come dispositivo di transito, attraverso una prova, verso un futuro come promessa. Che oggi l’esame di stato non sia più vissuto così, si dice in giro. Ma forse è ancora così, almeno secondo quanto è dato a noi insegnanti interpretare dagli sguardi ansiosi e disorientati dei nostri ragazzi che si avvicinano ai banchi disposti in ordine per le prove d’esame. Sembrano voler dire : ma cos’è questa cosa? Ma che davvero? E noi: ma no, non vi preoccupate, state sereni. Non viene bocciato nessuno, è solo una pratica formale.

Certo è cambiato il contesto sociale, e quel futuro come promessa non è più tanto garantito, sicché gran parte del senso autentico del rito di passaggio viene perduto, tanto più che il tasso di possibile fallimento è talmente basso che l’Esame di Stato diventa solo un momento da guardare con l’ironia utilitaristica di chi recita un rituale formale. Ma la bomba significava anche il conflitto simbolico tra norma e trasgressione, in uno scenario sociale dove tutto non era ancora possibile, e i codici dell’essere adulto contenevano e orientavano il desiderio nell’ambito di un suo riconoscimento sociale. «Maturità t’avessi preso prima», cantava Venditti, e significava non solo la possibilità di mettere le mani sul «seno» di una donna, ma soprattutto la disponibilità ad oltrepassare il limite oltre il quale diventava lecito averne una, farsi una famiglia, accedere al lavoro.

Questo anche è vero, ma forse l’eco di quel significato antico rimane ancora, nel vissuto soggettivo degli studenti.

So bene quanto il dispositivo antinomico del «una volta»-«ma oggi» sia consustanziale ad ogni deprecatio temporis, insomma dire che oggi tutto è cambiato ma allora sì che le cose andavano bene (!?). L’illusione retrospettiva per cui si proietta in un passato che non è mai stato il contrario di quello che si vive nel presente è una forma tipica di difesa interpretativa di ogni crisi soggettiva, perché inserisce il proprio vissuto in uno schema di epochizzazione che immunizza dalla solitudine in cui si avverte il rischio del fallimento. E quindi dire: non vi preoccupate, non potrete fallire, forse è del tutto diseducativo. Si dice crisi dei padri, ah già...

Tutto è cambiato? Forse sì. Ma sono ancora aperte le panetterie, e la notte prima degli esami rimane ancora per chi non lo sa, la fine di un giorno che non fa male e l’inizio di un altro, dove il male è sempre possibile. Per voi, giovani studenti, bisogna ancora augurarselo: che sia ancora – quasi – tutto possibile!

In bocca al lupo.

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