Gaetano Farina
Leggere il mondo
21 Giugno Giu 2016 1016 21 giugno 2016

Miracolo a 5 Stelle

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MIRACOLO A 5 STELLE

Dopo 23 anni di governo, il centro-sinistra deve abdicare anche a Torino.

RISULTATO STORICO
Il miracolo si è completato. Per metà si era già svelato al primo turno delle amministrative, quando a Torino Chiara Appendino e i suoi 5 Stelle sono riusciti a conquistare quasi il 31% dei consenso. Dopo lunedì notte, l’ex roccaforte del centro-sinistra si arresa definitivamente al ciclone pentastellato. Una batosta non solo per i vertici cittadini del PD, ma anche per quelli nazionali, da Renzi in giù. Se la perdita della capitale era ampiamente prevista (seppur non con lo scarto certificato dallo spoglio), su Torino - in cui si è ancora convinti di aver governato bene - le certezze hanno cominciato a scricchiolare solamente dopo i risultati di due settimane fa. Tanto che il sindaco uscente, a due giorni dal ballottaggio, si è avventurato nell’annuncio di 20mila nuovi posti di lavoro, una promessa giudicata dall’Appendino “irresponsabile”, ma dalla quale Fassino sarà costretto (buon per lui?) a disimpegnarsi. D'altronde, nell’ex città operaia in cui è stato spiegato ai vecchi militanti, attivisti, simpatizzanti e-o elettori che il PD è l’evoluzione (per altri, l’involuzione o la metamorfosi) del Partito Comunista e in cui la narrazione post-olimpica sembrava ancora reggere, era davvero impensabile, almeno fino a un mese fa, che una 32enne neo-mamma, dalla limitata esperienza politica (ma anche di vita), riuscisse ad avere la meglio su un “professionista della poltrona” come Fassino.

LE GIUSTIFICAZIONI DEI DEMOCRATICI
Le difficoltà e le preoccupazioni di Piero e del PD torinese si sono chiaramente palesate in queste due settimane pre-ballottaggio, cioè quando sono riemersi come centrali il tema del lavoro e delle periferie su cui si è ritenuto che i 5 Stelle abbiano avuto buon gioco. A questo punto, si può dire che l’unica parentesi felice per il sindaco uscente sia stato l’ultimo faccia a faccia al Teatro Carignano in cui era presente una buona parte dell’establishment locale e in cui Fassino sentiva di giocare in casa; ma, alla luce dei risultati elettorali, evidentemente rappresentativo solo di una parte degli umori torinesi.
A caldo, si è liquidata la sconfitta come la conseguenza di un voto di protesta (politica) supportato da quel centrodestra che Renzi forse a rincorso invano sin dalla sua ascesa o come una “capricciosa” voglia di cambiamento dopo 23 anni di governo del centro-sinistra. Solo così si spiegherebbe il mancato premio al “buon lavoro” della giunta di Fassino, a differenza della disastrata situazione capitolina in cui il risultato elettorale era compromesso già in partenza. Se il premier Renzi ha, però, riconosciuto che non si tratta di “un voto di protesta, ma di cambiamento”, per Fassino la campagna elettorale sembra non sia finita, continuando a rivendicare successi amministrativi e a lanciare l’allarme sui danni che la nuova giunta potrà arrecare alla sua città. Insomma, il sindaco uscente non si dà ancora pace e ammette di viverla come una profonda ingiustizia dato che, dal suo punto di vista, il trasversale risentimento contro il PD e Renzi avrebbe prevalso sugli indubbi meriti della sua amministrazione.
Questa interpretazione della volontà popolare sarebbe un ridimensionamento ingeneroso della portata e del valore del successo pentastellato, e probabilmente cadrebbe nell’errore di non riconoscere che la narrazione della Torino post-olimpica riconvertita al turismo e alla cultura, del dirompente sviluppo urbanistico che l’avrebbe resa più bella e attraente, della movida notturna e dell’ospitalità universitaria, non è più riuscita a contenere il disagio proveniente non solo dalla periferie. Lo stesso Fassino, sulla scia di tutti gli altri dirigenti democratici, ha ammesso che d’ora in poi ci si dovrà riavvicinare alle fasce più deboli.

I MERITI DEI 5 STELLE TORINESI
Il miracolo pentastellato, infatti, non è maturato negli ultimi mesi, ma è evidentemente il risultato di un radicamento sul territorio e di un intercettamento dalle esigenze e istanze primarie da parte del movimento grillino torinese che si è giovato del volontariato passionario di centinaia di attivisti e simpatizzanti in ogni circoscrizione e quartiere. I meriti dell’attivismo a 5 Stelle devono essere riconosciuti prima di tutto, specie se si considera l’enorme disparità di risorse messa in campo durante quest’ultima battaglia elettorale. Da una parte il PD, nei panni di Golia, i cui principali rappresentanti possono godere, oltre che della visibilità mediatica e istituzionale, di un patrimonio accumulato grazie agli emolumenti dell’attività politica (in alcuni casi decennale) e di vari sponsor privati. E di un rapporto privilegiato, sfociante nel clientelismo, con una vasta area dell’associazionismo, dei circoli culturali, delle fondazioni, del non profit in generale, dei gestori di impianti comunali, aggiungerebbe chi conosce bene le dinamiche locali. Quel PD che anche a Torino ha costruito liste, senza alcun progetto politico, esclusivamente funzionali a drenare voti agli avversari. Dall’altra, il “Davide pentastellato” che, rifiutando i rimborsi elettorali, ha puntato tutto sull’autofinanziamento raccogliendo non più di 40mila euro attraverso cene solidali, la vendita di uova di pasqua e di gadget veri, l’organizzazione di tornei di calcetto.

LA CREDIBILITA’ PRIMA DEI PROGRAMMI
Certo, è una vittoria o una sconfitta - a seconda della parte in cui si sta - (tra l’altro, anche con ampio scarto numerico) figlia più del disagio, che dei contenuti. Chiara Appendino non avrebbe mai potuto misurarsi con l’ars dialettica, esercitata e affinata, in quarant’anni di impegno politico, dal suo quotato rivale e le sue proposte non appaiono ancora convincenti. Anche la squadra di assessori, che deve essere completata, almeno sulla carta non genera grandi entusiasmi. Ma evidentemente i cittadini - non solo torinesi - non badano più molto ai manifesti programmatici (sempre più simili anche tra forze opposte), ai contenuti sulla carta e alle promesse. Dopo il fallimento della prima e della seconda Repubblica, il fattore discriminante è diventata la credibilità. Su cui i grillini partono notevolmente avvantaggiati, non avendo (ancora) combinato disastri come gli altri. L’entusiasmo e la freschezza dell’Appendino e dei suoi attivisti hanno compensato il dilettantismo di cui li si è accusati per l’intera campagna elettorale e che, comunque, potrebbe essere riconosciuto come un valore positivo, prova di un’estraneità alle vecchie logiche di potere e di compromessi elettorali. Il tentativo della seconda fase di campagna elettorale, in salsa berlusconiana, di dipingerli come il fronte del “NO” non ha spostato di una virgola gli equilibri che si stavano consolidando.
Nessun apparentamento con altre liste che possa minare l’autonomia grillina, a differenza del PD torinese che può ancora contare sul prezioso contribuito elettorale dei Moderati: cioè di quel “non partito” di derivazione forzista che si è configurato come contenitore e rifugio di transfughi da qualsiasi formazione partitica, che seleziona la sua classe dirigente non certo in base ad attivismo e impegno civico e politico, ma tramite le doti di voti e di risorse economiche messe a disposizione. Una candidata sindaca che, in caso di sconfitta, avrebbe continuato a sedersi nei banchi dell’opposizione, a differenza del suo concorrente che, se non si ritirerà in pensione, sarà riciclato su qualche altra poltrona di prestigio come succede agli esponenti di spicco dei partiti tradizionali.
Il successo dell’Appendino (e della Raggi) riflette uno scarto generazionale in cui si comincia a intravedere una nuova visione di società orientata all’equità sociale, alla partecipazione dal basso, alla parità di diritti e alla sostenibilità ambientale e produttiva, intollerante alle cloache di potere consolidato e alle elites che bloccano i processi redistributivi. Anche chi si ritiene rappresentante della sinistra più a sinistra (alternativa al PD) deve fare i conti con le nuove generazioni che non si possono riconoscere nelle “falce e nei martelli” e che - supportate da uno sguardo critico più marcato e da modalità autonome di informazione e conoscenza - riescono a valutare in modo più indipendente la credibilità di marchi elettorali autoproclamatisi “di rottura”, ma poi alleatisi con le forze in grado di distribuire seggi nelle città, nelle regioni e in parlamento.

UN SINDACO GRILLINO, TUTTE LE UNITA’ AMMINISTRATIVE DI CENTRO-SINISTRA
Nella sala rossa torinese, fra qualche giorno, ci sarà il gran ballo dei debuttanti che, quindi, manderanno a casa numerosi esponenti del centro-sinistra (alcuni nomi di rilievo) abituati a sedersi su quelle poltrone in certi casi anche da vent’anni.
Superfluo rimarcare che per Appendino e compagni ora si gioca la partita più dura della propria avventura politica: l’opposizione sarà feroce, chi si lamenta del “Sistema Torino” dovrà farlo d’ora in poi anche con la nuova giunta e, soprattutto, nelle otto circoscrizione territoriali, quale conseguenza del risultati del primo turno, i 5 Stelle saranno costretti ancora a fare opposizione.

Gaetano Farina

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