Francesco Carini
Homo sum
7 Luglio Lug 2016 1930 07 luglio 2016

Italia masochista e ipocrita: rx del paese che caccia la "meglio gioventù"

Diversamente Italiani

di Francesco Carini

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. (Mahatma Gandhi)

Personalmente, non conosco Maria Elena Boschi o i suoi fratelli, né l’ingegnere, né l’avvocato che lavorava con papà Pier Luigi in quell’imprevedibile mondo di Banca Etruria e pertanto non mi posso esprimere sulle loro effettive competenze. A pensarci bene, non conosco neppure Alessandro Alfano, fratello di Angelino, ed agirò come per la sopracitata famiglia toscana. Il trait d'union è costituito dal fatto che entrambi i membri del governo hanno parenti stretti con profili che sono stati ultimamente accostati dai media alla raccomandazione.

Da quanto si legge sulle pagine dei più importanti quotidiani nazionali, il secondo, con tutte le attenuanti del caso, sembra avere una storia più tribolata. Si è laureato a 34 anni in economia a Palermo, scagionato da un’inchiesta che lo vedeva coinvolto con altri 30 studenti in una vicenda di esami truccati: 1000 euro a materia. Ma tutto si risolse per il meglio, perché il talento c’era ed anche se all’università è esploso tardi, al lavoro si era già visto. Nel 2006, da non laureato, all’età di trent’anni, sotto il governo Berlusconi, era consulente del Ministero dell’Economia, prima di arrivare nel 2013 a Postecom, con un impiego da 170 mila euro annui, ops, 160 mila mannaggia… 10 mila euro in meno son soldi (chiedetelo al muratore medio che li guadagna in quasi dieci mesi). Che dire? Possibilmente saremo di fronte ad un John Nash della Trinacria, questo non è dato sapersi, ma il premio Nobel americano a 30 anni era segnalato sulla rivista Fortune per la sua “Teoria dei Giochi”, e intanto Alessandro, ancora da diplomato, si faceva conoscere presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma in un seminario sul marketing, non in qualità di docente, come comunicato dall’ateneo romano, ma di Segretario Generale di Unioncamere Sicilia (mica male…).

Ciò è letteralmente straordinario, non solo per il rapporto di proporzionalità inversa instauratosi fra carriera universitaria e professionale, ma soprattutto perché l’agrigentino ha partecipato ad un concorso per diventare Segretario Generale della Camera di Commercio di Trapani dove sembra sia stato l'unico candidato. Qua ci troviamo di fronte ad una sorta di miracolo di Lourdes, perché se per un posto da infermiere si presentano alla selezione in più di 10.000, per un impiego alla camera di commercio in una città bella come Trapani, un siciliano avrebbe fatto carte false per parteciparvi. Ah… Ecco, il ragazzo si dimise probabilmente perché sul curriculum c’è stata una svista relativa all’autocertificazione di un incarico, quello di direttore di Confcommercio Sicilia, quando invece il buon Alessandro era stato direttore provinciale ad Agrigento. Eh vabbè… Le province le dovevano abolire, quindi perché fare tutto questo baccano? A parte gli scherzi, il giovane se ne andò con orgoglio e dignità e tutto andò per il verso giusto. La giustizia vince sempre, tanto qualche tempo dopo c’era “Mamma Posta” ad attenderlo con una bella poltrona da dirigente ottenuta senza concorso. Intanto penso a tutti i brillanti laureati che si "scannano" per un posto di portalettere...

Sembra che sia andata così. Comunque, anche se non conosco perfettamente la storia e non esprimo giudizi in merito, adesso mi sorgono dei leciti dubbi. Ma Poletti non aveva detto qualche mese fa che sarebbe stato meglio laurearsi a 21 anni piuttosto che a 28? E la Fornero non aveva considerato i giovani di oggi alla stregua di bamboccioni troppo choosy?

Queste nubi ancora non mi si diradano, perché il numero di giovani e brillanti cervelli pieni di titoli che se ne va via dall’Italia aumenta costantemente. Magari vanno in Germania, Francia o Inghilterra (a Londra sono 250.000), con una nostalgia che fa rabbrividire la saudade di Aristoteles de l’Allenatore nel Pallone, per andare a guadagnare dopo master e dottorati di ricerca una paga che permette a malapena di pagarsi una stanza in un appartamento condiviso, o, nelle migliori delle ipotesi, uno stipendio dignitoso incassato spesso con rabbia per aver dovuto lasciare in patria una meritata posizione ad una persona che in più aveva soltanto un sedere autografato da una magica fucilata mancina alla Sinisa Mihajlovic o da un bel destro con effetto a rientrare alla Alex Del Piero.

Dopo la vicenda di Banca Etruria, si è sentito tanto parlare di familismo amorale, cioè del concetto introdotto da Edward Banfield, uno fra i sociologi più importanti del ‘900 e definito come:

la massimizzazione di vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo.

Personalmente, avevo sentito già questo nome, ma ho approfondito l’argomento solo qualche anno fa, dopo aver assistito ad una conferenza sulla Libia tenuta dallo storico messinese Giuseppe Restifo, un docente universitario che di pubblicazioni se ne intende, dato che ne ha prodotte più di 100, senza contare le decine di collaborazioni con università straniere.

Nel meraviglioso volume Le basi morali di una società arretrata, Banfield prende in esame il comune lucano di Chiaromonte, nascosto dietro lo pseudonimo di Montegrano. Lo studioso americano, sposato con una donna di origini locali, analizzò la società prendendo appunti sull’ethos che caratterizzava la vita pubblica del posto. Osservò attentamente i comportamenti della classe contadina, in particolare di un certo Prato, il quale rappresentava una sorta di campione dei ceti meno abbienti del paese. Una frase resta impressa di quest’uomo:

«É vero, i ricchi sono migliori. Sono più ricchi e così naturalmente sono migliori, e noi dobbiamo stare sotto di loro».

Quando leggo queste parole, mi vengono i brividi, dato che c’è una sorta di rassegnazione nella “sentenza” del contadino, che cozza con la rabbia di altri suoi colleghi, ma che ricorda il leitmotiv rivolto verso gli uomini di comando dal cittadino medio: “tanto non cambierà mai niente”, estensibile al Sud Italia e a larga parte del Nord.

In Sicilia, per anni la speranza di lavoro giovanile è stata legata al mondo della formazione. Negli anni si sono succeduti vari corsi, ma c’era un sistema consolidato di conoscenze, con assunzioni retribuite attraverso denaro pubblico, che partivano spesso dopo alcune elezioni, fossero amministrative, regionali o politiche. Negli anni (senza naturalmente generalizzare) si è assistito ad una gestione clientelare in cui parenti, futuri generi o amici venivano infilati in tali enti a lavorare, in mansioni di tutor o docenti a prescindere dal titolo di studio; mentre i figli di persone che non avevano mai intessuto rapporti personali a livello politico, sono dovuti andare via o essere relegati ai margini, magari criticati da coloro i quali usufruivano del putrido meccanismo senza aver svolto alcuna selezione o dagli stessi carnefici di un sistema che, spesso, non ha premiato il merito, bensì la conoscenza.

L’antropologa lettone Vieda Skultans, in uno dei suoi studi, ha illustrato come le trasformazioni della psichiatria abbiano seguito a ruota il mercato con patologie legate all’ansia e ad altri sintomi, in diretta corrispondenza con l’insuccesso sociale e le difficoltà economiche. Pertanto, considerare viziati dei giovani adulti, magari colti, che rifiutano di essere sfruttati, sottopagati o tenuti sul filo del rasoio (con ovvie conseguenze sulla salute), e vedere poi il fratello di un ministro ottenere incarichi di prestigio da semplice laureando più che trentenne, fa pensare male, non tanto sullo stesso politico, il quale può pure essere estraneo ai fatti, o su Alfano jr (in ogni caso la presunzione d’innocenza è un principio giuridico fondamentale, sia nel diritto che nella vita), ma soprattutto sul metodo di selezione dei lavoratori, o ancor meglio, dei dirigenti.

Però, i dubbi sono legati non solo agli ideatori di questo sistema malsano di assunzioni, quanto alle vittime, cioè coloro i quali hanno accettato questa vergogna per decenni. Banfield segnala 17 punti che caratterizzano il familista amorale e fra questi si possono citare il primo, il secondo e il sesto:

  • In una società di familisti amorali, nessuno perseguirà l’interesse del gruppo o della comunità, a meno che ciò non torni a suo vantaggio personale;
  • In una società di familisti amorali soltanto i funzionari si occupano della cosa pubblica, perché essi soltanto vengono pagati per questo. Che un privato cittadino si interessi seriamente a un problema pubblico è considerato anormale e perfino sconveniente;
  • In una società di familisti amorali, si agirà in violazione della legge ogni qual volta non vi sia ragione di temere una punizione […].

Banfield si riferisce al fatto che Montegrano era caratterizzata dall’inesistenza di associazioni caritative o organizzazioni pubbliche formate da cittadini attraverso cui perseguire uno scopo comune; inoltre il lavoratore non va contro il datore di lavoro che lo froda per paura di perdere altre “occasioni”.

Gli antropologi del Mediterraneo, hanno studiato per bene il concetto di patronage (clientelismo), che ben si interseca con quello di familismo amorale, ed Ernest Gellner ne dà una spiegazione meravigliosa:

Il clientelismo è caratteristico di un certo tipo di società, non del tutto centralizzata, nella quale individui e gruppi che, se non sono proprio marginali, sono almeno poco privilegiati, non possono accedere a certi vantaggi - sebbene in teoria ne abbiano il diritto - senza ricorrere ai buoni uffici e alla protezione di un uomo ben collocato: un patrono”.

Questa frase è una sentenza nei confronti del familista amorale descritto da Banfield, pronto a scavalcare il prossimo suo simile, ma con il capo chino e con il berretto in mano mentre chiede umiliato il salario dovuto giustamente per le sue prestazioni professionali ad un “signore”. Dagli anni ’50 in poi, è stata solo traslata la situazione, perché magari non si va con la coppola ad elemosinare ciò che spetta legittimamente, però con la stessa faccia si chiedono favori e un futuro per quanto misero possa essere ai propri figli, magari scavalcando quelli degli altri. Difficilmente ci si organizza per scrostare il lerciume che conduce persone vicine ai potenti a fare carriera in barba a qualsiasi proclama meritocratico da parte del governo, che a questo punto sa soltanto di beffa e pessimo copione da avanspettacolo.

Storicamente in Italia, ed anche in altre parti del Mediterraneo, come sostiene l’antropologa Amalia Signorelli, l’uomo d’onore è colui il quale bada agli affari propri non permettendo ad altri di intromettervisi. Ma questo sarà solo un rapporto “inter pares”, dal momento che un confronto del genere non si può instaurare con un potente. Viene da lei citato lo jus primae noctis, cioè l’esempio lampante di come una persona comune possa essere capace di umiliarsi davanti ad un “signore” ritenuto superiore perché da lui dipendono il suo lavoro e il suo sostentamento, nonostante la stessa azione verrebbe certamente punita in caso di rapporto sessuale con un cittadino dello stesso ceto sociale, per salvare la faccia davanti al villaggio.

Traslando la situazione, il clientelismo si basa su un rapporto gerarchico di fedeltà e fondato sul silenzio, che in questo caso coincide con l’omertà, la stessa omertà unita ad opportunismo che causa la diaspora dei migliori cervelli, invece di porre le basi per la loro permanenza.

La fuga delle migliori menti determina secondo l’economista Stefano da Empoli una perdita di almeno un miliardo di euro all’anno di soli brevetti registrati all’estero. Contando tutti i danni provocati da assunzioni basate su ottiche clientelari e familistiche, probabilmente è impossibile quantificare il disastro.

In ottica contemporanea, vedere la rassegnazione dei genitori di fronte ad una situazione di stallo che vede i propri figli schiavi di un precariato sottopagato ed istituzionalizzato o destinati ad emigrare, dovrebbe determinare non tanto la rabbia nei confronti dei ragazzi stessi o dei parenti di politici inseriti in posti apicali, quanto uno sdegno nei confronti di sé stessi, del disinteresse e della propria mancata reazione secondo metodi democratici. Pertanto, quello che fa più paura sono le conseguenze sedimentate del familismo amorale fra il popolo ed identificabili in una sorta di ignoranza e di vigliaccheria dell’anima delle generazioni precedenti, con le nuove a costituire le uniche vittime, costrette a cibarsi delle briciole lasciate da altri (come nel meccanismo del Peckorder). Il fatto che la Res Pubblica sia considerata una cosa lontana, demandata sempre ad altri, è il peggior movente della carneficina della società italiana e verosimilmente attribuibile non tanto ai potenti, quanto ai comuni cittadini. Pertanto, cari signori indignati (naturalmente non tutti), certi scandali definiti “amorali” sono solo la proiezione su larga scala di un'intima irresponsabilità che parte dal basso, del relativo menefreghismo e magari della speranza che prima o poi la ruota e il meccanismo della spintarella girassero a proprio vantaggio. Così non va, così si uccide la speranza della nostra società.

Ogni popolo ha il governo che si merita. Aristotele

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