Simone Sauza
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13 Luglio Lug 2016 1053 13 luglio 2016

Repressione digitale. Il tramonto dell’informazione

Berlin 1429878 640

C’è qualcosa di sintomatico nelle nuove tendenze del giornalismo. La figura del cronista è in via d’estinzione. Il concetto di media corrisponde ormai sempre meno alle agenzie di stampa. Oggi i media si sovrappongono a Facebook, Twitter, Instagram. Su un campione di 500 mila persone il 50 per cento attinge informazioni solo sui social network. Ogni utente diventa un potenziale testimone che sente di non avere più bisogno della mediazione del professionista che “lavora” sulla testimonianza e la trasforma in un articolo da divulgare attraverso il filtro della stampa organizzata. Ora la testimonianza è im-mediatamente notizia grazie alle tecnologie di instant messenger e instant sharing dei social network. In questo modo, l’informazione diventa un fatto sociale. Un fatto di relazione. Ognuno costruisce il proprio sistema di informazione. Ma questa prospettiva, oltre che scontare l’illusione di essere tutti individui kantiani perfettamente consci e in grado di operare una selezione adeguata e razionale dell’enorme mole di dati a disposizione, si scontra anche con un elemento ormai noto: le informazioni che incontriamo attraverso il web sono filtrate e organizzate da algoritmi che si basano sui big data ricavati dalle tracce digitali che rilasciamo in rete. Finiamo per leggere e selezionare da un set di informazioni già customizzate per noi. Quella della selezione individuale finisce per essere solo un’illusione: tendiamo a leggere le opinioni e gli articoli che confermano la nostra visione del mondo preconfezionata. Fine dell’in-formazione. Ecco un primo paradosso: la società dell’informazione digitale, prendendo per buone queste premesse, porta ad un “isolamento cognitivo”; per di più mascherato dall’illusione di avere tutto il mondo a disposizione del nostro sguardo informatico. In realtà non usciamo mai dal nostro profilo.

Il mondo spettrale delle tracce
Bypassando l’annosa (e noiosa) questione del futuro del giornalismo, ciò che è interessante osservare è collegare questi fenomeni come sintomi di una trasformazione strutturale delle pratiche sociali. Una trasformazione che, in un certo senso, concerne lo sguardo. Il guardare, oggi, non ha più un carattere disinteressato, ma assume sempre più i contorni della sorveglianza. L’individuo è immerso quotidianamente in una serie di tecnologie che rendono ogni frammento della sua giornata passibile di essere trasformato in una testimonianza, per altro sempre più nella forma dell’immagine (statica, cioè la foto; o in movimento, cioè il video). Prendiamo ad esempio i Google Glass. Attraverso di essi è possibile ottenere immagini ad altissima definizione dei punti sui quali si sofferma il nostro occhio virtuale. Immagini che possono essere scattate anche in automatico ogni 10 secondi. Un vero e proprio archivio globale del quotidiano. In questa maniera chiunque può costantemente fotografare ed essere fotografato. Ogni cittadino diventa una potenziale telecamera di sorveglianza mobile. Ma questo è, fino ad ora, uno dei casi limite di una tendenza già evidente dall’esplosione delle video-news, del “citizen journalism”, della connessione tra smartphone e social network che rende qualsiasi utente una potenziale fonte di notizie. Questi aspetti vanno inseriti in un quadro più ampio che è quello della comunicazione digitale, probabilmente il tratto culturale più caratterizzante il nostro tempo. Nell’era della comunicazione digitale ogni cittadino è al tempo stesso un utente permanente. L’identità personale è sempre più sostituita dal profilo. Questo implica che ogni azione che compiamo, ogni aspetto della nostra prassi quotidiana, lascia una traccia digitale. Siamo sempre più rintracciabili. Chiunque può farsi un quadro completo sulla nostra vita e sulla nostra personalità tramite una breve ricerca in rete. Il sogno della trasparenza assoluta che era in nuce nel progetto libertario della web-society si tramuta nel suo opposto: una forma riaggiornata di Grande Fratello. Non a caso le figure professionali più richieste nella società digitale diventano gli analisti di Big Data (gli aggregati di dati generati da telefoni, social, applicazioni telematiche, sensori posti sugli edifici, così estesi in termini di volume e velocità che richiedono metodi analitici non convenzionali). L’analisi di questi enormi dataset diventa cruciale in tantissimi ambiti. A cominciare dalla politica. I Big Data vengono usati per impostare e orientare le campagne elettorali. Attraverso questa mole di informazioni ricavate dalle tracce digitali che lasciamo ovunque, il marketing politico assimila i modelli di comportamento dei cittadini-utenti e “vende” i contenuti politici più di tendenza. La biopolitica compie un ulteriore passo e arriva a orientare pervasivamente lo spazio più inacessibile della popolazione: quello interiore dell’inconscio collettivo. Un’acquisizione politica ormai sbarcata anche in Italia. Basti pensare alla scelta di Matteo Renzi di ingaggiare Jim Messina, big data analyst e già superconsulente di Barack Obama, per mettere a punto la strategia di comunicazione per il Referendum costituzionale di ottobre.

Del buon uso del virtuale
Trasparenza ubiqua, comunicazione digitale, sovrabbondanza di informazioni, inter-connessione. Un giorno ci potremmo svegliare e renderci conto che tutto ciò non ha portato a un incremento della democrazia e della libertà. Il potere non necessità più del controllo diretto, sia esso quello verticale tipico della sovranità moderna, o quello orizzontale messo in atto attraverso il linguaggio (quello che una volta si sarebbe chiamato “l’ordine del discorso”) e le istituzioni repressive studiato da Michel Foucault. Sono i cittadini stessi, tramite i sistemi di instant-news, i social network, le tecnologie video degli smartphones, a sorvegliare e ad autosorvegliarsi. I cittadini stessi, ridotti a profili mobili, instaurano una sorta di Polizia Segreta invisibile e impersonale. La dicotomia del Potere non è più tra verticalità e orizzontalità. Esso diventa reticolare e a-cefalo, senza un vertice gerarchico identificabile. Il nesso digitale-trasparenza-controllo, ad esempio, è stato recentemente sottolineato da Byung-Chul Han, professore universitario sudcoreano trapiantato a Berlino. Nel 2013, nel suo Im Schwarm. Ansichten des Digitalen (uscito in Italia nel 2015 come Nello sciame. Visioni del digitale), Byung-Chul Han registra un mutamento del paradigma del Panopticon, il carcere ideale progettato da Jeremy Bentham diventato poi metafora dell’invisibilità e onnipervasività del potere contemporaneo nelle analisi di Michel Foucault o nella letteratura orwelliana. Byung-Chul Han parla più specificamente di panottico digitale come metafora della società della comunicazione.

[…] il panottico benthamiano è costituito di cellule isolate l’una dall’altra. I detenuti non possono comunicare tra loro: le pareti divisorie fanno in modo che non possano vedersi l’un l’altro. Vengono esposti alla solitudine perché possano migliorare. Gli abitanti del panottico digitale, invece, si connettono e comunicano intensamente l’uno con l’altro: il controllo totale è reso possibile non dall’isolamento spaziale e comunicativo, bensì dalla connessione in rete e dall’ipercomunicazione. Gli abitanti del panottico digitale non sono prigionieri: vivono nell’illusione della libertà. Nutrono il panottico digitale d’informazioni, esponendo e illuminando volontariamente se stessi. L’auto-illuminazione è più efficace dell’illuminazione da parte di altri. […] la società del controllo si compie là dove i suoi abitanti si confidano non per costrizione esterna, ma per un bisogno interiore; dove, quindi, la preoccupazione di dover rinunciare alla propria sfera privata e intima cede al bisogno di esporsi senza pudore alla vista; ossia, dove libertà e controllo diventano indistinguibili.


Con il Jobs Act, ad esempio, sono state introdotte libertà più ampie per gli imprenditori che vogliano controllare pc, smartphone e tablet di lavoro. Questi vengono però usati anche per connettersi con il proprio profilo social. I lavoratori mettono così a disposizione dei propri capi grandi quantità di dati personali e intimi sulla propria vita. Una sentenza di Cassazione emessa meno di un mese fa (sentenza 782/2016) ha dato parere favorevole al licenziamento di un dipendente che secondo il datore di lavoro stava troppo tempo su internet. Giusto o sbagliato, l’aspetto interessante è che la Cassazione ha ritenuto legittimo il fatto di controllare la cronologia della navigazione e stamparla, senza per questo ledere la privacy del lavoratore. La più grande conquista della biopolitica contemporanea è quella di non dover più sottomettere in senso stretto dei soggetti; di non dover più estorcere informazioni. Siamo noi stessi a nutrire il sistema di controllo. Si potrebbe dire che oggi una delle lotte per l’emancipazione dei soggetti passa proprio dalla rottura della gabbia virtuale del nostro profilo; dalla riappropriazione dell’identità sociale, delle pratiche collettive concrete. E dalla democratizzazione della Rete, non demonizzandola ma sottraendola agli usi repressivi del potere. In una società post-umana in cui il corpo oltrepassa di continuo la “corporeità”, fondendosi con la macchina e con l’immateriale virtuale, il classico dualismo mente/corpo, con tutte le sue eventuali decostruzioni, è in cerca di una nuova grammatica.

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