Vito Kappa
Kahlunnia
15 Luglio Lug 2016 1552 15 luglio 2016

La rabbia e il cordoglio. Dell'orgoglio non c'è traccia

 ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP/Getty Images

Il primo sentimento è la rabbia, seguita dallo sgomento e dall’incredulità per l’ennesimo atto di terrorismo che uccide brutalmente e brutalmente ci mostra quanto siamo fragili. Contemporaneamente arriva il cordoglio per le vittime innocenti. E mentre il cordoglio temporaneamente ci unisce, vanno in onda le solite notizie che seguono un attentato. Si innalzano i livelli di sicurezza. Si convocano riunioni di emergenza. Si organizzano incontri europei che alla fine non vanno molto oltre le mere dichiarazioni di principio.

Poi passano i giorni. Le strade vengono riaperte e i corpi coperti lasciano spazio alla gara tra distinguo semantici e analitici. Quelli tra chi dirà che si è trattato di terrorismo di matrice islamista (ma cosa vuol dire?), quelli di chi parlerà di terrorismo islamico, quelli di chi vorrà ricordarci che il problema non sono i migranti visto che l’attentatore (o gli attentatori?) era un cittadino francese e via discorrendo. Poi naturalmente si ricomincerà a parlare di modelli di integrazione mentre via via l’Europa continuerà a disgregarsi nel proprio nulla.

Al netto delle polemiche, dei distinguo politici e semantici, gli Stati europei non sembrano in grado di reagire al terrorismo. Chi ci attacca non viene attaccato. I mandanti continuano a girare tranquillamente tra una grotta e l’altra mentre gli europei e i cittadini del resto del Mondo si barricano sempre di più in casa.

Gli Stati non prendono e non pretendono posizioni nette da parte del mondo islamico per paura di non essere politically correct, ma così facendo risultano un po’ politically corrupt. Fingono di non essere in guerra, ma sanno di esserlo. E allora viene da chiedersi: perché se siamo in guerra - e in guerra i disertori o coloro i quali non fanno la loro parte finiscono in carcere - si ammettono i silenzi e le inerzie come nulla fosse? Perché l’Europa non riesce a parlare con il mondo islamico europeo il linguaggio dell’onestà e della franchezza?

A pensar male si potrebbe dire che l’ipocrisia tra Stati e Islam non è poi tanto dissimile all’ipocrisia tra Stati e Europa. L’ipocrisia di intelligence che fingono di collaborare ma non collaborano; di frontiere europee a parole ma nazionali nei fatti; di un irresponsabile buonismo che ogni giorno nega il cuore del problema: il rapporto tra Stato e religione islamica. Ci si gira intorno, certo. Ma ci si gira anche altrove quando si tratta di prendere posizioni chiare sui tanti punti controversi come, ad esempio, l’applicazione della Sharia (legge islamica) sul suolo europeo. E alla fine dei conti è questo atteggiamento negazionista che nega a noi la lucidità per affrontare il problema e al nemico l’identità che quel nemico afferma innegabilmente.

Se impedire che ci attacchino è impossibile, reagire se ci attaccano è necessario. Scegliere tra difenderci e soccombere è una scelta politica che nessuno fa ma che dobbiamo fare. Non basta limitarsi a qualche dichiarazione di circostanza senza poi cambiare le leggi. Non basta stringersi intorno ai famigliari delle vittime se non si affrontano con serietà e fermezza i problemi. E questa è una debolezza imperdonabile per un’Unione che dovrebbe difendere mezzo miliardo di cittadini ma che con la sua arroganza continua a perdere pezzi.

La scelta non lascia spazio a interpretazioni: difendersi o morire. Difendersi o lasciare che la nostra identità soccomba. Per adesso nell’aria restano solo la rabbia e il cordoglio. Dell’orgoglio ancora non c’è traccia.

@vitokappa

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