Luca Gatti
SkypeEuropa
18 Luglio Lug 2016 1748 18 luglio 2016

Storia di un golpe scortato dall'esercito

Turkey
Storia di golpe scortato dall'esercito

I numeri dicono questo:
7.850 agenti rimossi in tutto il paese, 6.000 militari già agli arresti, 3.000 mandati d’arresto per giudici e procuratori, 103 generali e ammiragli dell’esercito (1/3 del totale) e 30 prefetti su 81 rimossi.

Quello che doveva essere un golpe condotto, secondo le fonti, da 1.500 uomini dell’esercito ha, guarda caso, prodotto in poche ore migliaia di arresti, repressioni e purghe che da tempo non si vedevano in un paese occidentalizzato.

I dubbi iniziali sulla montatura di un golpe stanno prendendo forma. Sembra certo che i vertici dell'esercito sapessoro da ore del tentativo.

A guardarlo bene sembrerebbe quasi che questo quasi golpe sia stato scortato, prima e dopo le 3 ore di travaglio, dagli uomini del Presidente Erdogan. Difficile infatti immaginare che i servizi segreti non abbiano giocato o fomentato qualche povera ambizione in un momento di caos come quello che sta vivendo la Turchia. D’altronde alle 23.30 di venerdì scorso, mentre alcuni giornali italiani parlavano di golpe e fantasticavano una fuga di Erdogan nei cieli europei, i principali giornali tedeschi (che di rapporti con la Turchia ne sanno qualcosa) mettevano l’opinione pubblica in guardia dal possibile bluff condotto dal Presidente, per ricompattare intorno a se il paese, mai così lontano negli ultimi 15 anni.

A farne le spese, oltre ai militari che hanno sognato di essere parte di un mastodontico e magistrale colpo di stato c’è la Turchia laica, la Turchia che si è opposta in questi anni agli arresti e alle condanne di decine e decine di giornalisti che testimoniavano con report straordinari i collegamenti e le forniture di armi tra i servizi segreti turchi e l’Isis. C’è la Turchia che guarda verso l’Europa laica, e che pochi mesi fa si è ritrovata un Presidente che per mantenere ancora il potere ha interrotto la tregua con il PKK scatenando una guerra immane in tutto il sud est del paese contro i guerriglieri curdi.

E che non fossero pronti nomi e cognomi di laici e nazionalisti critici con Erdogan, anche questo non è credibile. Anche perché se veramente tutti questi arrestati (generali, ammiragli e quant’altro) avessero preso parte ad un colpo di Stato serio, dove le teste che devono cadere cadono (vedi Salvador Allende), allora avremmo avuto un altro risultato.

Fa riflettere anche il frettoloso perdono chiesto a Mosca, appena pochi giorni fa, con tanto di riapertura delle relazioni diplomatiche interrotte dopo l’abbattimento dell’aereo russo lo scorso autunno. Oggi quel gesto impressiona ancora di più, poiché non vi era motivo di chiedere un umiliante perdono. Almeno non in modo così sbrigativo, almeno non così senza una vera spiegazione. A meno che non si volesse tentare un riavvicinamento verso Puntin poco prima di attaccare politicamente gli Stati Uniti.

Nella profonda Turchia, oggi più di ieri, il salvatore della democrazia si chiama Tayyip Erdogan. Ed è chiaro immaginare chi sostituirà l’importante fetta di classe dirigente laica rimossa nelle ultime ore. Con questa vera e propria mossa possiamo ufficialmente dare i natali alla figura del Presidente principesco salvatore della democrazia.

Non trattandosi però di un testo di scienze politiche non possiamo (e dobbiamo) che essere spaventati per quanto sta accadendo. Le frange islamiste, quelle che solo pochi giorni fa aggredivano nell’occidentale Instanbul giovani fan dei Radiohead perché salutavano l’uscita di un nuovo disco, coloro che si mostravano insofferenti per il ritiro dell’appoggio dato all’Isis in Siria e che vorrebbero una radicalizzazione dell’islam, in un paese che storicamente ha radici laiche, in questo momento stanno scalando posizioni verso la cima del potere turco.

A questo punto si aprono due forti interrogativi: chi è, oggi, il reale partner della Nato di nome Turkey? È ancora possibile sedersi ad un tavolo e discutere di pace e bene comune con questo nuovo Principe?

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